Difesa europea. Intervista al Generale Vincenzo Camporini

    Arianna Muro Pes

    Intervista al Generale Vincenzo Camporini, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa[1] a cura di Arianna Muro Pes

    Sin dalla mancata approvazione della Comunità Europea di Difesa (CED), nel 1954, la possibilità di una difesa europea integrata è stata per molto tempo messa da parte. Con la nascita dell’Unione europea il dibattito sull’ipotesi di un’integrazione dei programmi e delle risorse nel campo della sicurezza e della difesa comune è stato ripreso e considerato come un obiettivo ormai fortemente condiviso a parole dai parte dei leader dei principali Paesi europei, ma ampiamente disatteso nella pratica. Investire nell’integrazione della difesa potrebbe contribuire al rilancio di un’Unione europea unita e in grado di far fronte a questioni interne comuni, influendo sulla scena internazionale e con notevoli risparmi sui bilanci nazionali?

    In questi giorni, ho avuto l’onore e il piacere di poterne parlare con il Generale Vincenzo Camporini, con il quale abbiamo ripercorso i recenti sviluppi e discusso sull’importanza di una Difesa comune, con i possibili conseguenti vantaggi, o eventuali problematicità che ne deriverebbero.

    Dal 2016 c’è stata una ripresa del tema della Difesa europea da parte delle istituzioni europee, soprattutto su spinta dell’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, Federica Mogherini, con due importanti sviluppi ossia l’attivazione della PESCO e l’istituzione del Fondo Europeo per la Difesa. Secondo Lei quanto questo slancio è reale ed effettivo? o solo istituzionale?

    Premesso che sono un federalista convinto e che mi occupo di questi temi sin dal ‘99, quando ero un Generale di Divisione ho avuto la fortuna di partecipare alla stesura dell’Helsinki Headline Goal approvato dal Consiglio europeo nel dicembre del 1999. Questo documento stabiliva l’obiettivo che l’Unione europea doveva raggiungere per avere un peso militare significativo e per avere la capacità di poter intervenire. All’epoca ci fu molto entusiasmo. Negli anni successivi e con l’istituzione dell’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, si sono susseguite diverse fasi. Quando Javier Solana divenne il primo Alto Rappresentante dell’Unione europea, dal 1999 al 2009, ci fu una spinta molto forte e fu il primo a scrivere una sorta di disegno strategico, un progetto consistente in un documento molto breve ma significativo e interessante; però purtroppo con il tempo l’entusiasmo si affievolì. Inoltre con l’emergere della questione della fuoriuscita inglese dall’Unione il tema “difesa” fu rimesso da parte. Problema, quello inglese, che peraltro è stato sfruttato da molti Paesi e dietro cui molti si sono nascosti, facendo in modo che la Gran Bretagna ne venisse indicata come il capro espiatorio. Quindi nel periodo di Lady Catherine Ashton, Alto Rappresentante dal 2009 al 2014, l’idea d’integrazione della difesa non ebbe nessuno sviluppo. Con l’arrivo della Mogherini, invece, le cose sono cambiate, o almeno le intenzioni sono cambiate.

    Il documento di promozione della difesa europea, il EU Global Strategy on Foreign and Security Policy (EUGS), sarebbe stato davvero un bel documento se non fosse risultato troppo lungo dato che mettere d’accordo 27 Paesi membri allo scopo di farlo approvare, si è dovuto tener conto delle posizioni di ciascun Paese. Ciononostante si tratta di un bel documento, che però purtroppo non ha portato da nessuna parte, con nessun tipo di concretezza.

