Due mondi a confronto. La Geopolitik tra Weimar e il Nazismo

    Marta Fiorini

    The movement of Geopolitik and Nazism found common feeling on those issues left ‘unsolved’ by the Treaty of Versailles. While ignoring the reasons, merely this “bond” seems to have been the aspect that for a long time was taken into consideration by historians about the discipline and its promoter Karl Haushofer. Without any doubt, after ’33, the geopolitical rhetoric gained wide space inside the Nazi regime, but, how much this actually effected the Nazi political practice remains a question mark to which, at least in part, there was an attempt to answer; regardless of superficial and perhaps even dangerous matchings, it would be rather interesting to wonder what happened concretely to the experience of people like Haushofer, Grabowsky or Dix who were among the greatest exponents of that line of thought during the Weimar years. Rather than wonder how much they influenced, in comparison to Hitler’s expansionism, we have to ask, therefore, what really these characters were asking, how many of their demands overlapped with the political agenda of of Hitler and, finally, how much they’ve obtained.

    La Germania che già attraversava una crisi politica e sociale, trovò nel primo conflitto mondiale e negli anni successivi quel terreno ideale che favorì lo sviluppo della disciplina soprattutto tra gli anni venti e trenta, in particolare tra il 1924 e il 1933 vale a dire tra il lancio della Zeitschrift für Geopolitik e l’ascesa al potere di Hitler; queste due date, lungi dall’essere convenzionale nozionismo, delimitano un periodo temporale durante il quale la geopolitica visse un momento di eccezionale dinamismo non solo in senso pratico, ma più propriamente teorico. Il dibattito verteva su temi che ovviamente si ricongiungevano alla contingenza, ma allo stesso tempo la discussione si spostava anche sull’asse teorico: si discuteva di fondamenti, di modelli, di padri e correnti scientifiche e filosofiche che avevano in qualche modo influenzato lo sviluppo della disciplina. Ciò che preoccupava gli intellettuali di Weimar fu non solo il nuovo ordine politico europeo, ma anche tutta la riflessione sull’esperienza della guerra condotta dalla Germania che tra le altre cose, dal punto di vista strettamente militare, aveva scoperto il fianco combattendo su due fronti, determinando un senso di vulnerabilità che molti di quegli intellettuali spesso avevo vissuto sulla propria pelle combattendo, come nel caso del generale Karl Haushofer, padre della Geopolitik. La sconfitta e la “pace” subita a Versailles quindi avevano gettato la nazione intera nella ricerca del perché si fosse persa la guerra. Nella ricerca di nuove verità il circolo degli intellettuali che si riferivano alla Geopolitik vedevano se stessi come l’avanguardia il cui scopo era chiaro: attraverso le variabili geografiche avrebbero analizzato la grande sconfitta al fine di formulare richieste precise al tavolo internazionale delle trattative. In questo senso, come detto in precedenza, andava anche la stessa corporazione degli insegnanti di geografia, ben coscienti che gli errori fatti nel periodo anteguerra erano da ricercare nella scarsa sensibilità geografica delle élite di governo[1].

    La geopolitica dunque era in tutto e per tutto una scienza nuova, capace di interpretare un’epoca nuova; seppur con alcuni limiti, Arthur Dix[2] nel 1926 sottolineava che si passava dall’età moderna, caratterizzata dalla politica coloniale, all’età “contemporanea” che invece si basava su presupposti globali. Non che la politica coloniale non avesse una certa visione globalista, chiaro; la differenza allora risiedeva nei modelli proposti, ad esempio dallo stesso Haushofer, che rispondevano a criteri ben diversi dall’assoggettamento operato da potenze straniere su territori lontani[3]. A tal proposito molto indicative risultano essere le parole del generale Haushofer nella prefazione al volume del 1942 Il Giappone costruisce il suo impero il quale, rivolgendosi “spiritualmente” “agli occidentali e ai tedeschi”, spiega: “… l’avido imperialista del xx secolo ha travestito gli scopi della sua brama di dominio con il binomio <>[5] esso ha ingannato con ciò molti popoli e fra questi anche il proprio. Un’idea imperiale pura trova perciò i suoi confini in se stessa, l’imperialismo formale invece li trova solo dall’esterno: nella violenza straniera di una più forte idea imperiale, oppure in un indomabile contrasto spirituale di libertà pura che deve essere raggiunta dall’interno e non dall’esterno”[6].

