Il Brasile profondo arriva al potere: la vittoria di Bolsonaro e gli effetti sulla politica estera

    Márcio Olímpio Fernandes

    La vittoria di Jair Bolsonaro ha destato stupore dentro e fuori dal paese. Archiviata la sorpresa per la conquista del potere, sono cominciate a sorgere alcune domande rivolte soprattutto agli studiosi che seguono la politica brasiliana da vicino. Gli analisti, nonostante i noti problemi che sta affrontando la maggiore economia latinoamericana, continuano a chiedersi: come mai il Brasile, un paese con una grande diversità etnica e culturale, con una democrazia stabile da almeno trent’anni ha eletto un candidato dell’estrema destra, autoritario, conservatore, accusato di strumentalizzare i suoi discorsi contro le minoranze sociali e, fino ad allora, considerato semplicemente alla stregua di un deputato politicamente marginale? Quali saranno le sfide per il nuovo governo e le prospettive in politica estera?

    Benché un anno fa sarebbe stata «inaspettata» e a dir poco «probabile», la vittoria di Bolsonaro, non è incomprensibile. Per capirla fino in fondo si devono tenere in considerazione una serie di fenomeni, come ad esempio, le trasformazioni della società brasiliana negli ultimi decenni, lo stress del sistema politico attuale, ma anche avvenimenti sorprendenti – ma fondamentali – durante le settimane antecedenti alla prima tournee elettorale. Pertanto, al di là del semplice azzardo, sarà necessario rivolgere uno sguardo attento e, dunque, «profondo» verso la complessità del Brasile.

    Una «favorevole» combinazione di fattori congiunturali e strutturali ha consentito a Bolsonaro di consacrarsi come futuro mandatario del Brasile che, per brevità espositiva, si possono riassumere nel modo seguente: 1) il consolidamento del conservatorismo della società brasiliana grazie all’ascesa del cristianismo neopentecostale; 2) la scarsa qualità dei servizi pubblici e l’aumento della percezione della corruzione dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni; 3) la crisi economica e il conseguente antipetismo; 4) la crescente sensazione di insicurezza e l’incremento della violenza urbana; 5) la disputa sull’egemonia della sinistra politica e l’attentato sofferto da Bolsonaro trenta giorni prima della tournee elettorale per le presidenziali.

    Le forze «profonde» che hanno dato impulso a Bolsonaro

    È doveroso premettere, prescindendo dell’immaginario collettivo che si ha del Brasile, ossia di terra allegra, multiculturale e tollerante, che il paese vanta un’eredità culturale molto conservatrice. Nonostante negli ultimi cinquant’anni la modernizzazione e l’urbanizzazione abbiano contribuito ad una considerevole apertura dei «costumi» soprattutto nei più importanti centri del paese, i cittadini che abitano nell’entroterra brasiliano, cioè in quella parte definita come il «Brasile profondo», sono rimasti ancorati ai cosiddetti valori «tradizionali» del passato. Dagli anni novanta in poi, il conservatorismo ha avuto un progressivo e silenzioso «rinnovamento» anche grazie all’espansione delle chiese pentecostali. Secondo il censo ufficiale, negli anni 1991 e 2010, la percentuale della popolazione brasiliana che si dichiarava apertamente evangelica è passata dal 9 al 22%. Nell’ultimo decennio, le correnti evangeliche si sono coalizzate in grandi gruppi di potere rappresentativi dei vari strati in cui è composta la società brasiliana. La politica è diventata uno «strumento» in mano alle chiese evangeliche per espandersi ulteriormente, puntando sulle candidature dei propri capi spirituali, sulla formazione di nuovi partiti politici evangelici e sul controllo dei mass media. I fautori del «rinnovamento» dei valori conservatori, specialmente di quelli legati alla famiglia, alla libertà sessuale e riproduttiva, hanno intravvisto nella candidatura di Bolsonaro una buona occasione per conquistare ampi settori della società allora titubanti, favorendo, in questo modo, la stipulazione di alleanze fra le principali forze neopentecostali desiderose, da una parte, di riaffermare la loro presenza a livello nazionale e, dall’altra, di contenere l’avanzata del progressismo.

