Cina tra apertura al mondo e accentramento del potere

    Adriano Della Bruna

    Dal primo luglio ad Hong Kong è in vigore la nuova legge di sicurezza nazionale di Pechino la cui emanazione è stata accompagnata da nuove ondate di protesta e centinaia di arresti. Approvata dopo un anno di manifestazioni di massa, la legge è un tassello fondamentale nella strategia securitaria cinese che mira a ridurre il più possibile l’autonomia dell’ex colonia britannica. Hong Kong ha da sempre avuto un ruolo strategico per Pechino. Essendo una regione di frontiera e data la ricchezza economica dell’area la perdita del “Porto Profumato” potrebbe mettere in discussione il controllo cinese dei mari meridionali. Inoltre, una riuscita del modello impartito alle ex colonie occidentali, considerando anche Macao, potrebbe essere applicato strategicamente per riaprire la partita per inglobare anche Taiwan. Le forti influenze economiche, culturali e geopolitiche provenienti da occidente rappresentano una minaccia soprattutto se accostate alle costanti proteste da parte della popolazione locale che in molti casi hanno assunto rivendicazioni separatiste. In questo contesto, la legge mette in discussione il concetto di “un Paese, due sistemi”, stabilito nel 1997 con il trasferimento di sovranità dell’ex colonia dal Regno Unito alla Cina. Essa difatti prevede un’ulteriore criminalizzazione di qualsiasi forma di rivendicazione di democrazia e autonomia della città ampliando i reati che rientrano sotto l’ombrello di terrorismo, sovversione e secessione e istituendo nuovi organi di sicurezza che amplificano le possibilità di ingerenza del governo centrale nei casi giudiziari di Hong Kong, introducendo la possibilità in alcuni casi di applicare la legge cinese e di affrontarli nella Cina continentale. L’approvazione arriva al culmine di quasi un ventennio di proteste da parte della popolazione di Hong Kong che hanno avuto la capacità di spostare la questione su un piano internazionale; e che si sono scontrate con la tendenza opposta del governo centrale di implementare politiche securitarie volte alla riduzione dell’autonomia della città tentando di affrontarla come un problema di politica interna, come sottolineato anche in una dichiarazione dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia.

    I tentativi di assoggettamento di Hong Kong da parte di Pechino, soprattutto dopo l’insediamento di Xi Jinping, sembrerebbero aver seguito due direttrici principali: da un lato una politica di integrazione, dall’altro una politica più dura e autoritaria contro i dissidenti. Nel primo caso, progetti come quello dell’area della Grande Baia, una rete di infrastrutture per rafforzare il legame fisico ed economico con le regioni continentali, o come l’introduzione di norme che favoriscono la mobilità di persone per poter lavorare in altre regioni cinesi, hanno tentato di perseguire una strategia di integrazione tra Macao, Hong Kong e la Cina continentale. Nel secondo, sin dall’insediamento di Xi la politica di controllo e sicurezza hanno assunto sempre maggiore rilevanza, dotandosi di recente di nuovi strumenti come le possibilità di sorveglianza della popolazione grazie a dispositivi informatici sviluppati per arginare il coronavirus e la realizzazione di un sistema di geolocalizzazione cinese. La progressiva securitizzazione messa in atto dal governo di Pechino su diversi fronti, a Hong Kong prende forma nella legge di sicurezza nazionale e mostra un’evidente tendenza a un rafforzamento dell’autoritarismo cinese.

