L’azione intergovernativa in tema di migrazione come strumento di pace-sicurezza

    Monika Beben

    I primi mesi del 2019 hanno registrato un netto calo degli sbarchi clandestini sulle coste italiane.  Si continua, tuttavia, a parlare di emergenza “migrazioni”, spesso senza parlare adeguatamente del significato di pace e sicurezza ad essa associata. Considerando che ‹‹la migrazione è congenita alla specie umana, e ne ha promosso la diffusione, il consolidamento e la crescita››[1], possiamo comprendere quanto si tratti di un fenomeno complesso e multidimensionale, ma nonostante questo non nuovo, in quanto affonda le sue origini in un passato molto lontano. Ma cosa si intende quando si parla di pace e sicurezza del fenomeno migratorio? Qual è l’azione delle organizzazioni intergovernative a riguardo?

    Lo studio dell’immigrazione non può che iniziare da alcuni dati statistici. In soli cinque lustri il numero dei migranti è raddoppiato; prima del 1990 la maggior parte di essi viveva nei Paesi in Via di Sviluppo, mentre al giorno d’oggi la maggior parte vive nei Paesi industrializzati. Tra il 1980 e il 2000 il loro numero all’interno dei Paesi sviluppati è passato da 48 a 110 milioni, mentre in quelli in Via di Sviluppo da 52 a 65 milioni[2]. Sulla base del Rapporto Trends in International Migrant Stock: The 2015 Revision delle Nazioni Unite, le persone che vivevano in un Paese differente da quello di origine erano nel 2015, 244 milioni, il 41% in più rispetto al 2000. Questo numero comprende anche oltre 20.000 rifugiati[3].

    Un fenomeno dalla portata globale

    Quello che abbiamo è una situazione di complessità senza precedenti nei flussi migratori globali, soggetta tra l’altro a cambiamenti rapidi e sostanziali. Si evidenzia il fatto che i maggiori flussi si registrano dall’Asia meridionale all’Asia occidentale e dall’America Latina al Nord America, ma mostra anche i movimenti molto significativi che si realizzano all’interno di alcune sotto regioni, ad esempio, il flusso consistente all’interno dell’Africa. Si sono realizzati anche flussi notevoli nel Sud-Est asiatico, in Asia meridionale e in Asia centrale.

    Per quanto riguarda la ripartizione di età, a livello globale, gli immigrati di età compresa tra 20 e 34 anni rappresentano il 28% di tutti i migranti internazionali. La quota di migranti con meno di 30 anni è scesa dal 39% nel 1990 al 32% nel 2013. Complessivamente, il 15% di tutti i migranti internazionali hanno un’età inferiore a 20 anni, mentre questo gruppo di età comprende il 35% della popolazione totale mondiale. Questo riflette il fatto che la maggior parte dei migranti si muovono tra i 20 e 34 anni. Della popolazione migrante con età inferiore ai 20 anni, circa il 62% si trova nelle regioni in via di sviluppo, in cui il numero di giovani migranti sta crescendo molto più rapidamente rispetto ai Paesi sviluppati. La situazione inversa prevale nel caso di immigrati anziani: il 70% di coloro in età superiore a 60 anni vivono in Paesi sviluppati, e tale proporzione continua ad aumentare[4].

    A questo punto è necessario sottolineare tre tendenze che segnano una diversità del fenomeno rispetto ai precedenti modelli.

    1. rapida crescita della percentuale di donne sul totale di migranti;
    2. la distinzione tra Paesi di origine, di transito e di destinazione è sempre meno marcata;
    3. aumento delle migrazioni temporanee rispetto alle migrazioni permanenti.

    Nel mondo contemporaneo le migrazioni continuano a giocare un ruolo chiave; in molti Paesi in via di Sviluppo il denaro che gli immigrati inviano a casa supera gli aiuti ufficiali forniti dagli Stati più ricchi. In alcuni Paesi avanzati, interi settori economici e pubblici dipendono dalla presenza di lavoratori stranieri. Non bisogna negare al tempo stesso le sfide che vengono poste dalle migrazioni internazionali: un’efficiente e sicura gestione delle frontiere è essenziale sia per proteggere le nostre frontiere comuni sia per facilitare un passaggio e un commercio legale[5].

    La questione delle sfide poste dalla migrazione internazionale si riferisce perciò essenzialmente alla questione della sicurezza vista nei suoi molteplici aspetti.  Pertanto i legami più discussi sono quelli tra migrazioni e sicurezza. In particolar modo le migrazioni irregolari, fenomeno in crescita in numerose parti del mondo, vengono percepite dall’opinione pubblica e dai politici come una minaccia alla sovranità nazionale e alla sicurezza pubblica[6], come ad esempio il crescente fenomeno dei “richiedenti asilo”.

    La correlazione tra fenomeno migratorio e il problema della sicurezza

    Gli anni recenti hanno guardato il problema della sicurezza nella migrazione internazionale come la questione essenziale da inserire nelle agende politiche degli Stati, in particolare nel Nord America e in Europa. La percezione della sicurezza, il cui termine si riferisce più specificamente al concetto di “assenza di minacce”, è cresciuta a fianco del rapido incremento del numero di migranti internazionali nel mondo. Si è parlato ampliamente di terrorismo e delinquenza da un lato e perdita di vite umane e violazione dei diritti umani dall’altro.