    A ciò si aggiunga che, durante il periodo di crescita economica che va dal 2005 al 2012, vale a dire durante i governi di centrosinistra capeggiati dal Partito dei Lavoratori (PT) di Lula da Silva, non si è diffusa più di tanto la «percezione» di un tangibile miglioramento della qualità dei servizi pubblici essenziali a livello locale. Le conquiste del Brasile, soprattutto in ambito sociale, sono evidenti a tutti. Gli indicatori sociali non sono qui in discussione. Eppure la prosperità raggiunta in quegli anni non si è diffusa a macchia d’olio né tantomeno in maniera uniforme fra la classe media e i ceti sociali meno abbienti. Le manifestazioni scoppiate nel 2013 durante il primo mandato di Dilma Rousseff che, unitamente alla sensazione di malessere derivante dalla pubblicazione da parte dei mass media dei grandi casi di corruzione come il Mensalão, l’Operazione Lava Jato, eccetera, non hanno fatto altro che incrementare, al contrario, la percezione di «condanna» verso la vita sontuosa e adagiata dell’élite politica di turno. Ciò ha indubbiamente giovato all’ala politica più radicale, quella che non lesinava discorsi moralizzatori sulla vita politica e istituzionale del Paese. Bolsonaro, un deputato federale, inespressivo e folcloristico, insieme ad un gruppo politico che si radunò attorno a lui a partire dal 2015, hanno percepito questo sentimento, l’hanno fatto proprio e poi l’hanno sfruttato elettoralmente.

    Un altro aspetto davvero significativo della sua «dirompente» vittoria è legato alla lettura che egli stesso fece delle difficoltà economiche che il Brasile sta tuttora affrontando. A suo dire, i veri colpevoli del disastro, sono da ricercarsi nelle passate amministrazioni. Fra il 2015 e il 2016 il PIL si è contratto del 7,2%. La disoccupazione, nel primo trimestre del 2018, si è attestata attorno al 13,1%. E nonostante la débâcle economica abbia macchiato anche il Governo di Michel Temer l’origine dell’attuale crisi è stato fatto risalire alla politica economica implementata da Dilma Rousseff. Gli scandali di corruzione, sommato al naturale logoramento politico del gruppo che ha governato il Brasile negli ultimi anni, ha contribuito all’esponenziale crescita di un forte sentimento di rifiuto verso il PT denominato, appunto, antipetismo, alimentato non solo dalle forze politiche avversarie ma anche proditoriamente amplificato daimass media controllati dall’opposizione. Questo mix letale, in poco tempo, è riuscito a travolgere l’immagine positiva di Lula da Silva: da Presidente con una popolarità vicina all’87% durante il mese di dicembre 2010 a politico con meno del 46% di gradimento a fine giugno 2018. L’antipetismo ha, infatti, avuto un impatto negativo anche sui restanti partiti di sinistra e così, le attenzioni dell’elettorato, si sono spostate verso le proposte economiche meno progressiste, beneficiando la candidatura di Bolsonaro, un politico conservatore nei valori ma liberale dal punto di vista economico.