    Se i presupposti teorici e politici erano chiari, una delle sfide che si presentò dunque fu quella distinguere il campo di pertinenza della geografia politica dalla geopolitica, considerando che le due discipline infatti, soprattutto agli inizi, erano suscettibili di sovrapposizione. La distinzione si basava non solo sulla “dinamicità” che caratterizzava l’indirizzo geopolitico, ma anche e soprattutto la sua tendenza alla prescrizione politica. Questa nuova variabile, come desumibile dalle precedenti osservazioni, attestavano al geopolitico un ruolo funzionale al governo statale, o meglio funzionale al raggiungimento di certi obbiettivi politici. La tesi che qui si vuole sostenere dunque è che durante gli anni di Weimar l’ambizione degli intellettuali animati dal sentimento revanscista, fu certamente quella di indirizzare l’azione di governo attraverso direttrici deterministiche, correndo talvolta il rischio di dare vita ad un sapere concorrente alla politica tradizionale, compito che però, è bene non dimenticare, gli veniva attribuito anche dalla società stessa. Quello che successe durante il periodo nazista fu un cambio di passo; come evidenziato nella discussione circa l’esperimento della Zeitschrift für Geopolitik, quella stessa cerchia di intellettuali si trovò di fronte ad una macchina politica che almeno negli aspetti superficiali sembrava avere le stesse ambizioni, circostanza che fece profilare un’ipotesi di un rapporto funzionale che quindi garantiva una certa indipendenza del sapere dalla sfera del potere. Quando fu chiara la sostanziale incoerenza tra le due esperienze, il divorzio poté sembrare la soluzione inevitabile, tuttavia non fu quella la strada percorsa, ma prima di giungere a questo tipo di conclusione aspettiamo ancora un momento.

    Si diceva dell’indirizzo politico della geopolitica; qual era la differenza fondamentale con le passate esperienze di geografi come Ratzel che pure indirizzavano la propria ricerca verso scenari politici? Ebbene, la discriminante in questo senso era essenzialmente una; mentre la generazione della Geopolitik si doveva confrontare con problemi contingenti e tangibili, quella di Ratzel era una speculazione che era libera dalla pressione di quegli anni venti. Entrambe dotate di lungimiranza, la prima sarà una scienza indirizzata direttamente agli interessi tedeschi, la seconda invece sarà una speculazione più generale; a riprova di quanto detto basta citare la circostanza per cui la “collusione” con il potere è stata data per certa nel caso Haushofer, mentre è oggetto di un dibattito dai toni più bassi nel caso di Ratzel. È chiaro che in questo paragone si sta operando una forzatura, anche storica, ma ciò che si vuole porre in evidenza è che quella Geopolitik, in quel momento necessariamente esigeva un legame con il potere. Sia Ratzel che Haushofer subirono storture nei loro lavori da parte del regime nazista, il quale strumentalizzando ad hoc quei temi comuni che appunto lasciò presagire una possibilità di collaborazione tra i redattori della Zeitschrift e i vertici di regime. La “stortura” di cui si parla deve essere intesa in riferimento alla natura applicativa della nuova scienza che volontariamente ambiva ad essere strumento politico; scrive Murphy: “Geopolitics was “applied”, however, in the sense that geopoliticians intended their works as contributions to the political, and less directly, cultural discourses of their perios in a way that had not occured to earlier political geographers“[7].