    Nonostante siamo a conoscenza del fatto che il diritto internazionale proibisce la discriminazione di ogni genere, fondata su razza, sesso, lingua, e religione[7], non sono mancati gli episodi di violenza e di abusi nei confronti dei migranti. Secondo i dati statistici, sono circa 50.000 le persone che hanno perso la vita negli ultimi due decenni, cercando disperatamente di attraversare le frontiere internazionali. Il numero comprende migliaia di bambini. Nonostante le operazioni delle guardie costiere nazionali, che sono riuscite a salvare migliaia di vite, l’inefficienza e la carenza dei programmi di ricerca e salvataggio, incluso il salvataggio alle coste e i protocolli di sbarco, mettono a rischio la vita sia dei soccorritori che di coloro che devono essere soccorsi.

    In seguito all’11 settembre 2001, gli immigrati, seppur privi di legami con il terrorismo, hanno sofferto di atti di violenza da parte dei cittadini in cui risiedevano. La leadership politica è estremamente importante nell’educare le persone sulla differenza tra stranieri e tra stranieri terroristi[8]. A questo proposito, nel 2015, l’UNODC pubblicò un Report intitolato Combating violence against migrants, in cui si analizza la violenza alla quale i migranti vengono spesso sottoposti. Viene mostrata qui la correlazione tra la percezione delle differenze culturali, sociali, religiose e ideologiche e il fenomeno della discriminazione. In sintesi, la xenofobia, l’intolleranza e il razzismo vengono attuati principalmente nei confronti di coloro che noi percepiamo come “diversi da noi stessi”.

    É dal 1992 che si inizia a parlare di “Human Security”, termine che ri-concettualizza la sicurezza allontanandosi dalla sua tradizionale concezione basata sulla sicurezza degli Stati nel prevenire un’aggressione militare, ad una che si concentra sulla sicurezza degli individui, sulla loro responsabilizzazione e protezione. Si pone l’obiettivo inoltre di porre l’attenzione sulle minacce che colpiscono i differenti aspetti della vita umana, evidenziando l’interfaccia tra la sicurezza, lo sviluppo e i diritti umani[9].

    Nel 2003 la Commissione della Human Security pubblica il suo report finale Human Security Now, nel quale viene trattato ampliamente il fenomeno migratorio. Secondo la prospettiva della human security, la gestione della migrazione dovrebbe andare oltre il coordinamento di politiche restrittive tra gli Stati. La migrazione dovrebbe essere vista come un processo che rafforza le persone e crea opportunità sia per le persone che per gli Stati alla stessa maniera. Le agenzie delle Nazioni Unite sono riuscite a portare a termine nel corso degli anni ben 175 progetti di human security nel mondo.

    L’azione intergovernativa degli Stati

    Negli ultimi anni l’aumento della complessità e dell’ordine di grandezza degli spostamenti di popolazione (nonché della contestuale perdita di vite umane) ha imposto interrogativi sull’adeguatezza degli strumenti nazionali e internazionali preposti a gestire le sfide legate a un fenomeno che, ormai da tempo, ha assunto caratteri strutturali[10].

    Come tutti sanno l’ONU è la principale organizzazione internazionale, seguita da numerose organizzazioni regionali e locali. É già a partire dal 1994 con l’International Conference on Population and Development (ICPD) che si comincia a parlare di necessità di collaborazione tra Stati. Collaborazione tra Stati che poi effettivamente c’è stata in seno alle Organizzazioni Internazionali ma senza raggiungere i risultati sperati. Notiamo infatti che gli articoli inerenti la migrazione sono presenti all’interno della maggior parte degli statuti delle organizzazioni internazionali, ma questo non basta per dare una visione unitaria al problema.

    Emblematico l’esempio all’interno dell’Unione Europea, ovvero il caso dei quattro Paesi Visegrad, (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia). I Paesi presentarono un ricorso nel 2015 contro la ripartizione dei migranti stabilita dall’UE, contestando in particolare il cosiddetto collegamento “tra la politica migratoria e la politica finanziaria”, affermando quanto sia inconcepibile destinare alla migrazione i fondi dovuti da parte dell’UE sulla base dei trattati di adesione e denunciando la politica dell’UE secondo la quale vengono ridotti i fondi ai Paesi che non accolgono i migranti. Ricordiamo inoltre in questo contesto la costruzione del muro anti-immigrati lungo la frontiera serba da parte dell’Ungheria. Questo è solo uno dei tanti esempi di diverse vedute all’interno di Paesi aderenti poi effettivamente alle medesime organizzazioni internazionali.

    Citiamo ad esempio anche la difficile situazione libica, che mostra come visioni differenti del problema e necessità di perseguire i propri obiettivi sia da parte del governo italiano che da parte del governo francese, non hanno permesso di dar vita a un accordo valido per la risoluzione del problema. Mentre la Francia, già in passato ha sostenuto entrambi i governi libici (quelli di Al Serraj e del generale Haftar), l’Italia d’altro canto ha invece sempre sostenuto il governo di Al Serraj, essendo l’esecutivo appoggiato dall’ONU[11].