    La Cooperazione Rafforzata Permanente (PESCO) è una previsione del Trattato di Lisbona (artt.42.6 – 46) ed ivi definita in modo molto chiaro. Io ne parlai a suo tempo con uno dei suoi redattori, Giuliano Amato, e diciamo che loro avevano immaginato la PESCO come un insieme di Paesi willing and able che decidono di collaborare più strettamente attraverso un meccanismo di cooperazione rafforzata. Si tratta di un gruppo di Stati membri che non necessariamente deve comprenderli tutti, anzi deve essere limitato, con la possibilità di accesso successivo, a chi lo desidera dimostrando di rientrare nei requisiti stabiliti e fissati dal Protocollo 10.3 dello stesso Trattato. Questa era un’idea sana nel senso che non è pensabile fare alcun tipo di progresso operativo, se vige il principio di unanimità esteso a tutti gli Stati membri. Il problema è che proprio per questo motivo la PESCO è rimasta nel cassetto per molto tempo.

    Quando i tempi sono maturati, con la questione “Brexit” in corso, finalmente l’Alto Rappresentante è riuscito a portare avanti questo progetto. Il problema però, è che si scontrarono due anime, ossia quella francese e quella tedesca. I francesi interpretavano molto correttamente il Trattato cosi come era stato scritto, i tedeschi, invece, volevano qualcosa di molto più inclusivo. Vinsero i tedeschi, ma ciò ha significato perdere la funzionalità della PESCO. In effetti da un punto di vista “meccanico” viene approvata dal Consiglio europeo con una maggioranza qualificata, ma all’interno della PESCO vige la regola dell’unanimità di ben 25 Stati membri che ne fanno parte, il che rende qualsiasi progresso molto difficile. Non a caso, da quando è stata attivata, c’è stato un fiorire di progetti tutto sommato di ridotta entità e molti di questi erano già preesistenti, di nuovo c’era solo un contenitore all’interno del quale inserirli ed etichettarli. La collaborazione dei Paesi, in effetti, già prima dell’attivazione della Cooperazione Permanente, era comunque abbastanza regolare in vari formati con forze multinazionali di vario tipo.

    A suo avviso quale è lo scopo di una Difesa comune? E come dovrebbe essere utilizzata?

    L’essenza della Difesa europea è quella di avere una capacità operativa comune da utilizzare concordemente  per il sostegno a una politica estera comune. Questa è la chiave di volta di tutto il ragionamento. Nonostante io sia un federalista convinto, bisogna avere del realismo al riguardo e constatare che se non si ha una politica estera comune, altrettanto lo strumento militare a sostegno della politica estera non può essere comune perché si rivela di fatto assolutamente inutile.

    Noi abbiamo avuto un esempio eclatante nel passato recente, quando a fine anni ’90, nel fiorire dei vari progetti di collaborazione, Italia, Spagna, Francia e Portogallo, decisero la formazione di 2 entità militari comuni: una forza navale comune (EUROMARFOR) e una forza terrestre comune (EUROFOR) che si è sostanziata in un comando dispiegabile in teatro operativo con la capacità di gestire una forza di 8/10 mila uomini e con quartier generale a Firenze.

    Devo dire che i 4 Paesi ci misero davvero molta buona volontà nel crearla con risorse umane, logistiche ed economiche di primissimo livello. Questa entità trovò un primo impiego in Kosovo durante una delle rotazioni delle forze della NATO. Lavorò benissimo e dopo i 6 mesi di missione, lasciarono il territorio con risultati ritenuti tutti molto soddisfacenti. Nel corso della preparazione della missione successiva, accadde che a Pristina venne dichiarata l’indipendenza autonomamente. A questo punto un Paese come la Spagna, che ha da sempre un rapporto difficile con il tema “secessione”, non si trovò d’accordo e decise quindi, di porre il veto all’operazione a soli 15 giorni prima della partenza. Successivamente si cercò di mantenere l’EUROFOR in vita, ma 4 anni dopo si decise alla fine di scioglierlo. Questo è l’esempio lampante che se non c’è una missione da compiere, in cui tutti sono d’accordo, nell’ambito di una politica estera condivisa, tutti gli sforzi che si fanno non possono essere considerati definitivi, vuol dire quindi che dobbiamo rinunciarci? No, non credo.