    La sostanziale eterogeneità di coloro che ebbero a riflettere sulla natura della geopolitica dice molto sulla vivacità culturale che circondava la disciplina. Lo stesso non può essere detto di quello che succederà quasi dieci anni dopo la fondazione della Zeitschrift für geopolitik, con l’ascesa al potere di Hitler. Prima del 1933 la geopolitica, sostienne Murphy, “Meant many things to many people. After 1933, it meant one thing, the use of a certain kind of political-geographic rhetoric to justify the racial policies of national socialism. And Nazis, whom many of the geopoliticians themselves welcomed, slowly revealed themselves to be the nemesis of geopolitics“[8].

    Le riflessioni sul valore del concetto di “spazio vitale” furono il fondamentale contributo del sapere geopolitico allo studio dello stato e fu il passaggio attraverso il quale si subordinò la politica alla geografia. Negli anni di Weimar il Raum venne inteso come una forza che attivamente contribuiva alla vitalità dello stato attraverso un circolo virtuoso che produceva non solo la grandezza fisica/geografica, ma più propriamente rinvigoriva il senso nazionale. Le “vecchie” caratteristiche geografiche da sole non aggiungevano nulla di nuovo all’analisi di quegli anni, ma se debitamente coniugate ad un certo spirito vitale acquisivano una luce nuova, una forza nuova che facevano dello “spazio” un elemento dotato di una forza in sé perché evocativa di caratteristiche anche culturali.

    Il concetto di Raum venne propagandato alle masse sia dagli ambienti politici (in particolare dai movimenti di destra), che da intellettuali che non afferivano squisitamente alla geopolitica, come Carl Schmitt il quale, nella sua lettura, poneva l’accento sulla dimensione politica piuttosto che su fondamenti scientifici. L’interpretazione schmittiana del concetto traslata nel campo del diritto internazionale, venne ripresa poi a sua volta da diversi geopolitologi, tra i quali Haushofer. Allo stesso modo il riferimento da parte di Schmitt alla geopolitica è diretto; nel suo volume sui Grandi Spazi del 1939 ragionando in termini di interpretazione corretta dello spazio afferma che “Alcuni argomenti e punti di vista oggi si manifestano a noi con un significato nuovo, alla luce della nuova scienza geopolitica, sotto la guida di Karl Haushofer”[9]. Come riporta sempre Losano, Schmitt comunque non si fermò alla speculazione geografica tout court, ma utilizzò quegli argomenti come base di partenza per la formulazione di un’analisi sugli effetti della dottrina Monroe e in particolare sulla sua ricezione nell’articolo 21 della società delle nazioni (Losano 2011).

    Sempre in tema di diritto internazionale, alla luce di quanto detto, si veniva a porre la questione dei confini, lungo i quali, secondo gli intellettuali di Weimar la lotta dello stato per la vita e per l’evoluzione si materializzava. Se lo stato, grazie ad una spinta vitale, cresce e si evolve, ne consegue che qualsiasi regolamentazione internazionale che stabilisce la fissità dei confini, la dottrina del contrattualismo, progressivamente si svuota di significato; l’ambizione, certamente, era quella di stabilire dei principi quanto più naturali possibili, affinché queste “linee immaginarie” trovassero riscontro nella reale potenzialità degli organismi statali e non in una cristallizzazione dello status quo. L’importanza dell’elemento spaziale e confinario si manifestarono, durante quegli anni, attraverso la produzione di una letteratura volta a studiare caratteristiche e fondamenti al fine di comprovare la la dinamicità di tali elementi. Il confine dunque, sarebbe influenzato tanto dalle variabili geografiche, quanto dalle vicende storiche e politiche, così da diventare soltanto un temporaneo equilibrio politico tra due entità statali. È bene specificare che la questione della mobilità dei confini non fu oggetto di attenzione solo da parte della Geopolitik; seppur con visioni differenti, attirarono l’attenzione anche della geografia politica francese nella quale venivano riconosciuti come punti di equilibrio tra le vitalità dei popoli.

