La crisi della sinistra italiana. Intervista a Pietro Reichlin

    Enrico Mariutti

    Conversazione con Pietro Reichlin, professore di Economia Politica presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma

    Intervista a cura di Enrico Mariutti, Vicepresidente dell’IsAG

     

    Nel corso dell’ultima tornata elettorale le forze progressiste hanno manifestato l’incapacità di raccogliere i voti delle classi popolari. Analizzando la composizione dei flussi elettorali, il Centro Studi Elettorali della LUISS (CISE) è arrivato a definire il PD il partito delle élites. I democratici non sono riusciti a incarnare i bisogni e le aspirazioni dei ceti popolari. Secondo lei, che ruolo hanno avuto in questa dinamica i contraccolpi sull’economia nazionale, e sull’opinione pubblica, della globalizzazione degli scambi commerciali e dello spacchettamento delle filiere industriali?

    Beh, innanzitutto penso che l’Italia ha vissuto una situazione abbastanza particolare rispetto al quadro generale. Bisogna considerare che in Italia c’è stata una recessione molto pesante. Dal 2007 a oggi abbiamo perso circa 10 punti percentuali di PIL, la disoccupazione è raddoppiata e questo naturalmente ha avuto un effetto sul reddito disponibile degli Italiani.

    Certamente non si poteva pensare che questi eventi non avessero un impatto sul clima politico, però collegare il risultato elettorale con le vicende della globalizzazione è in parte giusto ma in parte, forse, scorretto. Ci sono altri Paesi europei che hanno saputo fronteggiare sia la globalizzazione sia l’integrazione europea in modo migliore di noi. In Germania, per esempio, ma più in generale in tutto il Nord Europa, la disoccupazione si è addirittura ridotta rispetto i primi anni del 2000, il PIL è cresciuto e l’economia va sicuramente molto meglio.  Sono Paesi, quelli, in cui nel corso dei passati decenni sono state fatte numerose riforme, per esempio quelle di flessibilizzazione del mercato del lavoro, che in Italia sono state fatte soltanto in parte e, devo dire, in situazioni di particolare crisi.

    Sulle performances dell’economia italiana ha certamente pesato la specializzazione produttiva del tessuto industriale nazionale, che non è particolarmente adatta a far fronte alla concorrenza internazionale. L’economia italiana si compone di un settore molto ampio della piccola e media impresa e non è particolarmente competitiva nei settori tecnologicamente avanzati, quindi siamo più in difficoltà rispetto ad altri Paesi. Tuttavia, queste difficoltà sarebbero emerse anche in assenza di particolari eventi di apertura dei mercati come la globalizzazione e l’unione monetaria europea. Quindi direi che viviamo una situazione di difficoltà particolarmente acuta per una molteplicità di fattori, questo va considerato.

    Quindi è possibile affermare che la globalizzazione può essere definita tanto un’opportunità quanto un’incognita, il punto è come viene governata…

    Certamente. Lo vediamo con l’esempio di molti altri Paesi dove la globalizzazione è stata un’opportunità. L’apertura dei mercati ha messo a disposizione delle economie avanzate mercati di sbocco molto ampi, in crescita. La classe media che si sviluppa a ritmi serrati in Asia garantisce ai Paesi che sanno approfittarne una crescita superiore a quella che si potrebbe avere soltanto con l’economia nazionale. Per di più, bisogna considerare che l’Europa è un continente in forte decrescita demografica e quindi il fatto di proiettarsi verso l’esterno è un’occasione da sfruttare.

    Eppure, i partiti populisti e nazionalisti hanno dichiarato guerra alla globalizzazione e l’opinione pubblica, come dimostra il caso americano, è profondamente divisa sul tema.

    Guardi, io cercherei di essere più specifico per quello che riguarda la crescita dei movimenti populisti e nazionalisti, che sicuramente avviene in tutta Europa, si pensi alla Brexit e a certi movimenti di destra che esistono in Germania e in Nord Europa. Io credo che la ragione principale della crescita di questi movimenti sia il fenomeno dell’immigrazione. E, secondo me, l’immigrazione è anche il fenomeno che spiega il risultato elettorale italiano. C’è un problema economico ma principalmente di carattere culturale e civile.

    L’integrazione tra diverse etnie, l’arrivo di immigrati che portano con sé  culture molte diverse dalla nostra spaventa e soprattutto dà una sensazione di insicurezza che si annida nelle classi meno privilegiate, su cui poi gli immigrati hanno un maggiore impatto, in termini di povertà e sicurezza. Questo è un fattore certamente da collegare con la globalizzazione ma io credo che si tratti di un fenomeno specifico.

    Anche nelle ultime elezioni americane ritengo che questo fenomeno abbia giocato un ruolo fondamentale. Tuttavia,  negli USA c’è stata anche una notevole deindustrializzazione, soprattutto per quel che riguarda l’industria tradizionale, la meccanica, l’automotive, legata principalmente al progresso tecnologico, all’automazione del lavoro, piuttosto che alla globalizzazione dei mercati.

