Covid-19 e crisi ambientale: basta fake news. L’uomo, stavolta, non c’entra nulla.

    Enrico Mariutti

    Nell’ultimo mese si sono moltiplicate le voci che hanno cercato di stabilire un collegamento tra la crisi ambientale e l’epidemia di Covid-19.

    Rapporto WWF

    In particolare, in una serie di articoli, il geologo e divulgatore Mario Tozzi ha suggerito che l’epidemia di Covid-19 sia collegata alla proliferazione degli allevamenti intensivi e al disboscamento, mentre il WWF ha proposto una correlazione diretta tra la nuova pandemia e la perdita di biodiversità.

    Ci sono riscontri scientifici per queste ipotesi? Iniziamo dai dati relativi agli allevamenti intensivi.

    Dati alla mano, lo sviluppo degli allevamenti intensivi non sembra avere alcuna correlazione apparente con le epidemie emergenti. Solo una delle 9 patologie emergenti segnalate dal WWF si è manifestata in uno dei Paesi con la maggiore densità pro-capite di animali da allevamento (la Malesia) ma, curiosamente, il patogeno non ha alcun legame con il pollame.

    Tuttavia, cercando sulle principali banche dati accademiche, ci si imbatte in numerosi studi che mettono in relazione gli allevamenti intensivi con il rischio epidemiologico. Come è possibile?

    Lo spiega la FAO:

    “Molte malattie animali sono sempre presenti in alcuni contesti, specialmente dove il settore zootecnico è dominato dal modello ‘tradizionale’ di produzione, dove il sistema è su piccola scala, misto o estensivo. […] Quando il modello zootecnico industriale e quello tradizionale si intersecano, attraverso il commercio o la mobilità umana, possono insorgere dei problemi. I sistemi industriali sono vulnerabili all’emergere o al riemergere di agenti patogeni, di cui i Paesi con scarsi standard sanitari nel settore zootecnico fungono da serbatoi.”

    Livestock in the balance, Livestock and human and animal health. FAO

    In poche parole, gli allevamenti intensivi sono vulnerabili nei confronti delle malattie infettive ma, non per questo, rappresentano un fattore di rischio epidemiologico. Il rischio, come 9.000 anni fa con la tubercolosi, viene dalle forme di allevamento tradizionali.

    L’apparente contraddizione viene chiarita ancora una volta dalla stessa FAO:

    “Allo stesso tempo, gli elevati standard di salute degli animali e le norme di sicurezza alimentare richieste per la protezione del bestiame e dei consumatori nei Paesi con sistemi di allevamento industriale possono diventare barriere insormontabili per i prodotti provenienti da Paesi con sistemi più deboli, limitando le occasioni di esportazione dai Paesi più poveri.”

    Livestock in the balance, Livestock and human and animal health. FAO

    L’accusa nei confronti degli allevamenti intensivi, perciò, non solo è priva di fondamento ma, anzi, capovolge completamente la realtà: il problema, dal punto di vista epidemiologico, è l’allevamento domestico o comunque tradizionale, non l’allevamento intensivo. Le epidemie continuano a nascere nel “pollaio della nonna” o nel “porcile dello zio”, non nei capannoni dei grandi produttori.

    Proviamo a vedere se con il disboscamento va meglio.

    Anche in questo caso, l’ipotesi appare completamente scollegata dalla realtà: solo una delle 9 malattie emergenti segnalate dal WWF si è manifestata in uno dei dieci Paesi più colpiti dal disboscamento (virus Nipah in Malesia). In compenso quasi la metà, 4 su 9, si sono manifestate in uno dei pochi Paesi al mondo in cui la superficie forestale è notevolmente aumentata, la Cina.

    Oltretutto, il caso dell’infezione Nipah, su cui Tozzi insiste per suffragare la propria tesi, è in realtà un esempio eloquente di come gli allevamenti intensivi e la deforestazione non c’entrino assolutamente nulla con le nuove malattie infettive: il virus si manifesta per la prima volta nello Stato di Perak, in Malesia, a cavallo tra il 1998 e il 1999. Il primo salto di specie è avvenuto dai pipistrelli della frutta, il serbatoio naturale del patogeno, ai maiali perché, con tutta probabilità, i suini vennero nutriti con frutta contaminata dalla saliva o dall’urina dei pipistrelli. Il successivo salto di specie, dal maiale all’uomo, è avvenuto per contatto diretto con gli animali, con le loro feci o con il loro sangue (WHO, Journal of Clinical Microbiology).