    L’ideologia nazionalsocialista e il pensiero geopolitico

    Per comprendere meglio il conflitto tra geopolitica e nazionalsocialismo è necessario un passo indietro al fine di rintracciare le radici ideologiche del nazismo e constatare come e quanto queste si siano sovrapposte al pensiero geopolitico. Come emerso dagli studi di diversi autori (tra i quali Mosse, Arendt, Bracher, Neumann), il Nazionalsocialismo più che essere un sistema di pensiero organico e coerente fu in realtà un insieme di teorie slegate e incoerenti, rappresentate da personaggi altrettanto distanti tra loro, tuttavia gli aspetti che sembrano primeggiare sono due: il sentimento völkisch e il concetto di Verwurzelung. Il movimento Völkisch nasce a metà del diciottesimo secolo come reazione alla massiccia industrializzazione che aveva investito la Germania in quel periodo. I gruppi che si rifacevano in qualche modo al pensiero Völkisch erano piuttosto compositi; il movimento infatti coinvolse trasversalmente anime di diversa provenienza politica, ma è tra quelle fronde più strettamente nazionaliste che l’ideologia nazionalsocialista attecchisce.

    Punto focale è naturalmente il “Popolo” che in questo contesto si declina attraverso i sentimento romantici ottocenteschi, abbracciando allo stesso tempo un certo anti modernismo. Su questa scia durante l’ottocento si arriverà a far coincidere l’idea di popolo con quella di “purezza razziale”, che trovava larghissima diffusione anche grazie ai lavori dei vari di De Gobineau e Chamberlain, trasformando la questione da sociale in biologico-razziale. La questione della purezza razziale non fu solo mero dibattito, ma piuttosto l’ossessione che verrà poi raccolta, come detto, dal movimento nazionalsocialista. Dirà Hitler infatti nel Mein Kampf che le idee fondamentali del nazionalsocialismo sono le stesse del Völkisch, viceversa quelle del Völkisch sono le stesse del nazionalsocialismo.

    Altro concetto di fondamentale importanza, intimamente legato a quello di Völkisch è quello di Verwurzelung. Il concetto può essere tradotto in italiano con “radicamento” al suolo natio, accentuando quindi la dimensione ideologica e spirituale del legame tra l’uomo e l’ambiente. Al pari del sentimento Völkisch, quest’ultimo fu la reazione alla crescente ondata di globalizzazione che durante l’industrializzazione aveva visto un numero sempre maggiore di persone spopolare le campagne favore dei centri più industrializzati. Il Verwuzelung dunque si poneva come collante che legava il sentimento nazionalista alla naturalezza del mondo culturale di appartenenza, diventato così una componente vitale del discorso nazionalista tedesco della fine dell’Ottocento.

    La sintetica disamina dei due concetti è importante per capire come poi questi siano entrati nel patrimonio della Weltanschauung del nazionalsocialismo, in particolare circa “l’ossessione” per la ricerca della purezza della razza che portò Hitler, qualche anno dopo, a passare dalla teoria all’azione. Un punto di partenza come questo permette infatti di comprendere dal un lato il sentimento arrogante del nazismo nel propugnare l’assoluta superiorità della razza ariana; dall’altro la contemporanea spasmodica paura nell’eventuale mescolanza della razza pura tedesca, con le altre, tra tutte quella ebrea.