    A questo punto si potrebbe affermare che la crisi economica, unitamente al sentimento antipetista avrebbe potuto beneficiare a qualunque candidato della destra brasiliana con un profilo non così estremo. In realtà vi è un altro elemento che ci aiuterà a comprendere come mai un ex capitano dell’esercito raggiunse l’apice della popolarità con discorsi autoritari e particolarmente critici nei confronti dei diritti umani: la sensazione di crescente «insicurezza» che si vive nel paese. Nell’anno 2016 gli omicidi in Brasile hanno superato i 60.000. Stiamo parlando di una cifra trenta volte superiore alla media europea. Negli ultimi dieci anni circa 553.000 persone hanno perso la vita in maniera violenta. Organizzazioni criminali hanno aumentato a dismisura il proprio potere e, attualmente, dispongono di ramificazioni anche all’estero. L’idea generale che i Brasiliani si sono fatti è che il loro sistema penale è troppo permissivo ed incapace di contenere la violenza. L’annoso problema della «pubblica sicurezza» non è stato affrontato, in maniera risolutiva, dai precedenti governi. Pertanto incominciò a germogliare l’idea di un candidato che si potesse battere per uno Stato forte, poco tollerante, disposto a sfoggiare il «pugno di ferro» contro il crimine e che si dimostrasse propenso a facilitare il porto d’armi per tutti i cittadini onesti. Benché ciò significasse porre in pericolo a buona parte delle libertà fondamentali, le proposte di Bolsonaro furono «allettanti» per una buona fetta dell’elettorato brasiliano che oggi si sente «minacciato» dalla violenza. I suoi discorsi, spesso rivolti contro l’inefficacia dell’attuale sistema politico, contro la decadenza morale e gestionale del paese, talvolta si sono rivelati anche «nostalgici» dei governi militari che si sono alternati fra il 1964 e il 1985. Insomma ogni occasione è buona per far trapelare l’ansia per l’ordine, per dare spazio ai sentimenti antisistema e presentarsi come candidato antiestablishment riuscendo, con mirabile perizia, a condensare su di sé tutto il malcontento sociale esploso durante le manifestazioni del 2013 e del 2016. Animate da diversi interessi politici, tutte queste voci di dissenso sono state canalizzate da alcuni candidati outsiders, fra i quali, proprio Bolsonaro e il suo gruppo politico. Le strategie di comunicazione durante la campagna elettorale e l’utilizzo consapevole delle reti sociali hanno fatto il resto. Nessun altro candidato ha saputo radunare attorno a sé tutti quei sentimenti di «riscatto» dei valori conservatori, di antipetismo e di volontà di sopraffare la delinquenza con determinazione. Nonostante il crescente appoggio popolare, la sua candidatura ha capitalizzato anche buona parte del «dissenso» manifestato da molti elettori contrari alle sue politiche che, durante il mese di settembre 2018, si attestavano attorno al 45%. I sorprendenti successi delle ultime settimane di campagna elettorale si sono rivelati decisivi per la sua vittoria.

    La «resa dei conti» dentro alla sinistra e l’attentato

    Nel mese di settembre 2018, a seguito della condanna a prigione di Lula da Silva per l’affare Lava Jato, il PT decise di annunciare pubblicamente che l’ex presidente sarebbe stato il candidato del partito nelle prossime consultazioni presidenziali. Con questa azzardata decisione il PT cercò disperatamente di legare la sua immagine alle aspettative elettorali che comunque generava Lula fino a quando non si fosse trovato un altro candidato in grado di sostituirlo. Così facendo il PT si è prefissato un duplice scopo: rinunciare a presentare un proprio candidato e mantenere intatta la sua egemonia all’interno del panorama delle sinistre. Tant’è che il PT cercò di isolare Ciro Gomes, il candidato alternativo della sinistra che, secondo alcuni sondaggi, avrebbe potuto sconfiggere Bolsonaro durante il ballottaggio. A seguito dell’interdizione di Lula da parte della giustizia, il PT decise di candidare al suo posto Fernando Haddad, l’ex sindaco di São Paulo che era stato sconfitto durante le comunali del 2016. Secondo i sondaggi, Haddad aveva meno possibilità di sconfiggere Bolsonaro al ballottaggio rispetto a Gomes. Questa discutibile scelta si è rivelata un boomerang per il PT poiché permise ai fautori dell’antipetismo di scagliarsi contro un candidato che non rappresentava l’alternativa tanto desiderata dai Brasiliani bensì la continuità del governo in carica.

