Cina-Xinjian: il difficile rapporto tra Urumqi e Pechino

    Francesco Fatone

    Una terra di conquista in perenne conflitto

     La regione autonoma dello Xinjian è da sempre uno dei più grandi problemi della Repubblica Popolare Cinese, che spesso è stata condannata dalla comunità internazionale per le sue azioni nei confronti degli abitanti della regione, gli uiguri. Lo Xinjian è storicamente e geograficamente più vicino all’Afghanistan che a Pechino ed è stato nella sua storia una terra di conquista che ha visto succedersi in due millenni diversi domini dal Regno del Tibet fino alla conquista manciù da parte dell’imperatore Qianlong nel 1758, per poi vivere una brevissima fase d’indipendenza nel 1864 ed essere riconquistata sempre dai manciù nel 1877. Durante gli anni ’30 l’area dell’attuale Xinjian era un rebus  in quanto parte della Cina di Sheng Kai Shek ma vicina all’Unione Sovietica, come uno Stato satellite. Si arrivò poi alla costituzione di due Repubbliche del Turkestan: la prima era una repubblica islamica che durò meno di un anno e portò alla dittatura di Sheng Shicai e della Cricca dello Xinjian mentre la seconda nacque nel 1944 a seguito della rivolta Ili, o ribellione dei Tre Distretti, quando l’esercito uiguro di Ili giustiziò Liu-Bin Di e combatté contro il Kuomitang. Dopo la fase di stallo della seconda repubblica e dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’Esercito di Liberazione Nazionale occupò lo Xinjian annettendolo nuovamente alla Cina. L’occupazione cinese dello Xinjian è ancora oggi motivo di scontro tra la popolazione locale e il Partito Comunista Cinese in quanto gli uiguri ritengono che la seconda repubblica dovesse ambire all’indipendenza ma l’esercito cinese la occupò e ancora oggi il PCC sostiene l’occupazione pacifica della provincia. Nel secondo dopoguerra la popolazione uiguri ha continuato a spingere per l’indipedenza provocando spesso reazioni infelici da parte della Repubblica Popolare Cinese che è stata molteplici volte accusata dagli osservatori per i diritti umani di reprimere la cultura uiguri. Durante gli anni ’90 sono aumentate le tensioni tra uiguri ed han a causa della repressione delle rivolte di Baren del 1991 e Ghujila e le bombe nei bus a Urumqi nel 1997. La Cina, già nel 1996, ha risposto a questa escalation di tensioni con le campagne “Strike Hard” mirate al contrasto al terrorismo nella regione dello Xinjian.

    Venti anni di scontri e repressione

    Gli anni 2000 si sono aperti nel peggiore dei modi per gli uiguri con la paura, all’alba dell’11 settembre 2001, che la minoranza etnica mussulmana potesse divenire un concreto pericolo per il Paese. La guerra al terrorismo dei primi anni 2000 non ha aiutato gli uiguri che cercavano l’indipendentismo ma, anzi, li ha resi ancora più invisi a Pechino che nel 2003 costituì, dopo il vertice di Tashkent, un centro anti-terrorismo nell’OCS per impedire al terrorismo di prendere piede nell’Asia centrale. Gli uiguri cominciarono a denunciare i metodi repressivi della Cina nel loro territorio e la sistematica violazione di diritti umani con restrizioni alle libertà personali, indottrinamento, forti limitazioni della libertà di pensiero e lesione del loro principio di autodeterminazione. Susseguirono, in quegli anni, molte proteste ma la più importante è quella del luglio 2009 ad Urumqi quando una marcia uiguri per i fatti di Shaoguan degenerò in uno scontro con le forze armate di Pechino che fece 197 morti secondo le fonti cinesi. Gli scontri nella capitale uiguri furono condannati dalla Presidente del Congresso Mondiale degli Uiguri Kadeer che da sempre auspica un indipendentismo non-violento dello Xinjian. Secondo documenti del New York Times, il Segretario generale del PCC Xi Jinping, di fronte alle violenze uiguri del 2014 che portarono a 150 morti, avrebbe consentito l’utilizzo di misure antiterrorismo che violano i diritti umani della popolazione hui per contrastare possibili separatismi. Si parla addirittura di campi di reclusione per uiguri presenti dal 2014 nel territorio dello Xinjian, i quali sarebbero aumentati a seguito della nomina di Chen Quanguo a nuovo capo di partito nella regione autonoma. Nel 2017 si sono diffuse sempre più notizie rispetto ai campi di reclusione cinesi per gli uiguri e lo scorso novembre un “video tutorial di make-up” su TikTok  ad opera di una giovane donna uiguri, Feroza Aziz, ha portato alla luce alcune testimonianze sui campi di prigionia che hanno acceso la polemica in Occidente. Se le accuse di violazioni di diritti umani sono certamente fondate, anche i  timori di Pechino circa la possibile nascita di un movimento jihadista interno alla Cina lo sono: in particolare preoccupano le posizioni del Partito Islamico del Turkestan e del suo leader Abd al-Haqq al-Turkestani che ha spesso invocato la violenza come unica strada verso la libertà per gli uiguri. Dietro lo Xinjian ci sono anche interessi economici per le risorse presenti nella regione, ad esempio, ad aprile è stato scoperto un nuovo giacimento petrolifero nel Bacino del Tarim e si stima contenga più di cento milioni di tonnellate di petrolio greggio.

    La ferma condanna europea

    I China Cables pubblicati nel 2019 hanno scosso l’opinione europea facendo emergere la questione uiguri. Stando ai China Cables infatti migliaia di uiguri e persone di etnia kazaka erano detenuti in “campi di rieducazione” sulla base di un sistema di polizia predittiva, anche senza capi di accusa ma per semplice sospetto. Le autorità cinesi si difesero dicendo che i “campi di rieducazione” erano “centri di formazione professionale” utilizzati per combattere l’estremismo religioso violento. I deputati del Parlamento europeo, lo scorso novembre, condannarono la repressione cinese e chiesero al governo di Pechino di chiudere immediatamente i “campi di rieducazione” nello Xinjiang. L’approccio adottato e gli strumenti utilizzati fino ad oggi dall’UE non hanno portato a progressi tangibili per quanto riguarda la situazione dei diritti umani in Cina. I deputati hanno chiesto al Consiglio di adottare sanzioni mirate e di congelare i beni, se ritenuto opportuno ed efficace, contro i funzionari cinesi responsabili di una grave repressione dei diritti fondamentali nello Xinjiang. L’ultima accusa nei confronti della Cina riguarda le politiche sulla procreazione nella regione a maggioranza hui, dove gli uiguri verrebbero sterilizzati e dove si perseguirebbe una “politica del figlio unico” per limitare la crescita demografica di questa etnia.