PIL indicatore imperfetto ma insostituibile del livello di sviluppo di un paese

    Alberto Belladonna

    Il PIL rappresenta il primo strumento di contabilità nazionale, non solo sotto il profilo cronologico, ma anche per successo di utilizzo: è il mezzo di valutazione più appropriato della produzione all’interno di un’economia. Esso consente in tal modo di valutare gli andamenti del ciclo economico, spiegando perché sia il dato tenuto maggiormente in considerazione dalle autorità per decidere le azioni di politica economica. Dall’ultimo quarto del secolo scorso però varie sono state le voci, provenienti non solo dalla letteratura economica (Sen, Stiglitz, Fitoussi), ma anche psico-sociologica (Cantril), che ne hanno messo in evidenza i limiti ai fini della valutazione dello sviluppo del sistema economico, facendo riferimento soprattutto ai dati empirici. Le diverse declinazioni del dibattito su “economia e felicità” (Galbraith, Easterlin) hanno posto in risalto l’opportunità del ricorso ad altri indicatori, in grado di spiegare la discrasia tra crescita economica e sviluppo di una società.

    Sebbene tentativi di misurare la produzione aggregata di un sistema economico risalgano ai fisiocratici francesi, è alla fine della seconda guerra mondiale che gli USA e i paesi europei assunsero un sistema di contabilità nazionale, sulla base dei lavori di Kuznets. Il PIL da allora costituisce l’indicatore del valore dei beni e dei servizi finali prodotti all’interno di un’economia ovvero la somma dei redditi percepiti dai fattori economici in un arco temporale (a seconda che si calcoli dal lato della produzione o dal lato del reddito).

    Il tasso di crescita del PIL reale, ossia il PIL aggiustato per l’inflazione, permette di giudicare l’andamento dell’economia negli anni, distinguendo fasi di espansione e di recessione a seconda che quello sia positivo o negativo. Il PIL reale pro capite, ossia il PIL diviso per la popolazione di uno Stato, permette di misurare il tenore di vita di un paese. È evidente come tale variabile macroeconomica sia stata il riferimento principe per le scelte di politica economica dei governi e per giudicare la crescita e lo sviluppo dell’economia di un paese rispetto ad un’altra, grazie al confronto dei tassi di crescita del PIL.

    Soprattutto durante le politiche keynesiane, diffusesi in USA ed in Europa a partire dagli anni quaranta, il PIL ha dimostrato di essere un indicatore insostituibile per misurare la produzione corrispondente alla domanda aggregata. I vantaggi sono di tipo conoscitivo e politico: esso da solo permette di descrivere le interazioni fra i soggetti economici (famiglie, imprenditori, Stato, estero) ed i redditi prodotti senza dover fare riferimento ad informazioni frammentate e di diverso tipo, come in passato, così da poter avere dati econometrici immediati sui quali costruire le politiche macroeconomiche. Sembrava dunque che potesse misurare compiutamente il raggiungimento degli obiettivi della società, il progresso e lo sviluppo economico-sociale.

    Negli anni settanta cominciano ad essere messi in evidenza in letteratura i limiti del PIL, non solo quelli di carattere strutturale, i quali erano stati intuiti già dallo stesso Kutznets, ma anche con riferimento ai nuovi sviluppi nell’economia dello sviluppo e alla crescente attenzione del dibattito “Happiness and Economics”. Kutznets nota come il PIL colga solo alcuni aspetti limitati alla crescita economica, mentre non è esaustivo per la descrizione del benessere totale dei soggetti di un sistema economico. Esso infatti non tiene conto delle attività non profit, legate al volontariato ed al lavoro domestico e familiare; del sommerso; ed in particolare di tutte le esternalità positive e negative al livello socio-economico ed ambientale (dall’urbanizzazione alle migrazioni, al cambio della struttura produttiva, all’istruzione, al progresso tecnologico e sanitario, in positivo, all’inquinamento e alle sperequazioni sociali ed economiche, in negativo).

    Nel decennio seguente molti economisti, sulla base dei difetti dei modelli di crescita esogena mostrati dalla realtà empirica, cominciano a scindere le analisi dello sviluppo da quelle della crescita economica, in quanto non si realizza il c.d. “catching-up” tra paesi in via di sviluppo e paesi industrializzati: gli alti tassi di crescita economica dei PVS non si accompagnano ad un aumento del benessere della popolazione (sebbene si riduca la povertà, aumentano le disuguaglianze). In letteratura si sposta l’accento sul benessere della popolazione e sulla giusta allocazione delle risorse, per cui il metro per giudicare lo sviluppo di un sistema economico non è tanto la produzione aggregata, quanto il benessere della popolazione, il cui aumento è possibile solo attraverso la trasformazione strutturale dell’economia. Ai dettami dell’economia del benessere, finalizzati al raggiungimento dell’efficienza del sistema, si aggiungono correzioni di tipo equitativo, nell’ottica della giustizia distributiva: la trasformazione strutturale dell’economia mira ad ottenere una distribuzione delle risorse non solo efficiente, ma anche equa.