    Questa catena di eventi è stata possibile per un semplice motivo: la regione era contraddistinta da modelli di allevamento tradizionali. In un allevamento industriale gli animali vengono nutriti con mangimi certificati, sono costantemente monitorati, sono periodicamente sottoposti a terapie preventive e il contatto diretto con gli operatori è severamente vietato.

    Le autorità malesi hanno reagito all’emergenza imponendo la modernizzazione degli allevamenti e dal 1999 non si è più registrato un focolaio di Nipah in Malesia. In compenso, ogni anno, si manifestano nuovi focolai in India e Bangladesh, dove però non è mai stata documentata alcuna interazione con i maiali o con altri animali da allevamento: abitanti delle comunità rurali si infettano mangiando frutta contaminata con saliva o urina di pipistrello.

    Ma allora questa rapida sequenza di nuove epidemie è casuale? No, affatto.

    Per capire qual è il fil rouge che unisce le malattie emergenti basta dare uno sguardo a dove sono nate.

    Influenza suina: un allevamento tradizionale di maiali nel cuore del Messico;

    Ebola: un non meglio precisato villaggio del Congo;

    Marburg: un non meglio precisato villaggio dell’Uganda;

    MERS: una non meglio precisata comunità di beduini del deserto arabico;

    Nipah: un allevamento tradizionale di maiali in Malesia;

    H5N1 (Aviaria), SARS, H7N9 (Aviaria), Covid-19: uno dei tanti mercati di animali vivi in Cina;

    Che cos’hanno in comune questi 9 luoghi, così lontani e così diversi tra loro?

    Il sottosviluppo. Né il disboscamento, né l’allevamento intensivo, né la perdita di biodiversità ma, più prosaicamente, il sottosviluppo.

    “Le malattie infettive, come il Covid-19, proliferano in contesti contraddistinti da scarse condizioni igienico-sanitarie, degrado socio-ambientale e sottosviluppo culturale”. Detta così non avrebbe fatto notizia.

    Ma lasciare intendere che la pandemia di Covid-19 è la conseguenza del nostro modello di sviluppo, beh, questo sì che fa notizia. Soprattutto, fa molto comodo a chi, come il WWF e Tozzi, sosteneva (in quel caso a ragione) la stessa identica tesi per il Cambiamento Climatico. I tecnici lo chiamano pregiudizio di conferma (confirmation bias).

    C’è di più: questa non è solo un’argomentazione comoda, è anche un’argomentazione disonesta (dishonest argument).

    Con argomentazione disonesta non si intende un argomento esposto da persone disoneste, come lascia intendere Tozzi per degradare il suo interlocutore a rango di insultatore o forse per semplice ignoranza, ma un argomento che si regge su fallacie logiche, trappole della mente che disorientano il senso critico dell’interlocutore.

    Facciamo qualche altro esempio:

    – Dire che “la mensa l’abbiamo data noi a questi microrganismi invisibili. Abbiamo mandato l’equilibrio naturale a gambe levate, il nostro modello di sviluppo aumenterà queste situazioni” è molto comodo. Abbiamo familiarità con il concetto di equilibrio, di contrappasso, è un argomento intuitivo, alla portata di tutti. Tutti abbiamo esperienza di cosa significa, e cosa comporta, rompere un equilibrio. “A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria” è probabilmente la citazione più abusata degli ultimi 50 anni.

    Ma allora perché nel corso XX secolo, e cioè nei 100 in cui l’uomo ha distrutto più Natura da quando esiste, l’incidenza delle malattie infettive sulla mortalità è crollata, mentre quando vivevamo “in pace con la Natura” l’aspettativa di vita media alla nascita era tra 15 e 30 anni?