    Lei avrebbe qualche proposta o idea di come poter risolvere questo problema?

    Posto che lo strumento militare è uno strumento al servizio della politica estera comune, costatato che un’unica politica estera dei 27 Stati membri con il vincolo dell’unanimità è assolutamente folle, poiché ogni Stato risponde a esigenze interne differenti, ho riflettuto sulla seguente proposta: invece di pensare a una politica estera comune globale a 2, a 3, a 4, o quanti Stati si decide debbano partecipare, si potrebbe identificare un singolo problema politico a livello regionale su cui far convergere un progetto di gestione comune.

    In Nord Africa, ad esempio, abbiamo un’area dove è possibile identificare degli interessi comuni tra Italia, Francia e Germania e forse anche Spagna. In questo caso è evidente che sia necessario l’intervento della politica che deve accettare di sedersi intorno al tavolo e discuterne, ovviamente in modo molto riservato (la politica estera non si fa mettendosi al lato della strada con il megafono), allo scopo di formulare un progetto comune. Se ci fosse la volontà politica di fare una cosa del genere, in una certa misura, per un certo problema, con un obiettivo comune, a questo punto si può arrivare alla definizione di una sorta di progetto globale comprendente tutti gli strumenti necessari, da quelli finanziari, industriali, commerciali e quello militare, a sostegno di questa politica. Si potrebbero quindi costituire una sorta di “Afrika Korps” a 4, ad esempio, che deve operare alle dipendenze di un organismo ad hoc che potremmo definire come uno steering committee in cui i 4 paesi gestiscono tutta la problematica, incluso l’impiego delle forze armate.

    Nel passato abbiamo avuto un ottimo esempio, seppur limitato, ossia la Missione Alba: lanciata su iniziativa italiana quando scoppiò la crisi delle società piramidali in Albania a causa della quale stava per scoppiare una guerra civile. Nell’arco di una settimana, l’allora Governo italiano riuscì a radunare intorno a un tavolo altri 7 Paesi e si definirono la missione, i suoi obiettivi e come questa doveva essere gestita. Dopo solamente una settimana, gli uomini erano sul terreno e la missione ebbe pieno successo. Si potrebbe obiettare che questa fosse limitata nel tempo e nello scopo, in una regione che peraltro, tutto sommato, non presentava problemi molto estesi, nonostante ciò il modello a cui penso è questo.

    Credo che se oggi modellassimo un progetto di difesa europea in questo senso, qualche progresso lo potremmo fare. Dopodiché, una volta che si stabilisce questo nucleo iniziale, si sviluppa una sorta di forza di gravità che attira tutti gli altri. Quello che bisogna evitare è dare una connotazione nazionale a questo sforzo multinazionale, che invece è purtroppo il problema in cui ci ritroviamo spesso con i francesi. Un esempio in questo senso lo abbiamo avuto quando i francesi, dopo l’approvazione della PESCO lanciarono un’iniziativa, la EII, European Intervention Initiative, che è stata sottoscritta da un certo numero di Paesi; inizialmente l’Italia non la sottoscrisse, allo scopo di perseguire l’obiettivo di cooperazione rafforzata riferita, come abbiano detto prima, a un numero limitato di Paesi che avessero il desiderio di collaborare. Il difetto, però, fu l’eccessiva imposizione dei francesi sulla gestione di questa iniziativa. Io fui molto critico, all’epoca, in merito al fatto che l’Italia ne fosse rimasta fuori visto che non condivideva la proposta, poiché se c’è qualcosa di sbagliato è importante avere voce in capitolo per poter cercare di cambiare. In ogni caso, anche questa iniziativa in realtà non ebbe nessun particolare progresso.

    Un tema cruciale sono i finanziamenti che si devono stanziare per una difesa comune. A che punto è l’Unione europea da questo punto di vista?