    Infine, l’imprevedibile protagonista dell’inarrestabile ascesa di Bolsonaro verso il Palácio do Planalto – sede dell’esecutivo brasiliano – è stato l’attentato che egli stesso subì agli inizi di settembre. Dopo essere stato pugnalato durante un comizio, il suo gruppo di comunicazione decise di tenerlo lontano dai riflettori. Al di là della commozione generale suscitata da questo infausto avvenimento, i suoi opponenti hanno visto svanire la possibilità di sfruttare contro di lui le sue pessime performances durante i dibattiti televisivi. I dibattiti televisivi sono fondamentali in Brasile perché consentono agli indecisi di propendere per l’uno o l’altro candidato. Sicché, lontano da ogni tipo di confronto pubblico, Bolsonaro è riuscito a tenersi al riparo sino al ballottaggio che lo ha proclamato vincitore il 28 ottobre scorso.

    Le sfide del nuovo governo in tema di politica estera

    Jair Bolsonaro rappresenta una destra politicamente poco sperimentata. La sua vittoria elettorale non si è limita alla conquista della presidenza della Repubblica, dato che il suo gruppo politico, radunatosi attorno al poco conosciuto Partido Social Liberal, ha ottenuto importanti risultati sia a livello statale [n.d.r. gli Stati in Brasile equivalgono alle nostre regioni] che in sede parlamentaria. Il suo successo più grande resta quello di essere riuscito a coalizzare, politicamente, un insieme di idee di destra che, fino a quel momento, non avevano avuto alcuna visibilità. L’etichetta di «fascista» che gli viene spesso addossata non riesce a definire con precisione tutte le particolarità che presenta questo personaggio politico di spicco. Egli resta un politico di destra, conservatore, neopopulista e con forti valori morali e religiosi. In quanto ex capitano dell’esercito in un paese segnato dalla storica presenza dei militari nella vita politica dello stesso, tiene i suoi discorsi con tono autoritario, utilizza un lessico nazionalista e genera crescenti simpatie in tutte le classi sociali. Tutte caratteristiche che lo aiuteranno ad affrontare la sfida politica più importante: ritrovare il senso di «unità» in un paese profondamente lacerato dalla violenza e dagli scandali di corruzione. La prima tappa all’orizzonte è quella di costruire una maggioranza parlamentaria in quanto il sistema politico brasiliano si regge sulle ampie coalizioni di governo. Se non dovesse riuscire nell’intento, il pacchetto di riforme liberali tanto promesso durante la campagna elettorale, potrebbe non essere attuato, compromettendo così, sul nascere, la stabilità del nuovo governo. Ne sanno qualcosa gli ex presidenti Fernando Color de Melo e Dilma Rousseff. La stabilità è di fondamentale importanza in un paese in cui l’amministrazione è contrassegnata dalla forte presenza di militari riformati poco propensi al tatto con gruppi di oppositori e che si dimostrano riluttanti avverso i controlli istituzionali tipici dei sistemi democratici.

    In tema di politica estera, il Brasile, nonostante l’alternanza di governi variopinti, si è sempre distinto dal resto dei paesi latinoamericani in quanto persegue una politica indipendente e non in linea con le grandi potenze mondiali. Tuttavia il mixfra nazionalismo, conservatorismo evangelico e pensiero economico-liberale, potrebbe riavvicinare il Brasile alla politica estera del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La designazione del diplomatico Ernesto Araújo al Ministero degli Affari Esteri è un chiaro segnale che Brasilia ha inviato a Washington in questo senso. Araújo attualmente ha l’incarico di direttore del Dipartimento «Stati Uniti, Canada e Affari Interamericani». Un incarico ministeriale di medio rango. Ma è considerato un ultraconservatore fervente sostenitore di Donald Trump che, oltre a dichiararsi nazionalista e contro la globalizzazione, non perde l’occasione di scagliarsi contro tutto ciò che egli stesso definisce come «Cinese Maoista». Infatti, uno dei primi a congratularsi pubblicamente della vittoria di Bolsonaro è stato John Bolton, Consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump.

