Cina e India, una contesa infinita?

    Loredana Crolla

    Per la prima volta dal 1975, il 15 giugno scorso 20 soldati indiani sono morti a seguito di uno scontro con le truppe cinesi nella valle di Galwan, al confine tra i due colossi asiatici. Si è trattato di uno scontro corpo a corpo, con il ricorso a pietre e bastoni come armi in quanto quelle da fuoco sono vietate ai militari dell’area dal 1998 al fine di evitare escalation tra le due potenze nucleari. A causare lo scontro è stata la distruzione, da parte indiana, di una costruzione fatta pochi giorni prima dalla Cina nel territorio conteso, mentre la causa della morte è da ricercare nella caduta dalla cresta himalayana. In realtà il confine India-Cina, lungo oltre 3500 km, è conteso dall’Ottocento, quando gli inglesi lo definirono. Da allora, né la Cina, né l’India lo hanno accettato. Nel 1947, ottenuta l’indipendenza, l’India ha rivendicato alcuni dei territori che non erano stati abbandonati dai cinesi. Nel 1962, dopo uno scontro breve ma intenso, si giunse ad un accordo che stabilì la c.d. LAC (Linea di Attuale controllo), che oggi l’India considera violato.  Lo scontro del mese scorso si inserisce in un quadro più ampio, legato allo Stato del Kashmir, oggetto di contesa non solo da parte cinese, ma anche pakistana. Proprio per questo, circa un anno fa, il Kashmir e la regione del Ladakh (dove è avvenuto lo scontro) sono stati trasformati da territori autonomi a parte del territorio dell’Unione Indiana dal presidente Modi, senza che questo fosse riconosciuto dai Paesi confinanti. I territori contesi tra Cina e India non sono legati solo al Kashmir e alla regione del Ladakh, ma anche allo Stato dell’Arunachal Pradesh e del Sikkim. Il primo non è riconosciuto ufficialmente dalla Cina come territorio indiano mentre il secondo, annesso nel 1975 dall’India, è stato riconosciuto solo nel 2005 dal Presidente cinese Wen Jiabao. Proprio attraverso il passo di Nathula, presente in questo piccolo Stato, hanno luogo i rapporti commerciali sino-indiani.

    Il punto di vista cinese

    Per Pechino, il Ladakh è una regione fondamentale per il progetto della Nuova Via della Seta. La creazione di nuove rotte commerciali è molto importante per la Cina e tra queste troviamo anche la c.d. Strategia del filo di perle, emblema della sua politica anti-indiana. Di fatti, questa rotta commerciale prevede tappe a Chittagong in Bangladesh, Hambantota in Sri Lanka e Gwadar in Pakistan, circumnavigando di fatto la penisola indiana senza fermarvisi e senza dare all’India la possibilità di godere delle ricadute economico-commerciali che la rotta potrebbe conferirgli. Il Ladakh è importante anche per la vicinanza con gli alleati pakistani, con cui la Cina porta avanti una politica anti-indiana e antiamericana. L’amicizia storica sino-pakistana è legata ad interessi economici e geopolitici -come il corridoio Cina-Pakistan tra il Xinjiang e il porto di Gwadar-, ma anche al principio “il nemico del mio nemico è mio amico”, e il Pakistan è considerato il primo dei nemici dell’Unione Indiana. Altro elemento che preoccupa la capitale indiana è la collaborazione tra i due Paesi in campo nucleare e missilistico. Insomma, questa alleanza aggiunge un granello in più ai sentimenti anticinesi nutriti dalla popolazione che fa sentire il suo malessere a New Delhi, la quale è invece refrattaria a schierarsi nettamente contro Pechino.  La Repubblica popolare cinese sta cercando in tutti i modi di circondare l’India e ridurre l’influenza che questa ha sugli Stati vicini. A tal fine alimenta anno dopo anno i rapporti con Buthan e Nepal, sostiene il processo di pace in Myanmar, investe molto alle Maldive e controlla il porto srilankese di Hambantota. Ha rafforzato anche i rapporti economici e di difesa con il Bangladesh, a cui vende le armi e di cui è il principale partner commerciale, e pare stia costruendo una base militare a Gwadar (Pakistan).  Inoltre cerca, ormai da anni, di coinvolgere Kabul nel progetto della Via della Seta estendendo il suddetto corridoio Cina-Pakistan fino all’Afghanistan, ma questo sembra avere uno obiettivo più legato alla necessità di garantire protezione e sicurezza al paese che ad isolare l’Unione Indiana.