    Come detto prima, la Mogherini ha lanciato 2 progetti, la PESCO e l’European Defence Fund (EDF). Quest’ultimo dovrebbe mobilitare le risorse finanziare europee allo scopo di favorire progetti di sviluppo comune nel settore della difesa. L’esigenza è chiara, noi abbiamo in Europa un mercato comune per quasi tutto, ma non per la difesa (ciò è dovuto a una questione di sicurezza nazionale come prevista dall’art.346 del TFUE che prevede l’esclusione della materia della produzione e commercio di armi, munizioni e materiale bellico dall’ambito di applicazione del diritto dell’Unione Europea e non consente gare d’appalto internazionali).

    Se come scopo vi è quello di difendere le industrie nazionali, il risultato è che si crea una totale frammentazione. Ciò significa che per qualsiasi progetto ognuno sviluppa internamente il proprio sistema, in numeri che sono necessariamente piccoli perché sono in riferimento alle esigenze dei singoli Paesi. In campo industriale, ed è risaputo, se si producono serie in grandi numeri, si ottengono delle economia di scala che non si otterrebbero se si facessero pochi pezzi. Il risultato è che ogni singolo mezzo blindato europeo (ne abbiamo credo 18 tipi) ha un costo di 3-4 volte maggiore rispetto a quello dell’omologo americano, di cui ce ne sono solo 3 tipi. Se si frammentano le risorse, nonostante se ne abbinano molte, alla fine non si ottiene alcun beneficio.

    All’inizio del secolo ci fu uno studio della RAND Corporation in cui si affermava che l’Europa spendeva il 60% di quello che spendevano gli Stati Uniti per la difesa, avendo però, una capacità operativa del 15% rispetto a questi. Ciò è dovuto al fatto che non vi è la possibilità di avere una logistica comune, o avere un mutuo supporto. Un esempio: se si avesse la possibilità di scambiarsi pezzi di ricambio si risparmierebbe tempo e risorse, cosa che al momento non è possibile vista l’esistenza di mezzi diversi nei diversi Paesi che comporta l’esigenza di attendere i propri specifici pezzi di ricambio. Queste diseconomie fanno si che il rendimento di un singolo euro speso per la difesa, sia infinitamente inferiore rispetto a un dollaro speso in difesa dagli Stati Uniti.

    Se sulla PESCO sono stato molto critico, penso che invece lo European Defence Fund sia di grande importanza. Finalmente l’UE crea degli incentivi per far si che, su base volontaria, le industrie si mettano insieme allo scopo di creare qualcosa di usufruibile da parte di tutti con dei costi che sono largamente inferiori.

    Un esempio nel campo aeronautico: il famigerato caccia bombardiere F35 oggi costa 82 milioni di dollari a pezzo, mentre lo straordinario Eurofighter, di cui io sono uno dei molti promotori, costa circa 110 milioni di euro a pezzo, quindi una volta e mezzo in più rispetto al velivolo americano poiché di quest’ultimo se ne producono 3 mila esemplari, mentre dell’Eurofighter ne sono stati prodotti solo 600. Se si inducessero le nostre industrie a progetti comuni si potrebbe riuscire a produrre più esemplari di Eurofighter a un costo inferiore. L’EDF può essere molto utile in questo senso. Nonostante, ancora prima della pandemia ci sia stata una forte riduzione del fondo, dai 13 miliardi iniziali a 7 miliardi, che comunque non sono pochi, si tratta sicuramente di un incentivo importante.

    Fino ad ora abbiamo parlato degli aspetti che riguarderebbero la difesa una volta raggiunta una buona integrazione, però per arrivarci bisogna rimettere in discussione tutte le strutture organizzative militari dei Paesi che farebbero parte di un sistema integrato. È un problema risolvibile?

    Credo che il problema principale sia quello dei politici che non si accordano sulla politica comune, anche se sicuramente c’è un tema di riorganizzazione delle infrastrutture militari. Noi abbiamo tutta una serie di strutture nazionali che fanno resistenza oggettivamente. Detto in modo molto semplice: oggi abbiamo 27 capi di Stato maggiore, se domani ne avessimo uno solo gli altri che faranno? Quindi c’è sicuramente un problema di questo tipo che dovrà essere affrontato, ma non potrà essere affrontato se non c’è una decisione politica a monte.