    La preoccupazione regna sovrana in alcuni uffici del Palácio de Itamaraty – sede del Ministero degli Affari Esteri brasiliano – ma anche fra coloro che vogliono preservare l’indipendenza della politica estera brasiliana e che considerano Araújo come un diplomatico di bassa lega per un incarico così importante. Vero è che il carattere intuitivo e spontaneo di Bolsonaro, estremamente utile durante una disputa elettorale di livello nazionale, potrebbe, al contrario, avere ripercussioni negative sulla politica estera di una grande potenza regionale. La visita all’isola di Taiwan durante il mese di marzo e le sue dichiarazioni di «sfiducia» nei confronti della relazione sino-brasiliana hanno generato sgomento nei piani alti di Pechino. Alti funzionari del governo cinese ma anche un’editoriale del giornale Global Times in data 30 ottobre ultimo scorso – tabloid ufficioso del Partito Comunista Cinese – hanno lanciato l’allarme circa la «provocazione» del Presidente brasiliano e paventato l’eventuale «raffreddamento» della relazione economica bilaterale. Non va dimenticato che la Cina è il primo socio commerciale del Brasile e, nel 2017, è stato il destinatario del 22% delle sue esportazioni. Le sue dichiarazioni via Twitter, annunciando l’intenzione di spostare l’ambasciata brasiliana da Tel Aviv a Gerusalemme, hanno causato la dura reazione da parte dell’Egitto che, come rappresaglia, ha deciso di cancellare l’invito rivolto all’attuale ministro degli Affari Esteri Aloysio Nunes di visitare Il Cairo. E, ancora, la Lega Araba ha inviato una lettera all’ambasciata brasiliana a Il Cairo condannando le sue parole. Le posizioni di Bolsonaro non solo si propongo di promuovere un allineamento con gli Stati Uniti d’America, ma anche con Israele. La situazione è delicata se si considera che i paesi arabi – alcuni dei quali continuano a non riconoscere Israele – sono fra i maggiori acquirenti di proteine animali brasiliane. Senza contare che le esportazioni del Brasile verso questi paesi hanno raggiunto circa 15,5 miliardi di dollari durante il 2017.

    Insomma la poca preparazione di Bolsonaro – e dei suoi collaboratori – circa l’attuale panorama internazionale hanno generato forti tensioni all’interno del Mercosur e dell’Unione Europea. Fra le misure che sono state annunciate si possono annoverare la soppressione del Ministero dell’Ambiente e l’intenzione di non aderire all’Accordo di Parigi, ostacolando, di fatto, il raggiungimento di un accordo commerciale fra il blocco sudamericano e quello europeo. In ogni caso Bolsonaro ha inviato un messaggio rassicurando il suo omologo argentino, Mauricio Macri, circa l’intenzione di restare all’interno del mercato comune a condizione che il Mercosur non sia guidato da «questioni ideologiche». Le tensioni internazionali non finiscono qui. Cuba ha annunciato che non farà più parte del programma Mais medicos promosso dall’esecutivo brasiliano. Pertanto ritirerà circa 11.400 medici che forniscono assistenza sanitaria nelle località più remote del Brasile. La decisione del governo dell’Avana è stata presa a seguito delle critiche che Bolsonaro ha rivolto a detto programma ma anche come risposta alle sue minacce di voler rompere le relazioni diplomatiche con l’isola caraibica. Durante la campagna elettorale, il Presidente eletto si fece partigiano di una politica estera cosiddetta «pragmatica» e libera da condizionamenti ideologici. Eppure le sue dichiarazioni non sono state ben accolte al Palácio do Itamaraty né, tantomeno, nei circoli più influenti delle forze armate. Perfino l’imprenditoria non vede di buon occhio l’impatto negativo che questo nuovo modo di fare politica estera potrebbe avere sul commercio estero, soprattutto in un momento in cui il Brasile sta cercando freneticamente di riequilibrare la sua bilancia commerciale.