    Di una certa rilevanza fu senza dubbio anche la convinzione piuttosto diffusa che per far fronte alla sovrappopolamento tedesco bisognasse acquistare più spazio, il Lebensraum, al fine di garantire un corretto sviluppo della società tedesca. Da parte di Haushofer ci fu la convinzione invece che con la sua nuova scienza si potesse rispondere ai tanti interrogati che la società tedesca poneva, realizzando al contempo quella grandezza che da decenni si andava ricercando. Nonostante le diverse affinità che nel corso dell’elaborato si sono mostrate e che poc’anzi si è cercato di riassumere, né la geopolitica né Haushofer hanno mai fatto parte organicamente del movimento nazionalsocialista. Il generale nonostante usi molto spesso il termine “razza” nei suoi lavori (lo faceva prima exploit nazista e lo farà anche successivamente), non adotterà mai un connotazione razzista- biologica del concetto concentrandosi piuttosto sugli aspetti culturali. La divergenza si riconduceva ad aspetti teoretici, ma presumibilmente anche personali, data l’origine sefardita della moglie Martha, implicando che la sua stessa famiglia, come spesso ricordato, non fosse “pura”[10].

    Haushofer condivideva con i gruppi nazisti certamente la necessità della revisione degli accordi di Versailles, la creazione uno stato etnico tedesco e l’esigenza di maggiore spazio vitale per lo sviluppo tedesco, ma certamente se ne distanziava riguardo quei sentimenti Völkisch, percepiti come estremisti. Un esempio della libertà intellettuale che si respirava negli ambienti geopolitici fu senza dubbio la collaborazione con Karl Wittfogel sulle pagine della Zeitschrift für Geopolitik, membro del partito comunista tedesco e proveniente da una formazione che chiaramente si rifaceva a Max Weber e Karl Marx; oppure Hans Kohn, anch’esso ebreo e di chiara ispirazione liberale. Tutti questi elementi dunque fecero percepire la Geopolitik sempre con un certo grado di sospetto, ma fu dopo il ’33 che venne progressivamente esposta a pressioni e tensioni. Pubblicamente lo stato incoraggiava lo sviluppo di questa disciplina, non solo tra gli ambienti militari, ma pure civili; si sottolineava la mancanza di cattedre e di insegnati e si cercava di porre rimedio. Haushofer poteva solo che augurarsi che effettivamente poi la teoria corrispondesse alla pratica, ma non teneva conto che la visione geopolitica da lui propugnata non coincideva con la realtà nazista. Se dunque pubblicamente la disciplina veniva sostenuta, nella pratica subiva aspri scrutini ideologici e si cercava di dirottarla su posizioni più strettamente governative.

    Come detto nel paragrafo dedicato alla rivista, i tentativi di mediare ci furono, ma evidentemente non furono abbastanza convincenti: un esempio sono certamente i riferimenti al movimento Völkisch; nonostante come detto poc’anzi Haushofer se ne distanziasse, scrisse parole in merito che evidentemente risultarono troppo timide e vaghe. Il metodo della vaghezza chiaramente non poteva che essere un espediente momentaneo, così che nel 1933 il generale dovette prendere parte al Arbeitsgemeinschaft für Geopolitik. Fondato nel 1932 da Rudolph Hess, il gruppo di lavoro aveva come scopo la ricerca, la discussione, la formazione e la propaganda delle idee geopolitiche. Era diretto Richard Wagner, pubblicato dallo stesso editore di Haushofer Vonwinckel, contava ben 500 partecipanti; dal 1933 comincia ad avvicinarsi sempre di più agli ambienti governativi, diventando così un vero e proprio organo, seppur collaterale, dello stato (Hennig). La grande attenzione rivolta dal governo ad un gruppo come questo è indicatrice dell’interesse che questo aveva nel diffondere una coscienza geopolitica, filtrata però dalla retorica politica. La partecipazione da Haushofer fu limitata e alla ricerca della mediazione, ma la mancanza di riferimenti decisi ai concetti razziali non passò inosservata per molto tempo e fu proprio su questo campo che geopolitica e regime cominciano a stridere. Haushofer chiaramente non fu l’unico bersaglio, insieme a lui oggetto di “attenzioni” fu pure Richard Hennig, coautore con il generale del volume introduttivo alla geopolitica del 1934 che si schierò apertamente conto l’Arbeitsgemeinschaft für Geopolitik. Come Haushofer cominciò ad adottare un atteggiamento più morbido dal ’38 dopo ripetute minacce. Gli attacchi da parte del regime partivano dall’associazione “implicita” dell’autore con il pensiero liberale che il nazismo, ça va san dire, rifiutava categoricamente; ma fu l’incapacità da parte di Hennig di riconoscere la fondamentale importanza della connessione tra uomo e ambiente la vera determinante che fece scattare gli attacchi da parte del regime. Veniva accusato di non tracciare correttamente le differenze tra le varie razze sembrava non apprezzare la gerarchia a cui queste erano sottoposte.