    In questo clima si sviluppa al contempo il dibattito sull’Happiness & Economics, originato dagli studi di psicologi, sociologi e filosofi i quali partono dal presupposto che l’obiettivo principale dell’essere umano sia la realizzazione personale e la vocazione alla felicità. Negli anni settanta il demografo americano Easterlin parte dagli studi statistici sulla misura della felicità della popolazione di Cantril per giungere all’elaborazione del “paradosso della felicità”, in base al quale i miglioramenti delle circostanze oggettive della vita non producono effetti duraturi sul benessere della popolazione, ma solo temporanei. I dati empirici mostrano come non sempre soggetti ad alto reddito siano più felici di soggetti a basso reddito.

    Il paradosso diventa oggetto di analisi in letteratura, per cui vari economisti si succedono nella spiegazione dello stesso, facendo riferimento all’insoddisfazione tipica delle economie industrializzate, dovuta alternativamente agli effetti di “novità e comfort” (Scitovski), all’induzione dei bisogni nelle società del consumo di massa (Galbraith), all’”adattamento edonico e al confronto sociale” (Easterlin), al trascurare i “beni relazionali”, alla negazione dei diritti e delle libertà (Sen). La soluzione che accomuna tali economisti sta nel rigetto della visione classica dell’economia, basata sulla massimizzazione dell’interesse personale, e piuttosto nel perseguimento della realizzazione personale e della propria felicità grazie ad un maggiore ricorso al tempo libero, alla cooperazione e alla cura delle relazioni umane, forieri di importanti esternalità positive.

    È evidente come in tale ottica il PIL non possa rappresentare un misuratore corretto e completo, basandosi solo su dati oggettivi attinenti al reddito, per cui occorre far riferimento ad indicatori alternativi. Sen oppone ad esempio un indicatore complesso, il “capability approach”, in grado di valutare il benessere dei soggetti attraverso l’analisi di “funzionamenti” e “capacità”, ponendo l’accento soprattutto sul tema della giustizia e dei diritti.

    L’attenzione al tema è divenuta via via crescente, interessando gli sforzi della cooperazione multilaterale, al livello internazionale e regionale. A partire dal 1990 le Nazioni Unite per l’elaborazione dell’annuale “Human Development Report” adottano l’“indice dello sviluppo umano”, il quale assume differenti variabili: dall’aspettativa di vita al livello di istruzione, alla tutela dei diritti e delle libertà, alla coesione sociale e politica, alla tutela della sicurezza e della salute. Nell’ultimo decennio gli economisti dell’OCSE si sono confrontati sul tema in una serie di conferenze che avevano ad oggetto la misurazione del benessere degli individui, mirando all’elaborazione di indicatori alternativi al PIL: essi fanno riferimento alle variabili analizzate dall’ONU, assumendo però un’ottica intergenerazionale, che tiene conto anche della protezione dell’ecosistema, per cui il benessere deve essere “equo e sostenibile”. La Francia è stata il primo paese ad istituire, nel 2008, una Commissione di economisti di chiara fama, Stiglitz, Sen e Fitoussi, per misurare il benessere della popolazione: il rapporto finale richiede di spostare l’attenzione dalla misura della produzione dell’economia al benessere delle persone, da misurarsi sulla base di un “approccio multidimensionale”, che oltre al reddito consideri l’istruzione, al salute, le attività personali e le relazioni sociali, la sicurezza e l’ambiente. L’iniziativa francese è stata il volano che ha portato l’Unione Europea a istituire lo “Sponsorship Group” all’interno di Eurostat, per misurare il benessere europeo. Anche l’Italia ha seguito l’esempio: il CNEL e l’Istat dal 2013 hanno iniziato a pubblicare il Rapporto BES (Benessere Equo e Sostenibile). Queste esperienze pure assumono lo stesso approccio multidimensionale.

    Proprio tale tipo di approccio, che rappresenta il valore aggiunto rispetto al PIL, costituisce al contempo la ragione che porta a preferire il misuratore classico della produzione. È indubbio che la complessità delle società contemporanee e la distanza tra il livello di reddito e la percezione del benessere facciano sì che il PIL non colga tutte le caratteristiche dell’oggetto di indagine, con il pericolo di giungere a decisioni inefficienti o inefficaci. È altrettanto indubbio però che l’analisi delle molteplici variabili richieste per la misurazione del benessere sia complicata e meno immediata e si possa prestare a soluzioni discordanti a seconda delle variabili e dei soggetti coinvolti. Il PIL rimane per questo un buon misuratore per la sua praticità ed immediatezza, dunque uno strumento utile per il decisore economico, il quale però dovrà essere consapevole della maggiore complessità della realtà, di cui il PIL coglie gli aspetti più evidenti, ma pur sempre parziali.

    Alberto Belladonna è collaboratore presso la Camera di Commercio Italo Guatemalteca. Visiting Professor presso la Universidad Francisco Marroquin, Guatemala con corso in “Comercio Internacional”. Laureato in Relazioni Internazionali con un MBA presso la LUISS Business School.