Gli ostacoli del Kirghizistan lungo la “Via della Seta”

    Giannicola Saldutti

    Gli ultimi mesi si sono rivelati essere particolarmente forieri di novità per la repubblica centroasiatica del Kirghizistan, in particolare per ciò che riguarda i rapporti intrattenuti con la Cina, attore sempre più influente e proiettato, in virtù della sua forza economica, sull’ Asia Centrale. In ottica futura, Biškek risulta essere un anello di congiunzione fondamentale per la completa realizzazione dell’ambiziosa “Via della Seta”, corridoio pensato da Pechino per espandere la sua influenza economica e commerciale fino al cuore dell’Europa. Il Kirghizistan, così come tutte le repubbliche dell’Asia Centrale, si inserisce nel discorso puntando sulla sua posizione geografica, costituendo, infatti, il punto di raccordo che congiunge la Cina ai suoi partner più appetibili della regione nel settore dell’approvvigionamento energetico, ossia l’Uzbekistan ed il Turkmenistan.

     

    Il periodo politico attraversato dal Kirghizistan potrebbe essere tranquillamente etichettabile come “di transizione”, dal momento che il neo-Presidente Soroonbaj Zheenbekov è stato eletto, tra le fila del Partito Social-Democratico, soltanto  nell’ottobre dello scorso anno, mentre ad aprile il Primo Ministro Sapar Isakov ha rassegnato le sue dimissioni dopo essere stato sfiduciato dal parlamento, probabilmente reo di essere troppo vicino all’ex Presidente Atambaev, in un contesto in cui le divergenze tra quest’ultimo ed il nuovo Capo di Stato sembrano sempre più acutizzarsi: oltre alle dimissioni del Primo Ministro, infatti, per lo stesso motivo Zheenbekov in aprile ha rimosso due importanti ufficiali del GKNB (il Comitato Statale per la Sicurezza Nazionale). I rapporti con la Cina, dunque, si stanno regolando sempre più sullo sfondo di questo scenario politico ancora incerto. Nella prima settimana di giugno non è passata inosservata la visita di Zheenbekov a Pechino, un evento dettagliatamente seguito dai media kirghisi, impegnati a riportare minuziosamente qualsiasi dettaglio delle cerimonie con le quali il Presidente è stato accolto da Xi Jinping. Sul tavolo, oltre al lauto banchetto, due ambiziosi progetti che la Cina ha l’obbligo di realizzare per assicurarsi un adeguato approvvigionamento energetico, nonché un ulteriore corridoio logistico funzionale a collegare le regioni cinesi più occidentali alle sponde del Mar Caspio: parliamo del transito su territorio kirghiso del gasdotto che rifornirà la Cina di gas turkmeno (con fine dei lavori prevista per il 2022) e la realizzazione della linea ferroviaria che collegherà la Cina a Taškent, anch’essa transitante per il Kirghizistan.

    Il gasdotto interesserebbe il territorio kirghiso per 215 km circa, collegando la provincia meridionale di Chon-Alay al confine cinese, mentre dovrebbe apportare a Biškek circa 30 milioni di metri cubi di gas all’anno. I costi per la sua costruzione, ammontanti a circa 1,2 miliardi di dollari, saranno completamente a carico della Cina. Nonostante le rassicuranti dichiarazioni di Zheenbekov, in certe sfere della politica kirghisa vi è non poco scetticismo riguardo l’ambigua strategia con la quale il Kirghizistan sta approcciando verso Pechino ed i suoi ambiziosi programmi: secondo l’ex vice-Primo Ministro Bazarbay Mambetov, la mancanza di una forte compagnia statale kirghisa di idrocarburi (su modello della “KazTransGaz” kazaka) non consentirà a Biškek di usufruire a pieno dei benefici derivanti dal transito del gas. In altre parole, il governo kirghiso avrebbe semplicemente concesso “in affitto” porzioni di suolo ai cinesi, non agendo completamente nell’interesse del Paese. Lo stesso “copione” sarebbe andato in scena recentemente, in occasione della gara d’appalto vinta dalla compagnia cinese TVEA per la riqualificazione della centrale idroelettrica di Biškek, la più grande di tutto il Paese: i fondi cinesi ricevuti non hanno comunque permesso alla centrale di migliorare le proprie prestazioni (e quindi di garantire la sufficiente energia elettrica) per via di casi accertati di corruzione. Anche secondo il portavoce del Ministero degli Esteri, Murat Azimbakiev, il successo del Kirghizistan sulla “Via della Seta” dipenderà dalla maniera attraverso la quale le risorse cinesi verranno sfruttate. Al momento, dunque, sarebbero i gravi malfunzionamenti dell’apparato statale kirghiso a minare il futuro del Paese stesso, nonostante le ghiotte opportunità offerte dalle ambizioni del Celeste Impero e dalla sua strategia economica di tipo win-win.

    Del resto, i fattori che potrebbero minare il progetto OBOR (One Belt One Road) potrebbero essere proprio di questa natura: i cosiddetti “Stan Countries” ricoprono una regione strategicamente decisiva, molto promettente, piena di risorse naturali, spazi sconfinati ed economie in via di sviluppo, ma con ancora dei notevoli punti d’ombra che spaventano i potenziali investitori, molto spesso retaggio del già allora degradato sistema economico-sociale sovietico. Il posticipo dell’inizio dei lavori del gasdotto Turkmenistan-Cina è dipeso, infatti, proprio dai ritardi di costruzione del decisivo segmento turkmeno, mentre il raggiungimento di un accordo definitivo per la costruzione della linea ferroviaria che congiungerà Pechino all’Uzbekistan è ancora lontano: il Kirghizistan, ad esempio, pretenderebbe di allungare e deviare le rotte programmate per andare incontro ai propri interessi commerciali, ma Pechino non sembra essere dello stesso avviso. L’aggressività in materia economica della Cina nello spazio eurasiatico potrebbe essere momentaneamente tamponata proprio dai malfunzionamenti e dalle contraddizioni interne, proprio come nel caso del Khirghizistan. Da questo punto di vista, al Cremlino non sembrano esserne troppo dispiaciuti: nelle repubbliche dell’Asia Centrale, infatti, si sta giocando una partita decisiva per il futuro regionale, ossia quella tra l’influenza culturale, storica e militare della Russia e quella commerciale della Cina, nonostante gli scenari geopolitici attuali portino in molti ad ipotizzare erroneamente una salda alleanza in chiave anti-occidentale tra l’Orso ed il Dragone.

    Giannicola Saldutti è ricercatore associato all’IsAG