Ascesa e declino della Nigeria

    Francesco Fatone

    La Nigeria, con i suoi 190 milioni di abitanti e le sue risorse petrolifere, sembrava destinata a divenire il Paese più ricco del continente africano. Negli anni tra il 2000 e il 2014 il PIL nigeriano è cresciuto in maniera esponenziale ma dopo il primo decennio del nuovo millennio l’economia nigeriana si è ridimensionata ed ha cambiato radicalmente le sorti del promettente Stato africano.

    La crisi rivelatrice: dietro la crescita, la povertà assoluta

    Tornando indietro di 5 anni il quadro della crescita nigeriana era il seguente: il PIL della Nigeria era di 510 miliardi di dollari e l’allora Ministro delle finanze, Okonjo-Iweala, parlava del suo Stato descrivendolo come “l’economia più grande del continente in termini di PIL” capace di superare il Sudafrica allora in crisi e considerato come il “faro” dell’Africa. Il successo del PIL nigeriano in quegli anni era legato nascita di nuovi settori moderni che fino agli anni ’90 non erano presenti nel Paese africano e all’agricoltura che veniva praticata dal 70% della popolazione nigeriana. La crescita aveva attratto moltissimi investitori esteri, in particolare nelle attività estrattive e nelle industrie petrolifere: proprio il petrolio rappresentava un importante fetta dell’economia, essendo la Nigeria il principale produttore di petrolio in Africa e c’erano già all’epoca timori che il Paese potesse dipendere eccessivamente dalle attività estrattive e divenire ben presto terra di conquista da parte delle multinazionali. In quegli anni, la Nigeria si è potuta anche permettere un lieve protezionismo nelle politiche economiche al fine di tutelare il “locale” ma rendendo più difficili le importazioni.

    Al roseo quadro dipinto dagli investitori e dal governo nigeriano corrispondeva tutt’altra verità: la Nigeria era un Paese in crescita economica ma con forti divisioni interne, con una dilagante povertà tra la popolazione e con il rischio che il gruppo terroristico Boko Haram prendesse sempre più piede. Nel 2014, i prezzi del petrolio si dimezzarono a causa dello “shale oil” e nello stesso anno l’epidemia stravolse la Nigeria. Il primo scossone importante all’economia crescente della Nigeria è stata la crisi dovuta alla svalutazione della naira nel 2015 che ha innalzato l’inflazione dell’8% e la crisi del prezzo del petrolio che aveva fatto fuggire tantissimi investitori esteri già verso la fine del 2014. Le elezioni dell’aprile 2015 hanno portato al potere Buhari che riuscì a convincere gli elettori di avere la ricetta per risolvere la crisi che stava colpendo il Paese. Ma le promesse del Presidente che sperava nella stabilizzazione della naira da parte della Banca Centrale si sono rivelate vuote: a Buhari sono serviti sei mesi per formare un governo e ad un anno dal suo insediamento, la crisi della naira aveva già coinvolto i prezzi dei beni primari e dei trasporti, portando l’inflazione al suo massimo storico dal 1991.

    Il 2016 ha semplicemente confermato l’andazzo dell’anno precedente portando la Nigeria ancora più nel baratro mentre si inasprivano i conflitti nel nord-est del Paese e Boko Haram cominciava a divenire sempre più pericoloso. In particolare gli scontri nello Stato del Borno furono motivo di apprensione internazionale. A pagare il prezzo della difficile situazione economica della Nigeria è stata la popolazione, già provata dai conflitti e dalla povertà dilagante, che si trovò ad affrontare un’acuta insicurezza alimentare, la totale assenza istituzionali in determinate regioni e lo sfollamento a causa della violenza interna. Oltre ciò la Nigeria ha dovuto scontare anche i danni del colonialismo tossico e del land grabbing da parte di compagnie occidentali. A destare particolare interesse nello studio dei cambiamenti climatici nell’Africa è stata la pratica del gas flaring nel processo di estrazione del greggio per ridurre al minimo i costi di estrazione che sebbene sia definita illegale in tutto il mondo occidentale viene ancora praticata in Nigeria per agevolare le estrazioni. Non solo tale prassi ha provocato malattie nella popolazione e generato inquinamento atmosferico, ma ha fatto anche ingenti danni al Delta del Niger che era fondamentale per il sostentamento della popolazione nigeriana.

    La “nuova” crisi del 2020 e le recenti proteste

    Il 2020 ha aperto un nuovo tragico capitolo nella storia nigeriana: secondo il Fondo Monetario Internazionale, la pandemia da COVID-19 ha impattato sulla gravissima crisi economica in Nigeria che in questi anni ha visto il crollo del greggio, la svalutazione del naira e la crescita dell’inflazione che ad oggi si aggira intorno al 12,26% su base annua. Secondo molti economisti questo potrebbe essere il periodo più nero della storia economica nigeriana dalla crisi finanziaria del 2008 ad oggi. Per comprendere la sua gravità ed i suoi impatti sull’economia nazionale basta pensare che più della metà delle entrate del Paese provengono da aliquote del prodotto lordo che le società concessionarie di giacimenti minerari e petrolifere pagano allo Stato e dalle tasse sul petrolio. Il livello di afflussi di capitali esteri inoltre si è abbassato di molto rispetto al passato e la Nigeria potrebbe essere costretta a prelievi delle riserve valutarie per combattere il disavanzo, portando ad una crescita esponenziale il tasso d’inflazione; così facendo però aggraverebbe la già drastica situazione sociale.

    La scomparsa di mercati esteri pronti ad investire sulla Nigeria ha portato le agenzie di rating a declassare lo Stato africano, anche se Fitch vede una possibilità di ripresa nel 2021. Nel frattempo la Nigeria, come nel 2014, si trova ad affrontare una crisi sanitaria e economica e deve trovare il modo di ridurre gli impatti della crisi su una popolazione già provata da conflitti e povertà. A differenza però del 2014, questa  sembra essere molto più imponente e lascerà molto da ricostruire.