    Manju Pilania, Epidemiological Transition

     

    Manju Pilania, Epidemiological Transition

    – Dire che “è fondamentale non cadere in tranelli anti-scientifici che hanno sempre un respiro brevissimo quando negano la realtà delle evidenze” fa un certo effetto.

    Ma allora perché sia il WWF sia Tozzi devono usare come fonte principale il libro di un giornalista (Spillover di David Quammen) invece che un trattato di sociobiologia? Eh sì, perché il rapporto del WWF conta ben 25 citazioni di ricerche scientifiche ma nessuna che faccia anche vagamente riferimento alla teoria proposta dallo studio. Troverete fonti sul commercio illegale di pangolini, sulla densità della copertura forestale globale e su tanti altri interessantissimi argomenti. Ma nessuno mette in discussione il problema del commercio illegale dei pangolini, nelle economie avanzate il commercio di animali selvatici è illegale proprio per i motivi citati dal rapporto, o del disboscamento, che in Europa stiamo combattendo efficacemente da almeno un secolo. Quello che è discutibile, per non dire campato in aria, è la teoria di fondo: l’epidemia di Covid-19 è correlata alla perdita di biodiversità.

    Anzi, paradossalmente, andando a leggere le stesse fonti allegate al rapporto, ci si imbatte in studi autorevolissimi che sostengono la tesi esattamente opposta: le malattie come il Covid-19 (zoonosi da animali selvatici) sono correlate con la ricchezza della biodiversità locale, non con la perdita di biodiversità.

    “I modelli spazialmente espliciti possono essere utilizzati per identificare le regioni che hanno maggiori probabilità di produrre le prossime zoonosi emergenti (i cosiddetti hotspot delle malattie infettive emergenti). Questi hotspot sono regioni in cui le attività umane si svolgono su uno sfondo di elevata biodiversità della fauna selvatica, con concomitante biodiversità microbiotica”

    Morse et al., 2012. Prediction and prevention of the next pandemic zoonosis. Lancet, 380, 1956-65. Citato a pagina 12 del rapporto.

    “La ricchezza della fauna selvatica è un fattore predittivo significativo per l’emergere di malattie zoonotiche di origine selvatica, senza alcun ruolo per la crescita della popolazione umana, la latitudine o le precipitazioni.”

    Jones et al., 2008. Global trends in emerging infectious diseases. Nature, 451, doi:10.1038/nature06536. Citato a pagina 12 del rapporto.

    “Molti agenti patogeni infettivi possono essere trasmessi dagli animali all’uomo e viceversa o attraverso gli animali (in particolare gli artropodi) all’uomo. Tali malattie sono chiamate malattie zoonotiche e/o trasmesse da vettori. Per controllarle o prevenirle, si raccomanda spesso di mirare alla riduzione della popolazione di specie ospiti o vettori, ad esempio attraverso l’abbattimento preventivo o l’uso di insetticidi.”

    Lugassy et al., 2019. What is the evidence that ecosystem components or functions have an impact on infectious diseases? A systematic review protocol. Environmental Evidence, 8, 4. Citato a pagina 30 del rapporto.

    Ma ammettiamo pure che distruggendo gli ecosistemi naturali ci sia la possibilità che gli animali selvatici, serbatoi di patogeni pericolosi per l’uomo, vengano in contatto con le città, con il bestiame o con gli animali domestici e che una nuova malattia faccia il salto di specie. Insieme ai pipistrelli, però, arriva anche Internet. E questa è una variabile da tenere in conto.

    Pensiamo solo all’AIDS: si manifesta per la prima volta a inizio ‘900, la scopriamo solamente 70 anni dopo, quando arriva nella prima grande città (Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo) e, oramai, è incontrollabile.

    Le informazioni, da sempre, sono il primo strumento per combattere le epidemie. Il più importante. Pensare di creare intorno all’uomo una barriera impenetrabile per proteggerlo dai 1600 patogeni noti e dalla miriade di patogeni ignoti è pura utopia.