    Non ci sono dubbi sul fatto che il quadro della attività multilaterali in materia di migrazione è ‹‹l’alto livello di frammentazione istituzionale››[12]Non vi è infatti una singola istituzione che si occupi della migrazione internazionale, bensì ne sono presenti molte, che pur cercando di collaborare, spesso dimostrano avere visioni differenti in materia. É evidente quanto la governance della migrazione internazionale sia caratterizzata da una significativa mancanza di cooperazione.

    Conclusioni

    É fondamentale sottolineare, per concludere, che il fenomeno migratorio, nel momento in cui avviene in maniera legale, apporta ampi benefici all’economia. Secondo il Fondo Monetario, l’aumento del numero di migranti ha effetti benefici sui Paesi dell’Unione Europea; viene sottolineato come addirittura i Paesi che accolgono il maggior numero di migranti, potrebbero vedere crescere il proprio Pil dallo 0,3 allo 0,5% negli anni futuri. Questi Paesi sono principalmente Germania, Svezia ed Austria. È necessario considerare ciò, al fine di non guardare il fenomeno migratorio come un fenomeno essenzialmente negativo e problematico. Ci troviamo di fronte ad una delle sfide più difficili del XXI secolo accompagnata da un continuo studio ed analisi da parte dei governi.

    A questo punto è necessario chiederci: cosa accadrà in futuro? È questa la domanda principale che tutti si pongono. La migrazione internazionale è un fenomeno circoscritto agli anni odierni o sarà presente anche nei prossimi anni? A tal proposito hanno risposto le Nazioni Unite. La popolazione mondiale raggiungerà i 9,7 miliardi nel 2050 e gli 11,2 miliardi nel 2100, con maggiori incrementi nei Paesi in via di sviluppo,il continente africano in testa. Nei prossimi trentacinque anni, infatti, metà della crescita della popolazione mondiale sarà concentrata in nove Paesi, cinque dei quali africani (India, Nigeria, Pakistan, Repubblica del Congo, Etiopia, Tanzania, Stati Uniti, Indonesia, Uganda). Il discorso dell’incremento demografico è strettamente collegato a quello dei flussi migratori. L’arrivo degli immigrati, rappresenterà l’82% della crescita della popolazione nei Paesi ad alto reddito.

    Gli Stati che vedranno una maggiore emigrazione (ovvero di oltre 100.000 persone l’anno) saranno India, Bangladesh, Cina, Pakistan e Messico; ciò dimostra che non solo il continente africano sarà al centro del discorso. Per quel che concerne gli Stati che tra il 2015 e il 2050 riceveranno il numero maggiore di migranti a livello internazionale (ovvero più di 100.000 l’anno) saranno Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia, Germania, Russia e Italia[13].  Possiamo notare, pertanto, che il fenomeno migratorio non è una realtà con la quale ci troviamo a fare i conti soltanto noi, ma una realtà che interesserà anche le generazioni future. Ma come disse Ban Ki-Moon «Che differenza c’è? Siamo tutti parte della stessa umanità››[14].

    Note

    [1] M. L. Bacci, In cammino. Breve storia delle migrazioni, Il Mulino, Bologna, 2014, pp. 12-13.
    [2] Cfr. K. Koser, Le migrazioni internazionali, Il Mulino, Bologna, 2009, pp. 16-17.
    [3] Cfr. UN, International Migration Report 2015, pp. 1-2.
    [4] Cfr. ILO, Migrazione equa, Ginevra, 2014, pp. 10-11.
    [5] Cfr. E. Guild, J. van Selm, International Migration and Security, Opportunities and challenges, Routledge, Abingdon, 2005, Part I.
    [6] Cfr. K. Koser, Le migrazioni internazionali, op. cit., pp. 20-23.
    [7] Cfr. UN, Convenzione Internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1965), Art, 1. ‹‹Nella presente Convenzione, l’espressione «discriminazione razziale» sta ad indicare ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica››.
    [8] Cfr. IOM, Migration and Security, 2016, pp. 23-24.
    [9] Cfr. UN, Human Security in theory and practice, New York, 2009, pp. 5-6.
    [10] Cfr. Eunews, Eppur si muove: la governance globale delle migrazioni, 2017, testo reperibile cliccando qui (Consultato il 30/08/2017).
    [11] Cfr. Il Post, Com’è andato l’incontro sulla Libia a Parigi, 2017, testo reperibile cliccando qui (Consultato il 24/08/2017).
    [12] ILO, Migrazione equa: un’agenda per l’ILO, op. cit., pp. 18-19.
    [13] Cfr. UN, World Urbanization Prospects, The 2014 Revision, 2015, New York, pp. 7-65.
    [14] Ban Ki-moon fu Segretario Generale delle Nazioni Unite dal 1° gennaio 2007 al 31 dicembre 2016. Il 1° gennaio 2017 venne sostituito da António Guterres. Il testo del suo discorso è reperibile cliccando qui (Consultato il 09/09/2017).