    Bisogna essere consapevoli che le burocrazie militari, che sono apparentemente schierate per un “dobbiamo fare le cose tutti insieme”, sicuramente all’atto pratico presenterebbero degli ostacoli. In effetti questo è un problema che bisognerà affrontare, I compromessi però si trovano, le soluzioni tecniche si trovano, non è un problema di “poltroncine”. Non penso quindi, sia questo che ne ostacolerebbe gli sviluppi. La questione essenziale al momento resta la mancanza di visione di una politica estera comune.

    Ritiene quindi che servano classi dirigenti disposte a guardare oltre il proprio interesse nazionale?

    Prendiamo ad esempio il caso della Libia del 2011, dove abbiamo la constatazione di fatto di uno scontro tra Italia e Francia. Inizialmente la Francia si opponeva al nostro disegno e viceversa. Se guardiamo il tema da un punto di vista oggettivo non c’è nessun motivo concreto perché non ci possa essere un interesse convergente tra i due Paesi. La Francia ha la maggior parte dei suoi interessi in campo petrolifero concentrati nella fascia centro orientale del Paese, ossia Sirte e la parte occidentale della Cirenaica, mentre l’ENI, quindi l’Italia, ha il 95% delle sue strutture nella parte a ovest di Tripoli. Non c’era un conflitto tra le nostre esigenze energetiche e quelle francesi, per cui sarebbe bastato semplicemente che il nostro Ministro degli Esteri dell’epoca si mettesse d’accordo col suo omologo francese scoprendo che alla fine gli interessi erano convergenti e che quindi avremmo potuto definire una linea politica comune in modo tale da poter salvaguardare i reciproci interessi.

    Quindi a suo avviso quale fu il problema? Una mancanza di visione d’insieme della questione da parte dell’esecutivo?

    Il problema è che purtroppo in politica estera spesso c’è troppa emotività. Da parte francese c’è questa prosopopea da “grandeur”, mentre da parte italiana c’è invece questo complesso del “brutto anatroccolo” che alla fine ha condizionato tutto quello che si sarebbe dovuto fare lasciando la persone sul terreno senza direttive e indirizzi chiari da Roma. Quindi, ripeto, è una questione di volontà politica e di visione di lungo periodo.

    Direi che oggi abbiamo bisogno di statisti e non di “omuncoli”. I De Gasperi e gli Schuman oggi purtroppo non ci sono più. E non solo in Italia…

    Mi sembra di capire che quindi questo sia un problema di dialogo interno tra le istituzioni politiche e i tecnici, perché di studiosi che si occupano di queste tematiche ce ne sono tantissimi, ci sono una molte ricerche ed è anche facile il loro reperimento. I politici dovrebbero affidarsi di più agli esperti?

    A livello di think tank c’è un accordo generale su queste cose. I politici però agiscono a seconda di cosa chiede il proprio elettorato. Alla fine però, il risultato è che non si fanno progressi. Ciononostante, credo che sia sufficiente spazio di manovra perciò sono convinto dell’importanza di dover continuare a spingere su queste tematiche.

    Ricollegandomi a ciò che ha appena detto, ma spostandoci invece sullo scenario internazionale dove ritiene si possa andare se la situazione rimane questa? Penso, ad esempio, all’attuale questione israeliana. All’atto pratico l’Europa, o se vogliamo, gli Stati che ne fanno parte, non ci sono. Sembra che l’Unione non abbia nessun tipo di capacità d’influenza sulle questioni internazionali, soprattutto che la riguardano da vicino, se comparata con le grandi potenze mondiali.