    Il punto di vista indiano

    Anche l’India sta portando avanti delle strategie anticinesi, in particolare ha rafforzato le sue relazioni con l’Australia nell’ambito del Dialogo di sicurezza quadrilaterale (QUAD) di cui fanno parte anche USA e Giappone. Il progetto è volto a limitare le ambizioni cinesi nell’Indo-Pacifico. Inoltre, i due Paesi hanno concluso un accordo che permette ad entrambi di usare le basi militari dell’altro e l’India permetterà all’Australia di prender parte all’esercitazione navali di Malabar a cui partecipano in genere le Forze armate indiane, americane e nipponiche, ma non quelle australiane perché l’Unione Indiana si è sempre opposta per evitare irritazioni di Pechino. A questo si aggiungono la restrizione dell’accesso di investimenti esteri in India per evitare che la Cina si approfitti della difficile situazione economica causata dalla pandemia, l’introduzione di incentivi per le imprese che sposteranno le loro attività produttive dalla Cina all’India e il rafforzamento delle relazioni India-USA in chiave anticinese. Altro punto di scontro è legato alle risorse. Entrambe le potenze sono alla continua ricerca di risorse da impiegare nella crescita dei rispettivi Paesi. New Delhi combatte per impedire l’appropriazione, da parte cinese, del Mar Cinese meridionale, che dovrebbe essere di tutti. L’interesse per questa porzione di mare è legata alla presenza di risorse come il gas, i cui giacimenti sono stati scoperti da una compagnia indiana a pochi chilometri dalle coste vietnamite. Allo stesso tempo la Cina non è felice di assistere al crescente impegno dell’India con le nazioni del Sud-est asiatico, in particolare gli stretti legami con la Corea del Sud e con il Giappone, né all’intensificarsi della cooperazione per la difesa con il Vietnam e la Mongolia. L’inasprimento delle relazioni sino-indiane si è trasferita anche sul piano tecnologico. Difatti il governo indiano ha bandito 59 app cinesi, come Tik Tok e WeChat, affermando che “mettono a rischio la sovranità e l’integrità dell’India, la difesa dell’India, la sicurezza e l’ordine pubblico del Paese“. In particolare, secondo il governo, è a rischio la sicurezza dei dati degli indiani poiché le suddette app hanno sottratto e trasmesso dati senza autorizzazione. Questo determina un danno economico per le società proprietarie delle applicazioni, in particolare Tik Tok, che registra il 30% dei download totali in India. Nonostante i rapporti sino-indiani siano sempre stati controversi, vi sono anche dei punti di incontro, come un commercio pari a 60 miliardi di dollari, la partecipazione a vari forum internazionali come ASEAN, OSC, BRICS e SAARC e la collaborazione nel golfo di Aden per risolvere la questione della pirateria. Inoltre, le due potenze hanno posizioni comuni sulla questione del cambiamento climatico, sono contrarie all’uso della forza in Siria, Libia e Iran e a favore di un mondo multipolare.

    In conclusione

    Non si sa come evolverà la situazione, ma possiamo escludere un conflitto armato. Di fatti, nessuna delle due superpotenze è disposta a immergersi in una guerra per il confine che pregiudicherebbe la loro situazione economica, già segnata dalla pandemia. Inoltre sono le uniche due potenze asiatiche che, secondo le previsioni, chiuderanno in positivo e la Cina ha già molti problemi interni a cui guardare, tra cui il Covid-19 e le proteste a Hong Kong. Allo stesso tempo è improbabile assistere al raggiungimento di un accordo definitivo sulla questione “confini”, perché né Xi Jinping né Modi sono propensi a fare le concessioni necessarie per stipulare un’intesa.