    Milano fu l’unica grande città europea a patire pochi danni dall’ondata di Peste del 1331-1353 perché, per sua fortuna, la malattia si manifestò in Sicilia e a Milano arrivò prima la notizia che il batterio. I Visconti chiusero la città e la salvarono dall’epidemia. Perché rimproveriamo alla Cina di aver dato al mondo la notizia del Covid-19 con 15/30 giorni di ritardo? Perché non ci si può difendere da un nemico che non si vede arrivare.

    Impatto ambientale significa anche mezzi per far viaggiare più rapidamente le informazioni. Nelle foreste incontaminate del Borneo non c’è Internet. Non ci sono ospedali che mandano quotidianamente o settimanalmente bollettini statistici alle autorità. Se scoppia un’epidemia rischiamo di scoprirlo dopo mesi, quando ha avuto tutto il tempo per diffondersi in maniera incontrollata. L’AIDS ci ha fatto capire il meccanismo: ha infettato l’uomo in un contesto molto simile a quello dei cacciatori-raccoglitori di cui parla Tozzi ma, proprio per questo motivo, ha avuto tutto il tempo per trasformarsi in una pandemia globale prima che potessimo fare qualcosa per contenerla.

    Impatto ambientale vuol dire anche farmaci più efficaci e apparecchiature mediche più avanzate. Negli USA il settore sanitario, da solo, rappresenta il 10% delle emissioni di anidride carbonica e il 9% delle sostanze inquinanti. E se mettiamo in conto anche l’istruzione, perché per diventare medico, infermiere, farmacista o tecnico sanitario bisogna studiare, la ricerca pura e applicata, perché per sintetizzare un nuovo farmaco servono supercomputer, nuove molecole, nuove conoscenze, e lo sviluppo sociale, perché le terapie innovative non bastano, bisogna anche renderle accessibili a tutti (qui il discorso diventa molto complesso), scopriamo che buona parte di quello che chiamiamo “impatto ambientale” sono le conseguenza della nostra lotta con la Natura per una vita più lunga e meno pericolosa. Un desiderio che ci accomuna più o meno tutti.

    Tutto questo negli articoli di Tozzi o nel report del WWF non c’è.

    Il motivo di questa lacuna era già illustrato con sorprendete chiarezza da uno studio uscito quasi quindici anni fa su una delle riviste ufficiali della FAO (Unasylva):

    “Purtroppo, la ricerca dedicata alle conseguenze della perdita di biodiversità sulla salute umana da tempo si concentra sui sistemi ecologici e globali, e persiste nel trascurare fattori sociologici e psicologici.”

    Dounias, Edmond & Froment, Alain, 2006, When forest-based hunter-gatherers become sedentary: Consequences for diet and health. Unasylva, 57.

    Ma perché ostinarsi ad analizzare la crisi ambientale solo dalla prospettiva naturale e mai dalla prospettiva umana?

    La ragione è semplice: per alimentare il senso di colpa nell’opinione pubblica bisogna ingigantire l’effetto distruttivo della civiltà e sminuire quello costruttivo.

    L’obbiettivo è evidente quando Tozzi fa riferimento alle condizioni di salute dei cacciatori-raccoglitori: “I nomadi cacciatori-raccoglitori, ovviamente, si ammalavano molto meno dei cittadini agricoltori e non sviluppavano certo epidemie”, sostiene il geologo. E aggiunge: “la statura media dei cacciatori era di 178 cm, mentre quella degli agricoltori 160 (per gli uomini). I dati paleoantropologici ci dicono che malattie dei denti, anemie, framboesia, sifilide e osteoartrite erano più diffusi tra questi ultimi. Gli agricoltori si procuravano calorie a buon mercato, pagando però il prezzo di una nutrizione più povera, e rischiavano paradossalmente di morire di fame più dei cacciatori raccoglitori”.

    La teoria secondo cui l’agricoltura e l’inurbamento hanno debilitato, e continuano a debilitare, la salute umana nasce negli anni ’70 dalla penna del virologo australiano Frank Fenner e bisogna ammettere che, almeno fino alla fine dello scorso secolo, ha goduto di un certo credito presso la comunità scientifica. Ma negli ultimi due decenni l’accesso a nuovi dati archeologici e il sequenziamento del genoma umano hanno permesso di approfondire la questione da nuovi punti di vista, meno speculativi e più analitici. Ribaltando le conclusioni di Fenner.