    Mi capitò di fare un paragone tra l’Italia del 1848 e l’Europa di oggi. Nel 1848 l’Italia era divisa in tanti piccoli staterelli, dove, secondo gli standard dell’epoca, si viveva benissimo, nessuno sentiva l’esigenza dell’Unità italiana, se non un gruppo di persone, tra studenti, intellettuali e sognatori, che volevano l’Unità a tutti i costi. In realtà, appunto, per una larga parte della popolazione tutto sommato si stava benissimo così; peccato che quello che succedeva in Italia e nei singoli stati italiani dell’epoca, venisse deciso a Vienna, Londra e Parigi e che quindi si subissero in qualche modo le politiche esterne. Noi siamo ora nella stessa identica situazione, perché neanche la Germania ha un peso internazionale tale da poter in qualche modo indirizzare certe politiche. Siamo evidentemente alla mercé di Stati Uniti e Cina, con alcune velleità da parte della Russia di fare altrettanto.

    Noi europei però non ci siamo. Lei ha citato l’esempio di Israele, io farei l’esempio della Siria: che ci sia un interesse comune nella Siria è evidente, non fosse altro che per il problema dei rifugiati che si riversano tutti quanti in Europa, quindi abbiamo un problema che è nostro. È evidente che non c’è stata nessuna politica europea nei confronti della Siria. Quello che è stato fatto è solo qualche timido tentativo da parte di qualche Paese d’inserirsi nel gioco (l’azione molto simbolica della Francia che decise d’intervenire mandando 4 velivoli per punire Assad per l’utilizzo di armi chimiche).

    In realtà non c’è stata nessuna visione politica europea, o dei singoli Paesi, che abbia avuto in qualche modo un’influenza determinante sul Paese. Ci sta bene? Secondo me no.

    A livello di geopolitica, ritiene che l’assenza europea in certe aree crei un vuoto che viene colmato poi da altri attori? Penso a Russia e Turchia.

    Non c’è dubbio, il problema è che non si tratta di un Risiko geopolitico per cui possiamo lasciar fare agli altri. Si tratta di questioni che hanno influenza sulla nostra vita quotidiana. Purtroppo in Italia la consapevolezza di questo non c’è e io non manco di predicare che quello che succede fuori dalle nostre frontiere ci riguarda direttamente. In un discorso che feci all’epoca della pirateria in Somalia, in risposta a chi si chiedeva quale potesse essere l’utilità di mandare navi italiane nell’Area, feci un’osservazione: la casalinga del nostro Paese che va a fare la spesa e scopre che i prezzi sono aumentati e si lamenta del fatto chiedendosene la ragione: il motivo è da ricercarsi nel fatto che sono raddoppiati i noli delle navi che passano in quel tratto di mare e raddoppiati i costi delle assicurazioni. Ciò si riflette immediatamente sul costo alla fine della filiera. La casalinga deve sapere che è importante per lei che le nostre navi siano in Somalia proprio per evitare il dilagare della pirateria, dato che lei stessa è toccata direttamente nel suo portafoglio.

    Quindi pensa che ci sia un problema di comunicazione dell’importanza della politica estera nel nostro Paese?

    C’è un problema di comunicazione perché i media, da questo punto di vista, sono un disastro. Di politica estera non si parla mai, neanche su giornali di alto calibro. Se se ne parla è solo in maniera veloce, giusto quando accade qualche evento significativo, ma solo a livello emozionale come quando hanno liberato Silvia Romano in Somalia (solo ora si scopre che c’è un problema in Somalia…?). È evidente, quindi, che purtroppo, a vari livelli questo problema sussiste. Molti addirittura parlano degli affari europei come di affari esteri, dimenticando che la politica europea non è più politica estera, bensì interna.

    La politica estera è quella che abbiamo con Stati Uniti, Cina o Russia. Manca un focus di attenzione su questi temi. Purtroppo oggi il mondo politico è portato più a seguire il popolo che non a plasmarlo. Bisogna lavorare per scalfire questa mentalità sapendo benissimo che i progressi saranno limitati.