    Una tempesta perfetta

    La congiuntura storica nella quale si inserisce l’approvazione della legge rischia però di non essere delle migliori per Pechino. La riapertura del fronte di proteste a Hong Kong, che durante il lockdown sembrava essere passato in secondo piano almeno rispetto alla narrazione mediatica, cede il fianco ad attori internazionali come il Regno Unito e gli Stati Uniti che usano la questione in maniera strategica per tentare di indebolire il regime. Mentre la questione COVID-19 sembrerebbe non essere ancora conclusa definitivamente a causa della presenza di nuovi focolai a Pechino, come se non bastasse a metà giugno si è riaperto un fronte di tensione con l’India dopo degli scontri militari avvenuti nei pressi dell’Himalaya, zona storicamente contesa tra le due potenze. Dunque, uno scenario che trova la Cina impegnata su numerosi fronti interni e internazionali e che si relazionano con due questioni principali. Sul piano interno c’è la già osservata tendenza a rafforzare le norme di sicurezza e controllo e la chiusura di qualsiasi possibilità di apertura a processi di democratizzazione e autonomia o di riconoscimento di maggiori diritti civili alla popolazione. Sul piano internazionale c’è la necessità di espandere il commercio per assorbire gli alti livelli di produzione e per rinforzare allo stesso tempo la stabilità interna del regime. La propaganda nazionalista cinese in questo momento non può permettersi di arrestare la crescita economica e con questa il miglioramento degli standard di vita della popolazione. Sotto questo punto di vista l’espansione in Africa presenta meno problematiche e limiti rispetto a quella verso le potenze del nord del mondo, ma allo stesso tempo potrebbe non essere sufficiente per coprire i bisogni cinesi. Il mercato africano rischia di non essere ancora sufficientemente adatto ad assorbire la sovrapproduzione e ad incontrare gli standard della crescente classe media cinese. Sotto questo punto di vista, il rafforzamento dei rapporti commerciali con i Paesi occidentali è sicuramente più utile e in questo disegno si inseriscono progetti come la Belt and Road Initiative (BRI), un piano di infrastrutture via terra e via mare che dovrebbe rafforzare i legami commerciali tra Europa e Cina. Questa potenziale dipendenza dalle relazioni con l’Europa, si scontra con la recente politica interna aggressiva che la Cina sta introducendo in modo particolare ad Hong Kong, mettendo inevitabilmente l’UE in una posizione di disagio nel continuare i propri rapporti commerciali con Pechino. La necessità di costruire nuove relazioni internazionali, soprattutto quando si parla di Occidente, fa inevitabilmente il paio con il bisogno di apparire sulla strada di un allentamento del potere centrale e di un’introduzione di politiche che possano essere accettate dai nuovi partner in termini di democratizzazione e sviluppo sostenibile.

    La posizione dei diversi attori

    In questo scenario la questione di Hong Kong assume una dimensione diversa considerando i differenti attori coinvolti. Alle rivendicazioni democratiche e di autodeterminazione dei manifestanti e alla politica securitaria di Pechino si affiancano diversi attori internazionali che in maniera differente provano a utilizzare la questione a proprio vantaggio. Mentre negli Stati Uniti il Senato approva sanzioni contro la legge di sicurezza, nel Regno Unito il governo promette di facilitare l’ottenimento del passaporto britannico a tre milioni di cittadini di Hong Kong. Le due potenze, per quanto agitino la questione democratica nell’ex colonia, sembrerebbero non avere un reale interesse nella tutela dei diritti di autodeterminazione e di democrazia degli abitanti hongkonghesi. La storia e il presente di entrambi stridono con i diritti citati precedentemente. Per non parlare di come in altri casi, come quello curdo o palestinese, non abbiano mai preso posizioni così forti nei confronti delle popolazioni che rivendicavano autonomia e democrazia. In questo modo è evidente che entrambe le potenze cavalcano la situazione con l’idea di indebolire l’immagine internazionale della Cina, sfruttando in parallelo le accuse relative alla diffusione del coronavirus, e con l’obiettivo di destabilizzare internamente il regime. Infine, c’è l’Unione Europea, la quale si trova nella situazione di imbarazzo di avere un forte interesse economico al completamento di progetti come la BRI e dunque nell’intensificare i rapporti commerciali con la Cina, ma che allo stesso tempo non può cedere troppo terreno sul piano dei valori democratici e liberali. Non che l’UE si sia mai posta il problema di intrattenere relazioni economiche con partner autoritari, si pensi per esempio all’Azerbaijan, ma evidentemente quando la questione assume una dimensione globale, implicando tra l’altro una forte influenza anche sull’opinione pubblica, la poca coerenza tra sistema valoriale e reale politica internazionale europea emerge.

    In conclusione

    In conclusione, alla Cina che è riuscita a scalare le vette mondiali delle super potenze mantenendo un profilo basso e riducendo al minimo l’ingerenza su questioni estere, sembra si stia presentando uno scenario in cui questioni che vengono considerate come politica interna assumono sempre di più una dimensione internazionale mettendola sotto i riflettori e obbligandola a valutare quale interesse sia maggiormente rilevante: ripristinare l’integrità territoriale della “Grande Cina” e dunque proseguire con una politica interna autoritaria e di rafforzamento dei confini, o aprirsi al commercio internazionale allentando la presa sulle questioni interne. Perdere Hong Kong potrebbe voler dire chiudere completamente le aspirazioni espansionistiche rispetto a Taiwan e dare nuova linfa alle tante questioni indipendentiste di cui la Cina è costellata, una su tutte quella dello Xinjiang. Dall’altro lato una messa in discussione dei rapporti commerciali con alcune potenze occidentali potrebbe influire sulla crescita economica del Paese e avere ripercussioni sulla sua stabilità interna. Ovviamente questa decisione sarà connessa in parallelo con le valutazioni di altri attori, come l’UE che dovrà decidere se prediligere gli interessi economici o la tutela del proprio sistema valoriale. La partita di Hong Kong dunque potrebbe decidersi in base a dove penderà la bilancia rispetto ai vari interessi in campo e probabilmente solo in maniera marginale sarà affrontata nel rispetto delle rivendicazioni della popolazione locale.