Arriva il cessate il fuoco in Nagorno-Karabakh, e ora?

    Marta Trevisiol

    Sabato 10 ottobre i Ministri degli Esteri dell’Azerbaigian e dell’Armenia, dopo una scrupolosa mediazione condotta dal capo della diplomazia russa Sergey Lavrov, hanno trovato a Mosca un accordo di cessate-il-fuoco dopo circa 11 ore di trattative. Come riportato dal comunicato stampa disponibile sul sito del Ministero degli Esteri della Federazione Russa, Lavrov ha annunciato che “il Presidente della Repubblica di Azerbaigian Ilham Aliyev e il Primo Ministro della Repubblica di Armenia Nikol Pashinyan hanno convenuto sui seguenti punti […]”: in primis sulla dichiarazione di un cessate-il-fuoco a partire dalle 12 del giorno stesso al fine di permettere uno scambio dei prigionieri di guerra, di altri detenuti e dei resti di coloro che sono già deceduti, in accordo con i criteri stabiliti dalla Croce Rossa Internazionale. Il Ministro degli Esteri russo ha poi constatato che le due repubbliche coinvolte inizieranno immediatamente sostanziosi colloqui mediati dal Minsk Group dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), un gruppo di lavoro composto da francesi, russi e americani che agisce entro la cornice dell’Organizzazione  e incaricato fin dal 1992 di incoraggiare una soluzione pacifica in merito alla guerra del Nagorno-Karabakh. Il discorso del capo del Dicastero russo si è concluso quindi con un augurio a rispettare quanto deciso a Mosca.

    Probabilmente ai più è sconosciuta persino l’area geografica ove si trova il Nagorno-Karabakh. Questa regione incastonata sull’altopiano armeno nel Caucaso meridionale, dopo il crollo dell’Unione Sovietica del 1991, proclamò unilateralmente la propria indipendenza dall’Azerbaigian, il quale però non l’ha mai accettata. In verità, nemmeno il diritto internazionale si è mai allineato alla volontà del popolo del Nagorno-Karabakh. La ragione dietro questa dichiarazione fu l’“azerificazione” forzata operata dal governo di Baku nei confronti della popolazione armena che, secondo i sondaggi, è più consistente di quella azera nella zona. Negli anni si sono susseguite diverse azioni militari sempre più cruente che poi si trasformarono in una guerra vera e propria che terminò solo nel 1994 con l’accordo di Biškek che istituì un cessate-il-fuoco. All’origine dei combattimenti però non c’era solo la volontà di placare la sete di autonomia e indipendenza da una parte o la fame di ottenerla dall’altra, ma anche ragioni storico-religiose. Come detto infatti, il Nagorno-Karabakh pare essere abitato per lo più da popolazioni di etnia armena e religione cristiana, che a detta dell’Azerbaigian sono rifornite di armi e istruite militarmente dal governo di Erevan stesso. Non va dimenticato tuttavia che anche la Federazione Russa è legata da un’alleanza militare con l’Armenia, così come ad altri Stati ex sovietici tra cui il Kazakistan o il Kirghizistan, tramite l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva del 1992. Allo stesso tempo però la Federazione Russa ha legami stretti anche con l’Azerbaigian, essendo i due Paesi in questione interessati da un rapporto commerciale reciprocamente proficuo e conveniente. Al quadro va anche aggiunto però il coinvolgimento della Turchia, tradizionalmente alleata dell’Azerbaigian e ad esso vicina per motivi religiosi (entrambi i Paesi infatti sono a maggioranza musulmana), e storicamente ostile alla cristiana Armenia. Erdogan fonda la sua linea di politica estera sull’assunto del Karabakh posto “sotto occupazione armena”. La posizione di Ankara chiaramente non stupisce: il sostegno a Baku trova le sue fondamenta sulla retorica nazionalista che guarda al mito del viaggio dei popoli turchi in Asia Centrale, considerata allora terra abitata da fratelli e dunque degna di protezione e investimento da parte turca.

    All’interno di questo scacchiere piuttosto complicato e che vede schierati sul campo diversi attori -ognuno animato da legittimi sentimenti-, non appena è stato raggiunto un accordo, le parti interessate hanno iniziato ad accusarsi reciprocamente di violarne le disposizioni. Anzi, addirittura il Ministro degli Esteri azero si è sentito nella posizione di affermare che quella tregua non ha mai nemmeno acquisito vigore. In effetti, pochi minuti dopo il mezzogiorno del sabato, le milizie armene hanno accusato l’Azerbaigian di bombardamenti sull’area intorno alla città di Kapan, nel sud-est del Paese; bombardamenti che avrebbero ucciso un civile. A tale dichiarazione, il Ministro della Difesa azero ha reagito classificando l’esternazione armena come una “mera provocazione”.  Ovviamente, lo stesso schema si ritrova ripetuto a parti inverse, con la propaganda militare azera che ha accusato l’Armenia di aver violato la tregua.  Fin dall’inizio del conflitto in verità, l’Armenia ha reso nota la sua volontà di raggiungere un cessate-il-fuoco, mentre l’Azerbaigian insisteva sul necessario ritiro delle truppe armene da quello che esso ritiene territorio proprio come conditio sine qua non da rispettare al fine di firmare qualsiasi tregua. Se quanto stabilito a Mosca nella giornata di sabato 10 ottobre conducesse realmente a una pace sul suolo del Nagorno-Karabakh, la diplomazia russa incasserebbe un grandissimo successo, riaffermando quel ruolo di superpotenza che ricopriva in passato. Resta evidente come l’unico attore europeo coinvolto nelle trattative, poiché parte del Minsk Group, sia la Francia. Ancora una volta infatti è visibile ad occhio nudo la non compattezza dell’Unione Europea nel fornire il proprio appoggio e sostegno ad una soluzione mediata per far cessare un conflitto con potenziali effetti destabilizzanti nella regione. Che il cessate-il-fuoco venga rispettato o meno, ciò che emerge dal punto di vista geopolitico è proprio questo schema che dimostra come attivi partecipanti allo stabilimento, o ristabilimento, di un ordine mondiale siano i vecchi attori: Stati Uniti e Russia, con un piccolo accenno di “vecchia Europa” da parte francese. La Cina infatti, chiamata ormai in causa tra le superpotenze mondiali in questo nuovo sistema multilaterale, si è limitata per ora, in data 22 settembre, ad auspicare il raggiungimento di un accordo pacifico che ponga fine agli scontri. Sarà interessante guardare a come volgerà la situazione bellica e a chi, eventualmente, scenderà in campo.