    “L’ipotesi di Fenner è stata una teoria influente nella storia della biologia umana. È un importante argomento a sostegno dell’idea che la salute si è deteriorata con l’avvento dell’agricoltura. È attraente per la sua semplicità e perché i presupposti di base sembrano ragionevoli per la maggior parte delle persone. Tuttavia, permangono gravi lacune. […] In ogni caso e in ogni epoca, le evidenze empiriche non supportano l’ipotesi di Fenner. I dati su un’epoca così remota sono controversi, ma per quanto si può determinare, la mortalità è cambiata poco nel corso della Preistoria, anche dopo l’introduzione dell’agricoltura. Inoltre, la recente espansione delle popolazioni durante il periodo storico è chiaramente correlata a un declino della mortalità, non a un aumento. Oltretutto, la causa di morte la cui incidenza è diminuita maggiormente durante il periodo storico è propria quella che nell’ipotesi di Fenner sarebbe dovuta aumentare: le malattie infettive.”

    Stinson et al., 2012. Human Biology. Wiley-Blackwell, pp.725-726.

    Molti studiosi non hanno avuto difficoltà a adattarsi al nuovo orizzonte delle conoscenze scientifiche: nel 2012 Jared Diamond ha pubblicato un libro dal titolo “Il mondo fino a ieri” in cui cambia posizione su molti argomenti rispetto a “Il terzo Scimpanzè”, la pubblicazione del 1994 a cui fa riferimento Tozzi. Ovviamente, il riposizionamento di Diamond ha innescato una reazione violentissima da parte del movimento conservazionista, che, in un dibattito “scientifico” surreale, ha accusato l’antropologo di tradimento.

    “Nella maggior parte delle società tradizionali, le malattie nel loro complesso si collocano al primo o al secondo posto nella graduatoria delle principali minacce alla sopravvivenza umana. Erano prime per esempio tra gli agta e i !kung (presso i quali, secondo alcune stime, l’incidenza delle patologie sul totale dei decessi oscillava rispettivamente tra il 50 e l’86 per cento e tra il 70 e l’80 per cento), mentre ai tempi in cui gli aché vivevano nella foresta erano considerate la seconda fonte di pericolo dopo la morte violente, sebbene «soltanto» un quarto dei decessi fosse imputabile a stati patologici. Per valutare correttamente questi dati, sarebbe comunque opportuno tenere presente che la scarsa alimentazione è una concausa di molti decessi comunemente attribuiti alle malattie infettive, in quanto notoriamente determina una maggiore vulnerabilità nei confronti delle infezioni”

    Jared Diamond, Il mondo fino a ieri, Einaudi, 2012

    (da notare che la definizione di “società tradizionali” incorpora cacciatori-raccoglitori e agricoltori, superando, in linea con i nuovi dati, la dicotomia a cui è tanto affezionato Tozzi)

    Qualche divulgatore, invece, continua a sostenere che i cacciatori-raccoglitori erano più alti degli agricoltori perché più sani e meglio nutriti.

    “I cacciatori-raccoglitori della foresta pluviale africana sono tra i più piccoli esseri umani del pianeta. Gli uomini adulti superano raramente 1,5 metri di altezza, circa un quarto di metro in meno rispetto alla media globale. Ora, la più grande analisi genetica di questo gruppo potrebbe aver individuato il gene responsabile e risolto un mistero che ha irritato gli scienziati per decenni”

    M. Price, 2019, ‘Stature gene’ may reveal why these hunter-gatherers are among the world’s smallest humans, Science, doi:10.1126/science.aaz1163 in riferimento a M. Lopez et al., 2019, Genomic Evidence for Local Adaptation of Hunter-Gatherers to the African Rainforest, Cell, 27:17, doi.org/10.1016/j.cub.2019.07.01

    Ma anche alcune argomentazioni del prof. Roberto Danovaro, il Direttore Scientifico del WWF, tradiscono un profondo pregiudizio storico: “dire che il progresso scientifico e la capacità di curare malattie siano possibili proprio grazie alla distruzione degli habitat è una follia”.