    Quindi è chiaro che è in corso un cambiamento nelle caratteristiche dello sviluppo economico, tuttavia legarlo tout court alla globalizzazione trovo che sia improprio. Direi che ci sono due dinamiche, una è quella della globalizzazione e una quella dei cambiamenti tecnologici, che producono in certi settori insicurezza e una nostalgia del passato e che possono spiegare, almeno in parte, fenomeni come l’elezione di Trump e lo sviluppo dei partiti populisti in Europa.

    Secondo lei come è stata gestita in Italia la globalizzazione nel suo complesso, e quindi anche il dossier immigrazione? Mi viene in mente una pubblicazione di circa due anni fa dell’OCSE in cui l’Italia condivideva con Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia – tre Paesi che come noi hanno sperimentato un exploit delle forze nazionaliste e populiste – il livello più alto di disuguaglianze economiche e il livello più basso di mobilità sociale tra tutti gli Stati membri. Dani Rodrik, professore di Economia Politica alla Harvard University, sostiene da vent’anni che “l’internazionalizzazione dei mercati di beni, servizi e capitali crea uno spartiacque tra i gruppi qualificati, professionali e cosmopoliti in grado di trarne vantaggio e il resto della società”, ma non sembra che ci sia grande consapevolezza a livello politico…

    Riferendosi a quello che dice Rodrik, probabilmente c’è stata una sottovalutazione, una compiacenza delle classi dirigenti che si rifanno al pensiero liberale, riguardo all’impatto dei fenomeni di cui stiamo parlando. Probabilmente bisognava tenere in maggior conto gli effetti politici di tutte queste dinamiche. Per quanto riguarda i fenomeni migratori, siamo in una posizione di svantaggio. L’immigrazione che riceviamo non è quella migliore, per così dire. Da noi arrivano soprattutto immigrati con basse qualifiche professionali, che quindi danno un contributo alla produttività inferiore a quello che succede in altri Paesi. Tuttavia, questo dipende anche dalle caratteristiche della nostra economia, non solo dalla posizione geografica del paese.

    Credo che sia molto difficile rispondere alla domanda “si poteva fare di più?”. Il processo è molto difficile da contenere e le politiche migratorie sono sempre molto complicate. Probabilmente sono stati commessi errori politici, ma non so dire come questa situazione potesse essere gestita in altro modo. Certamente, in un momento in cui si fa fronte a un problema come questo, bisogna tenere conto di come reagisce l’Europa nel suo insieme. Si tratta, infatti, di un fenomeno che va valutato a livello comunitario più che a livello nazionale, quindi non mi sentirei di dire che ci sono state delle manchevolezze particolari da parte del governo italiano. Sicuramente molti partiti politici hanno soffiato sul fuoco, hanno alimentato il problema. In questi casi è molto importante la percezione dei cittadini e molti partiti politici in Italia hanno amplificato la percezione del problema. Problema che è certamente gestibile, ma con politiche più innovative, diverse.

    Il fronte progressista, dunque, dove ha sbagliato?

    Questa è una domanda molto difficile. Certamente c’è una difficoltà generale della sinistra nel riuscire a trovare una sintesi che permetta la transizione dal vecchio modello socialdemocratico verso uno più aperto al libero scambio, ai mercati internazionali, ai cambiamenti produttivi che avvengono nell’economia, nel mercato del lavoro e nel ruolo dell’industria. Da una parte, il modello socialdemocratico è inadeguato a fronteggiare i problemi di oggi, d’altra parte la sinistra non è pronta ad avere un approccio più liberale, più aperto. Questa sintesi bisognerà trovarla e non sarà facile, però, detto questo, io credo che abbia pesato anche la reciproca delegittimazione. Soprattutto, l’emergere all’interno della sinistra di una leadership meno ostile a politiche liberali, più aperta a quella che una volta si chiamava la terza via – oramai è diventata una formula un po’ scorretta di cui non si può parlare – ha determinato una serie di scontri feroci. Questo ovviamente è un segno di debolezza e non si può pretendere che l’elettorato reagisca positivamente quando la sinistra stessa brucia in maniera così netta i propri leader perché non è disposta ad aprire un confronto al suo interno.

    Nel corso degli ultimi anni c’è stata una forte ostilità nei confronti della leadership di Matteo Renzi. All’indomani delle elezioni le tensioni hanno avuto un epilogo prevedibile, data l’entità del risultato: le dimissioni del Segretario del PD. Tuttavia, questa è la tornata elettorale in cui i centristi di sinistra, di cui Renzi è stato il campione, hanno ottenuto la percentuale di preferenza più alta nella storia della seconda Repubblica.  Al contrario, la sinistra tradizionale, che ai tempi del primo centro-sinistra (1996) rappresentava oltre l’80% dei voti dello schieramento progressista, si è ridotta a una sparuta minoranza. Che ne pensa?

    IsAG Analytics

    La forza di una componente deriva dall’estrema debolezza dell’altra. La sinistra tradizionale sta oggettivamente affrontando una crisi molto forte. Tuttavia, dato che i partiti populisti arrivano ad assommare circa il 50% dei voti, è evidente che la crisi politica e culturale coinvolge l’interno schieramento progressista.