    La politica estera sarà un «campo di battaglia» fra i settori ultraconservatori evangelici che hanno dato l’appoggio a Bolsonaro – e che si professano favorevoli all’allineamento con gli Stati Uniti – e i funzionari di carriera come i diplomatici e gli ufficiali delle forze armate, categorie che sono state educate professionalmente per avere un approccio molto più «proattivo». Rifiutare l’ordine internazionale multilaterale sarà controproducente per il Brasile; non per gli Stati Uniti. E alcuni settori di Palácio do Itamaraty sanno perfettamente che le pregresse esperienze di «allineamento automatico» con gli Stati Uniti raramente hanno significato un vero e proprio «riconoscimento» di una alleanza strategica e duratura con il Brasile. In quanto Presidente eletto e capo del «Governo di transizione» Bolsonaro ha dimostrato di prediligere un processo decisionale sensibile alla reazione positiva o negativa delle sue risoluzioni. Il concetto si applica, con diverse sfumature, anche alle interazioni che il Brasile vorrà stabilire con il resto del mondo. Tutto dipenderà dai grandi temi che il suo staff sottoporrà alla sua attenzione. Si dovrà tener conto, inoltre, del «peso» delle opinioni del suo altro staff – quello economico – e dell’intensità di risposta (o di minaccia) che potrebbero pervenire dagli attori internazionali a seconda dei temi trattati. Risposte o minacce potrebbero essere decisive al momento di prendere una decisione finale.

    Questo «modello di interpretazione» sulla futura politica estera di Bolsonaro è estremamente importante per comprendere quale sarà la presa di posizione del Brasile all’interno del gruppo BRICS: il disinteresse del mandatario appena eletto per la cooperazione multilaterale è noto a tutti. Non è peregrino pertanto aspettarsi una perdita del peso politico del Brasile all’interno di questo gruppo – senza che ciò comporti una vera e propria rottura – durante i primi anni del suo mandato. Oggi come oggi, l’interazione fra l’ala conservatrice e pragmatica del «Governo di transizione» ha raggiunto un compromesso interno: il Brasile eviterà di partecipare alle dichiarazioni «politiche» dei BRICS e, a sua volta, valuterà ogni eventuale opportunità economico-commerciale sotto la logica dell’interscambio bilaterale. Ne consegue che il mantenimento (o congelamento) dei rapporti dentro il gruppo dipenderà, in buona sostanza, dal «peso specifico» delle opportunità economiche che, via a via, si presenteranno, le quali saranno attentamente ponderate a seconda del «grado» di compromesso (o di pressione) raggiunto (o esercitato) dagli altri membri con il Brasile. Nella comunità diplomatica di Brasilia è risaputo che gli altri membri del gruppo – specialmente la Cina – sono disposti ad aspettare e valutare se vi sarà un cambio di rotta «effettivo» della politica estera brasiliana nei confronti del gruppo oppure no. Ma la loro pazienza non sarà eterna. Appare evidente che il Brasile potrebbe perdere la sua tradizionale propensione verso una politica estera «stabile» e basata sulla proiezione strategica del paese e optare per un’esperienza «dottrinaria» sensibile tanto alle reazioni interne ed esterne dipendendo dai temi trattati. La resilienza di questo modello – così come il futuro assetto del neo governo – determinerà la continuità della politica estera «dogmatica» già preannunciata dal presidente eletto oppure la sua progressiva sostituzione verso le tradizionali linee di azione guidate dalla «proattività» del Palácio do Itamaraty. Le forze «profonde» che hanno condotto Bolsonaro alla vittoria elettorale potrebbero anche portarlo verso una sicura sconfitta nel grande scacchiere delle relazioni internazionali.

    Márcio Olímpio Fernandes. Analista specializzato in politica brasiliana e politica internazionale. Attualmente risiede in Brasilia, dove collabora con la società Quorum – Strategia politica e relazioni governative. É laureato in Scienze Politiche dell’Università di Brasilia (2008) e ha conseguito il Master Universitario in Storia Contemporanea, con specializzazione in Economia e Relazioni Internazionali dell’Università di Coimbra (2012).

    Traduzione e adattamento del testo a cura di Francesco G. Leone, direttore del programma «America Latina» dell’IsAG.
    Fonte: Capesic