    Per quanto riguarda Haushofer, nel ’36 fu oggetto di attenzioni da parte di un esponente del partito, Staudinger che sotto falso nome – Wilhelm Seddin- scrisse un articolo il cui diretto interessato, sebbene non mai menzionato, era il generale. Sostanzialmente i “problemi” nei lavori di Haushofer erano due: la non centralità del concetto razziale nei lavori d’ispirazione geopolitica e il sogno mai tramontato di un’alleanza con i russi il che faceva cadere su di lui l’accusa di filosovietismo. “L’accusa” non era del tutto priva di fondamento, perché il generale seppur su posizioni conservatrici, non mancava di apprezzare la risolutezza bolscevica, ma sappiamo che il vero intento era rivolto alla creazione dell’alleanza con l’heartland. Sempre per Seddin poi, la retorica del “sangue e suolo” conterrebbe un altro contenuto opportunistico strumentalizzato ad hoc dai geopolitici per guadagnarsi un spazio d’approvazione all’interno del regime nazionalsocialista (Bassin 1987)[11].

    Dal canto loro, i diversi attacchi vennero recepiti dai diretti interessati in diverso modo. Haushofer ad esempio mantenne un profilo decisamente più basso rispetto a quanto non fece Hennig; il problema principale per il generale fu naturalmente il mantenimento dello status di “ariano onorario” al fine di salvare in primis la sua famiglia. Hennig invece affrontò pubblicamente i suoi detrattori, pubblicando un volumetto in cui affrontava tutte le critiche che gli venivano poste. La risposta di Hennig può e deve essere ammirata perché, al di la del merito delle questioni che gli venivano contestate, con la sua risposta sconfessa buona parte dalla letteratura prevalente che vuole che non vi sia stata resistenza “intellettuale” nella Germania nazista. Lo stesso discorso vale per Haushofer stesso, il quale nell’edizione del ’42 del “Giappone costruisce il suo impero” pure dedica spazio ad una critica aspra alla condotta politica e militare da parte del governo nazista. In aggiunta sembra essere superficiale anche l’accostamento tra il conservatorismo haushoferiano e l’ideologia nazionalsocialista; un’impostazione di questo genere dimostra infatti tutta la superficialità d’interpretazione di cui la letteratura di cui il secondo dopo guerra si è “macchiata”.

    Conservatorismo e nazionalsocialismo appartengono a mondi differenti. Il nazionalsocialismo in sostanza rappresenta i fallimento di quel conservatorismo di cui Haushofer era aderente. Il conservatorismo non è stato in grado infatti d’interpretare, e quindi di risolvere, la direzione autoritaria della mobilitazione delle masse; il vantaggio quindi del nazismo fu quindi di avere saputo capire e offrire una soluzione a quelle masse che esigevano risposte immediate e risolute. Del nazionalsocialismo a differenza del conservatorismo, spiccavano le doti populiste e plebiscitarie, il secondo invece era affetto da un elitismo tale per cui si veniva a creare un muro invalicabile tra quella vecchia classe politica, portatrice di una visione forse ormai stantia, e quelle masse che rappresentavano invece la grande novità ed esigevano protagonismo (Balistreri 2004)[12].

