Renzi non c’entra (quasi) nulla con la crisi del fronte progressista. A dirlo sono i numeri

    Enrico Mariutti

    Com’era inevitabile, i fragorosi risultati dell’ultima tornata elettorale hanno scatenato una resa dei conti all’interno del centrosinistra. La prima testa a cadere è stata quella di Matteo Renzi. Il segretario del Partito Democratico (PD), accusato già da tempo e da più parti di aver personalizzato e polarizzato il dibattito pubblico, paga una strategia programmatica e comunicativa che ha alienato ai democratici i voti delle fasce popolari, restringendo drasticamente la base elettorale del partito. Come rileva il Centro Italiano Studi Elettorali dell’Università LUISS (CISE), il PD si è trasformato da “grande partito di massa a vocazione maggioritaria” in “partito delle élites”.

     

    Tuttavia, mentre è inevitabile imputare a Renzi la trasformazione, e il conseguente ridimensionamento, del PD, è fuorviante e demagogico addebitargli la crisi del fronte progressista, ai suoi minimi storici. La Francia è un caso di studio illuminante per focalizzare la questione. Macron, infatti, ha perseguito una strategia del tutto simile a quella di Renzi, seppur con maggior successo: ricreare un grande blocco centrista in grado di catalizzare i voti dei moderati e isolare i partiti radicali. Come Renzi, è riuscito a cannibalizzare la sinistra di governo, trasformando il Partito Socialista francese in un soggetto politico con un peso assimilabile a quello della minoranza PD (5%). L’ascesa di Macron, però, ha coinciso con quella di Melenchon, il candidato della sinistra radicale che ha ottenuto circa il 20% al primo turno delle elezioni presidenziali del 2017.

    Spostando il baricentro del fronte progressista verso il centro e annichilendo la sinistra di governo, infatti, Macron ha creato le condizioni ideali perché si formasse un partito di sinistra radicale, com’è naturale che fosse nel Paese che aveva il secondo partito comunista più grande d’Europa. Larga parte di questi voti, poi, hanno però contribuito all’elezione dello stesso Macron, convergendo al secondo turno sul candidato centrista o trasformandosi in astensione data l’incompatibilità ideologica e valoriale con l’altro candidato approdato al ballottaggio, Marine Le Pen (del tutto assimilabile al leader della Lega Matteo Salvini). E qui arriviamo al punto: dov’è il Melenchon italiano? Il centrismo di Renzi ha fatto sì perdere al PD il consenso popolare ma la gran parte di questi voti non sono andati a formazioni alla sinistra del PD, bensì o si sono trasformati in astensione o sono confluiti in un partito che rivendica ostinatamente, sin dagli albori, una terzietà rispetto alle categorie di destra e sinistra, e che risulta difficile incasellare anche in quelle di progressismo e conservatorismo: il Movimento 5 Stelle.

    Mentre si rimprovera a Renzi, giustamente, di aver allontanato le classi popolari dal PD, nessuno sembra accorgersi che le forze alla sinistra del PD renziano, i referenti politici naturali di quelle istanze, hanno raccolto poco più del 5%.

    Fonte: IsAG Analytics

    Per il Paese che ospitava il partito comunista più grande d’Europa il dato è stupefacente. La realtà è che in Italia il pensiero liberal da almeno vent’anni non ha alla sua sinistra un interlocutore con cui confrontarsi e stemperarsi nella pratica di governo. Qualche anno fa il prof. Dino Cofrancesco sintetizzò questa dinamica con un esempio fulminante: mentre un’icona del pensiero di sinistra, Zygmunt Bauman, riscopriva in un acclamatissimo saggio la teoria marxiana del valore, formulando quindi una condanna senza appello del consumismo, i ceti popolari chiedevano a gran voce di essere messi a parte di quel mondo dei consumi, patinato ma concreto, in nome di una banale questione di giustizia sociale. A 30 anni dalla morte, Pasolini sembrava già dimenticato.