    Eppure, pensateci un attimo: quante volte avete sentito parlare di “sfida dello sviluppo sostenibile”? Si tratta di una formula usata più volte anche dallo stesso WWF. A quale sfida si fa riferimento?

    L’ONU la riassume così:

    “Il raggiungimento dello sviluppo sostenibile richiederà azioni globali per ottemperare alla legittima aspirazione nei confronti di un ulteriore progresso economico e sociale, che richiede crescita e occupazione e, al contempo, il rafforzamento della protezione dell’ambiente”

    ONU, preambolo al rapporto World Economic and Social Survey 2013 – Sustainable Development Challenges

    Dire che fino a oggi il progresso si è fondato sulla distruzione ambientale significa dire una banalità. E se suona così male è perché negli ultimi decenni tanti ambientalisti, soprattutto i più esposti a livello mediatico, hanno imbottito l’opinione pubblica di credenze religiose, spacciandole per Scienza.

    Ci siamo evoluti consumando più risorse. E abbiamo devastato il pianeta per procuraci queste risorse. Il progresso è esattamente il prodotto della distruzione di migliaia di ecosistemi. Questa è la cruda verità, senza fronzoli.

    Overcosumption? Our use of the world’s natural resources. Rapporto finanziato da Friends of the Earth Europe e Sustainable Europe Research Institute.

    Il World Economic Forum ci ricorda che circa il 90% (novanta per cento) della perdita di biodiversità è connesso al procacciamento di risorse naturali. E i dati dimostrano che la maggior parte delle risorse di cui stiamo parlando non servono a produrre armi o beni di lusso ma cibo per sfamare la popolazione mondiale, combustibili per tenerla al caldo e permetterle di spostarsi, tessuti per vestirla, minerali per dotarla di tutti quegli strumenti che rendono la vita più comoda. Insomma, quelli che tradizionalmente chiamiamo i bisogni fondamentali.

    L’ideologia non c’entra proprio nulla, anche se qualcuno cerca sempre di tirarcela dentro: il Capitalismo ci ha resi solo più ambiziosi e più numerosi, il modello economico che verrà dopo ci renderà ancora più ambiziosi e ancora più numerosi. Se nel frattempo non deragliamo dalla nostra corsa, ovviamente.

    Il progresso, e solo il progresso, può risolvere la crisi ambientale. Ma il progresso significa, necessariamente, un qualche tipo di crescita, di avanzamento.

    Probabilmente pochi sanno che le foreste in Europa sono tornate a crescere solo nel ‘900, dopo 2.000 anni in cui si riducevano. Perché? Perché grazie ai fertilizzanti, agli antiparassitari, alle macchine e persino ai temutissimi OGM siamo riusciti ad aumentare drasticamente la produttività dei terreni agricoli. E quindi non c’è stato più bisogno di tagliare foreste per fare spazio ai campi, anzi, il processo si è invertito: tanti campi oramai incolti sono stati occupati nuovamente dagli alberi (anche se si tratta di foreste disordinate e squilibrate).

    È chiaro che non possiamo continuare così ancora per molto. Cosa vogliamo lasciare alle generazioni future, un deserto radioattivo? Abbiamo ambizioni infinite che si fondano su una “base economica” finita, il nostro pianeta. Il punto è cosa cambiare: l’ONU ritiene che il paradigma della crescita sia intoccabile, il WWF e Mario Tozzi pensano che la crescita sia sacrificabile. La Storia dell’umanità se ne farà una ragione.

    Abbiamo ancora tante “dimensioni” da esplorare prima di darci per vinti: il mare, il sottosuolo e, in futuro, lo spazio.

    Quando l’ambientalismo capirà che l’amore per il concetto di decrescita felice è esattamente il motivo per cui è politicamente e culturalmente irrilevante, allora sarà in grado di parlare al cuore e alla testa delle masse.

    Fino a che continuerà a parlare di cacciatori-raccoglitori e pipistrelli della frutta rimarrà una componente marginale nel dibattito pubblico. Soprattutto, poi, nel mondo post-Covid, che sarà un mondo affamato di crescita.