    A questo punto dell’elaborato sembra chiaro che nonostante tutte le intenzioni, la geopolitica così come pensata e sviluppata dalla generazione degli anni venti, all’ombra del Reich non ebbe alcun ruolo e mai avrebbe potuto averlo; la Geopolitik proveniente dal materialismo scientifico ottocentesco che aveva come scopo principale la ricerca di quegli elementi ambientali che in qualche modo influenzavano e “modellavano” le società umane, in particolare l’evoluzione delle diverse entità statali e le relazioni tra queste. L’orientamento nazionalsocialista invece si faceva carico dell’eredità Völkisch del romanticismo dell’ottocento, ponendo l’accento sulle qualità umane non influenzabili, sia nel dato culturale quanto in quello biologico. Dopo l’ascesa nazista al potere nel ’33 tutte le divergenze che abbiamo sottolineato diventarono progressivamente più problematiche fino ad arrivare a situazioni di tensioni che in parte, come nel caso di Haushofer, si sono risolte riducendosi al silenzio.

    Marta Fiorini è laureanda in Relazioni Internazionali (Università la Sapienza).

     

    Note

    1. Unica eccezione secondo quella generazione di geopolitologi fu Bismark, a cui veniva riconosciuto un certo “acume” geografico.
    2. Arthur Dix non ebbe una formazione geografica vera e propria venendo da studi economicisti. Descrisse se stesso come un “geografo autodidatta” affiancando quindi le questioni economiche a quelle più propriamente geografiche. Coniugò la sua attività di giornalista con quella politica; prima della guerra fece parte del Nationalliberale Partei (partito liberale) per congiungersi poi con il Deutsche Volkspartei, infine nel 1930 arrivò nel Konservative Volkspartei. Il suo sistema di pensiero soffre di un certo paradosso: pur riconoscendo che il vecchio mondo coloniale era ormai collassato, prospettava per la Germania un ritorno alla vecchia politica coloniale in Africa. Al pari di Haushofer e altri autori di quella decade fu molto prolifico. Si occupò di temi di natura più propriamente geopolitica, pubblicando nel 1922 Politische Geographie (ristampato in seconda edizione l’anno successivo), e nel 1927 Geopolitk. Lehrkurse uber die geographischen Grundlagen der Weltpolitik und Weltwirtschaft (Geopolitica. Percorso didattico sui fondamenti geografici della politica e dell’economia mondiale); allo stesso tempo fu autore di una serie di articoli di propaganda coloniale come Was geht uns Afrika an? (Cosa significa l’Africa per noi?) nel 1931, e nel 1932 Weltkrise und Kolonialpolitik. Die Zukunft zweier Erdteile (Crisi mondiale e politica coloniale: il futuro dei due Contienti).
    3. Ci si riferisce, ovviamente, alla teoria delle Pan-Idee e Pan-Regioni.
    4. Haushofer K., Il Giappone costruisce il suo impero, Sansone editore, 1942.
    5. Questo passaggio è un attacco frontale che il generale Haushofer compie nei confronti degli inglesi, definiti da Mackinder “pirati del mare e della steppa”; a sua volta Haushofer riprende la definizione, caricandola però di valore critico.
    6. Haushofer K., Op. Cit., pp. 9-10.
    7. Murphy D.T., The heroic earth: geopolitical thought in Weimar Germany, 1918-1933, The Kent State University Press, Kent, Ohio, 1997, p. 22.
    8. Ibidem, p.23.
    9. Losano, La Geopolitica del novecento. Dai grandi spazi delle dittature alla decolonizzazione, Milano, Mondadori, 2011, p. 60.
    10. Haushofer, grazie alla mediazione di Rudolph Hess, ottenne infatti lo status di “ariano onorario” sebbene Hitler non avesse mai dimenticato la sua particolare “situazione”.
    11. Bassin M., Race contra space. The conflict between German Geopolitik and National Socialism, University of Chigago Press, Chicago, 1987.
    12. Balistreri G., Filosofia della Konservative Revolution: Artur Moeller van der Bruck, Milano, Lampi di Stampa, 2014.