    La schizofrenia tra riferimenti culturali e realtà quotidiana si è gradualmente trasformata nella “perenne frustrazione di chi aspira a governare sulla base di obiettivi irrealizzabili per poi trovarsi, nel governo, a dover realizzare obiettivi pratici, senza riuscire a spiegare il nesso tra i primi e i secondi” (P.Reichlin, A. Rustichini, Pensare la sinistra, 2012, p. 16). Questa tensione continua non ha solo portato a un problema di auto-percezione all’interno della sinistra, innescando continue fibrillazioni interne e spaccature in seno alle coalizioni con i centristi, ma ha anche ingenerato un problema di percezione nell’elettorato, soprattutto in quello popolare. La sinistra è stata percepita sempre più, e sempre più a ragione, come una forza politica votata alla giustizia ultraterrena piuttosto che all’equità e all’armonia sociale, interessata a semplificare una realtà complessa piuttosto che a esprimerla chiaramente, riluttante ad assumersi la responsabilità di scelte difficili ma necessarie nella pratica di governo.

    Il tema dell’immigrazione offre uno spaccato eloquente su questo fenomeno, dato che l’analisi CISE sui dati provinciali sottolinea come le province con maggior aumento della presenza di immigrati registrano un voto più alto alla Lega. Era il 25 agosto 1989 quando Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano, fu ucciso a Villa Literno da criminali locali. L’omicidio, maturato in un contesto di sfruttamento, degradazione e vessazione inumani, suscitò l’indignazione dell’opinione pubblica e innescò un dibattito politico sul tema dell’immigrazione. Due settimane dopo il Presidente Giorgio Napolitano, allora leader dei miglioristi (la corrente del PCI favorevole a un accordo con i centristi), illustrò in una conferenza stampa cinque proposte del governo ombra del PCI sul tema dell’immigrazione:

    • “Il governo avvii senza indugio colloqui bilaterali con quei Paesi della sponda sud del Mediterraneo e africani da cui proviene un crescente flusso migratorio verso l’Italia. Questi colloqui devono avere per oggetto il modo in cui regolare il flusso migratorio e allo stesso tempo il modo in cui intensificare da parte italiana l’aiuto allo sviluppo verso ciascuno di quei Paesi”
    • “Il governo solleciti e favorisca il rilancio della politica comunitaria e un urgente coordinamento su basi di responsabile lungimiranza delle politiche di immigrazione e cooperazione tra tutti i Paesi della Comunità Europea”
    • “Il governo metta a punto un piano per la regolarizzazione di tutti gli immigrati già stabilitisi in Italia, per la garanzia dei loro diritti e il soddisfacimento dei loro bisogni fondamentali”
    • “Il governo convochi al più presto un incontro Governo-Regioni per il coordinamento degli interventi”
    • “Il governo affronti finalmente la questione del degrado complessivo dell’organizzazione del mercato del lavoro in Italia, l’esigenza di una sua riforma che abbracci anche il rilevantissimo aspetto della crescente presenza di manodopera straniera”

    La lucidità e la lungimiranza di allora dovrebbero guidare la sinistra di oggi. Spingerla a smettere di far finta che i problemi non esistano e iniziare a ragionare su come risolverli, a smettere di stigmatizzare senza alcuna distinzione come razzismo e ignoranza paure e ansie diffuse, cercando invece di comprenderne la radice logica e razionale. Solo attraverso questa palingenesi della sinistra il centrosinistra potrà tornare competitivo e il pensiero progressista ascoltato.

    Il renzismo ha solo reso più probabile che questo avvenga in un condominio piuttosto che in una casa comune. Al momento, però, quello che manca sono gli inquilini di un’intera palazzina.

    Enrico Mariutti è Vicepresidente dell’IsAG.

    Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’Autore e non rappresentano il punto di vista dell’IsAG.