    Tornando sullo scenario internazionale, soprattutto dal punto di vista delle grandi potenze, da un lato abbiamo gli Stati Uniti sempre più disinteressati all’Europa, dall’altro la Cina che sta investendo moltissimo nella Difesa: ho letto che entro il 2025 dovrebbe superare l’UE in termini di spesa per la difesa, quindi mi sembra che ormai l’UE non possa più fare affidamento su una protezione statunitense. Perciò se da un lato integrare la difesa europea risulta essere qualcosa di molto difficile, come emerge fin qui, dall’altro lato sembra che non vi siano alternative se gli europei vogliono contare qualcosa nel mondo. C’è una via d’uscita?

    Noi saremmo stritolati. La Cina sta portando avanti una politica di riarmo pesantissima, molto più di quanto si dica.

    Di recente ho commentato l’ultimo report del SIPRI sulle spese militari cinesi in cui si faceva notare che la spesa militare cinese fosse 1/3 di quella americana. Ora il confronto finanziario brutale non dice assolutamente nulla perché bisogna tenere conto del potere di acquisto. Bisogna chiedersi, piuttosto, quanto costa un soldato cinese, rispetto ad un soldato americano. Il valore in termini economici di un soldato cinese è di 1/10 di quello americano, quindi se io spendo il 30% di quello che spendono gli Usa, ma ho un costo di 1/10 significa che spendo 3 volte in più rispetto agli americani in termini di output che ne ricavo. Quello della Cina attualmente è uno sforzo gigantesco e diciamo che uno dei risultati che ha ottenuto è stata la trasformazione del suo esercito da forza di controllo territoriale, quale era vent’anni fa, a forza di proiezione. L’evidenza di ciò è data dal fatto che stanno costruendo 4 portaerei e queste non si usano certamente per fare le “crociere”. La più grande base militare in costruzione, ormai finita, è la base cinese di Gibuti in Africa. Nel Gibuti, la Cina si è presentata inizialmente proponendosi per la costruzione di una ferrovia, in cambio della possibilità di costruire una base militare modernissima e che denota la sua volontà di una presenza militare costante.

    È per questo che gli Stati Uniti hanno più volte detto che il loro focus è il Pacifico. Per l’Europa hanno perso interesse, come anche per il Medio Oriente. L’unico motivo per cui gli americani restano nel Medio Oriente è Israele. D’altronde si tratta di un Paese, gli Stati Uniti, completamente autonomo dal punto di vista energetico, il che spinge l’attuale amministrazione a un disinteresse per queste aree. Il confronto, quindi, resta fra questi due giganti e purtroppo non sono sicuro che resterà solo un confronto meramente commerciale.

    Leggevo recentemente un report sull’attività quotidiana che c’è nel Mar della Cina meridionale, e più nello specifico nello stretto di Formosa, dove vi sono tutta una serie di attività navali non indifferenti, con gli americani che vogliono riaffermare il diritto di libertà di navigazione continuando a passare nelle zone di mare che da un punto di vista di diritto internazionale sono libere, ma che la Cina rivendica come sue. Quindi temo che questi avvicinamenti possano prima o poi provocare un incidente. E in tutto questo l’Europa? Completamente assente.

    Può essere questo solo un momento transitorio per l’Europa? In fondo l’Europa è sempre l’Europa ossia un continente con dei Paesi che hanno una storia secolare non indifferente, quindi mi chiedo, e le chiedo, se possa essere solo una questione di tempo, dato che l’UE è un’entità recentissima se comparata alla lunghissima storia europea. Potrebbe essere solo una questione di tempo?

    Assolutamente si, però progressi non se ne vedono tanti. Bisogna lavorarci. Purtroppo poi con la crisi dovuta alla pandemia tutto si è ulteriormente bloccato, ma le questioni restano.

    [1] Il Generale Vincenzo Camporini è stato Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica militare, dal 2006 al 2008, e Capo di Stato Maggiore della Difesa, dal 2008 al 2011.