La Conferenza di Varsavia e il futuro delle relazioni arabo-israeliane

    Fatima Ezzahra Ez Zaitouni

    La Conferenza di Varsavia del 13-14 febbraio sulla stabilità e la sicurezza in Medio Oriente, tenutasi significativamente in concomitanza con i festeggiamenti del 40esimo anniversario della rivoluzione iraniana, può essere ricondotta tra gli strumenti della politica anti-iraniana di Washington. Voluta e organizzata dagli Stati Uniti in collaborazione con il governo polacco, la Conferenza ha visto la partecipazione di oltre cinquanta Stati, tra cui Israele, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, mentre i grandi assenti sono stati proprio l’Iran, non invitato, e l’Autorità palestinese, che ha declinato l’invito.

    Dal canto loro, i paesi dell’Unione Europea hanno inviato delegazioni non di alto livello e significativa è stata l’assenza dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, quasi a voler indicare la diversità di prospettive sul dossier iraniano rispetto alla linea dell’amministrazione Trump e a rimarcare l’adesione degli europei all’accordo internazionale del 2015 sul programma iraniano di produzione di energia nucleare (Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA), dal quale gli Stati Uniti sono usciti lo scorso maggio.

    Tornando alle dinamiche mediorientali, la Conferenza, ancorché apertasi sottotono rispetto alle aspettative statunitensi, potrebbe, invece, segnare una svolta nelle relazioni tra i paesi arabi, in particolare le monarchie del golfo, e Israele, nonché costituire una prova ulteriore della riorganizzazione di obiettivi e priorità geostrategiche dei principali attori regionali. Sintomatica di questo mutamento è, ad esempio, la cosiddetta “questione palestinese”: quello che un tempo era conosciuto come conflitto arabo-israeliano e rappresentava, almeno formalmente, una priorità per i principali paesi della regione, oggi sembra mutato in un affaire sempre più israelo-palestinese e la priorità, in particolare per l’Arabia Saudita e per i suoi alleati regionali, è la rivalità geopolitica con l’Iran [1] per il rafforzamento della propria sfera d’influenza sullo scacchiere mediorientale, anche alla luce dell’importanza strategica ed economica di alcune aree [2].

    Ora, se come è stato osservato, l’obiettivo non dichiarato dell’amministrazione Trump era quello di sfruttare i tavoli diplomatici per creare un fronte compatto e comune per fronteggiare quella che viene descritta come forza destabilizzante iraniana, è possibile sostenere che, tenuto conto di quanto si è detto poc’anzi riguardo alle delegazioni partecipanti, in particolare quelle europee, l’obiettivo non può considerarsi completamente raggiunto. Allo stesso modo, tuttavia, sarebbe precipitoso liquidare la Conferenza come “inutile” o “un disperato circo” come hanno, invece, affermato rispettivamente il capo di stato maggiore iraniano Mohammad Hossein Baqeri e il ministro degli Esteri di Tehran Javad Zarif.

    Innanzitutto, l’ampia partecipazione di paesi arabi ad un tavolo diplomatico al fianco del premier israeliano Netanyahu può essere letta come il sintomo, o il preannuncio, di una nuova fase delle relazioni strategiche tra le principali potenze arabe e Israele, nell’ottica di una probabile normalizzazione dei rapporti e con le conseguenze di cui si accennava sopra[3].

    Questo rapporto alla luce del sole, in particolare con Riyadh e Abu Dhabi, rappresenta per il premier israeliano non soltanto un’importante carta spendibile in vista delle vicine elezioni, ma anche un possibile strumento di pressione a danno delle aspirazioni dei palestinesi. Sempre a questo riguardo, inoltre, e vista la presenza di Jared Kushner, inviato per il Medio Oriente di Trump, nonché uno dei principali ideatori del cosiddetto “Accordo del secolo” per chiudere definitivamente la “questione palestinese”, si potrebbe pensare che siano state fornite delle anticipazioni sui contenuti dell’accordo per capire gli umori dei vari attori coinvolti o interessati.

    Pertanto, se è vero che la Conferenza non si è conclusa con la creazione della tanto ambita MESA (Middle East Strategic Alliance), più conosciuta come NATO araba[4], è vero anche che la Conferenza di Varsavia segna uno spartiacque simbolico nel sistema delle alleanze e delle priorità strategiche tra i paesi dello scacchiere mediorientale, portando alla luce del sole rapporti che finora erano stati verosimilmente affidati alla diplomazia segreta. Alla luce di queste importanti novità, solo apparentemente simboliche, è lecito chiedersi se la nuova geopolitica mediorientale, le priorità strategiche e le alleanze saranno governate da una nuova parola d’ordine: realpolitik.

                  

    Note

    [1] Basti pensare agli interventi armati, diretti e indiretti, dei due attori regionali, l’Iran e l’Arabia Saudita, nei principali teatri bellici mediorientali, da ultimi il conflitto siriano e la guerra in Yemen.

    [2] È il caso, ad esempio, dei due stretti di Bab El Mandeb e Hormuz, importanti key points mediorientali per l’export di petrolio delle monarchie del Golfo.

    [3] Si vedano in proposito anche le recenti dichiarazioni dello storico israeliano esperto di mondo arabo, Mordechai Kedar, quando afferma che la leadership dei paesi del Golfo é interessata ad avere buoni rapporti con Israele. L’intervista completa è consultabile al seguente link.

    [4] Si tratta di un’alleanza militare araba appoggiata da Israele in funzione anti-iraniana promossa dal segretario alla difesa americano Mike Pompeo. Per approfondimenti sul progetto MESA si rimanda al seguente link.