Difesa europea. Intervista al professore Niccolò Petrelli

    Corrado Fulgenzi

    Intervista al professore di Studi Strategici presso l’Università di Roma Tre Niccolò Petrelli a cura di Corrado Fulgenzi

    Quest’oggi viene proposta una seconda intervista (la prima si può reperire qui) riguardo la difesa europea e la geo-strategia. A rispondere alle mie domande si è reso disponibile il professore di Studi Strategici presso l’Università di Roma Tre Niccolò Petrelli, a cui rivolgo nuovamente i miei più sinceri ringraziamenti.

    Innanzitutto, perché questo focus sulla geo-strategia sul tema della difesa europea? L’obiettivo di questa intervista è quello di offrire un’analisi generale sul mondo geo-strategico, risvegliatosi dal torpore del lungo inverno della guerra fredda, passato da un sistema bipolare ad uno multipolare in cui coesistono diversi attori con interessi contrastanti. Serve, inoltre, come strumento di sensibilizzazione mediatica per i cittadini comunitari. La definizione di una strategia nazionale è un pilastro essenziale per la sopravvivenza di un Paese, a prescindere dalla propria posizione gerarchica nell’arena internazionale. L’Unione europea si è solo di recente dotata di una grand strategy che le permetta in futuro di assumere le caratteristiche principali di un “attore geopolitico”. La componente strategica concede all’attore la sua collocazione all’interno dello scacchiere internazionale, infatti, è impossibile ad oggi riuscire a trovarne una all’Unione europea.

    Nel 2016 l’Unione europea ha deciso di definire una propria grand strategy: la EU Global Strategy. Qual è la sua valutazione generale di questa iniziativa, quali i pregi e i difetti?

    La mia valutazione è in generale positiva, la EU Global Strategy credo possa essere considerata un vero documento di Grand Strategy e sicuramente ha rappresentato un passo in avanti significativo rispetto alla strategia di sicurezza del 2002.

    Ovviamente con ciò non voglio dire che la EU Global Strategy non abbia difetti, al contrario ha tutti i difetti tipici di ogni documento pubblico di strategia nazionale: è generico e sotto alcuni aspetti sembra una “lista della spesa”. Ciò tuttavia è inevitabile, la “strategia” non è un piano che può articolarsi per intero in anticipo.

    Per una strategia del genere c’è bisogno soprattutto di cooperazione tra i Paesi membri, infatti, è stato costituito il Fondo industriale europeo di difesa il cui scopo è quello di non perdere la corsa agli armamenti; nell’EU Global Strategy viene evidenziato che la Cina supererà l’UE entro il 2025 in termini di potenza militare: come può l’UE poter stare dietro alle potenze principali se viene ridotto il budget complessivo da 8 a 7 miliardi di euro, il Regno Unito decide di uscire, la Francia e la Germania sembrano avere vedute opposte su come strutturare una difesa comune e il Mediterraneo fino ad ora è stato abbandonato?

    A mio avviso da qualche anno a questa parte, da quando è ri-emersa la competizione tra grandi potenze, USA-Cina, USA-Russia, UE-Russia ecc.., si affronta la questione del “bilancio di forza” in maniera un po’ semplicistica. Nella maggior parte dei casi si pensa ad esso come alla comparazione degli arsenali di due o più attori, due tabelle con elenchi ordinati di sistemi d’arma.

    La questione del bilancio di forza militare al contrario è un argomento estremamente complesso che non può e non deve essere pensato in questi termini. In primo l’analisi di una forma di potere (quello militare ad esempio) non può prescindere da altri aspetti (diplomatici, tecnologici economici). In secondo luogo, il bilancio di forza militare non può che essere analizzato in maniera relazionale, ovvero attraverso uno scenario realistico di ipotetico confronto militare. In terzo luogo, la competizione emergente ed i relativi bilanci tra “grandi potenze” sono di vario tipo.

    Con ciò voglio dire che la competizione UE-Cina è di natura prettamente economica, tecnologica e diplomatica. La questione del bilancio di forza militare con la Cina per l’UE è piuttosto secondaria.

    In tema forza militare abbiamo la NATO, concepita come alleanza per contrastare l’URSS ed ancora oggi l’obiettivo primario sembrerebbe lo stesso, ossia la Russia: si vedano ad esempio l’operazione Defender Europe-20, il ruolo dei Paesi Baltici, e l’attuale corsa all’Artico. Come si fa a coniugare un obiettivo Nato con uno dell’UE?

    La coesistenza di NATO e UE è inevitabilmente difficile, esistono significative aree di sovrapposizione e sotto alcuni profili anche potenziali divergenze. Credo si possano fare due affermazioni al riguardo. La prima è che le relazioni NATO-UE sono state dal 1992 gestite con notevole abilità attraverso lo sviluppo di un’intricata architettura diplomatica. La seconda è che ciò è stato possibile a mio avviso poiché il legame transatlantico tra gli USA e i più importanti membri dell’UE e della NATO era ben saldo (nonostante le usuali divergenze e frizioni).

    Non vi è un conflitto di interessi tra chi è membro e chi no?

    Qualora, dopo la frattura creata dall’amministrazione Trump, i rapporti non dovessero ritornare ad essere ben saldi, la naturalmente difficile coesistenza tra NATO e una UE con ambizioni di “autonomia strategica” potrebbe trasformarsi in un problema.

    Tornando alla Russia, dobbiamo considerarlo un attore geopolitico ancora da temere e continuare a contrastare, oppure, da considerare come un potenziale alleato europeo?

    A mio avviso la Russia è da ritenersi un “competitor”, un rivale sistemico (che non vuol dire un nemico). Non vi sono le basi per pensare la Russia come un alleato dell’UE, il modello politico ed economico russo è incompatibile con i valori che l’UE incarna e che intende promuovere nel mondo. Ciò, tuttavia, non significa che non possano impostarsi su alcune questioni, come sicurezza e energia ad esempio, partnership strategiche reciprocamente vantaggiose.

    Per riuscire a contrastare i vari competitors, da un punto di vista strategico di difesa comune, ritiene più adatta visione unitaria alla francese con un esercito comune, o federale come ora, quindi più vicina a quella tedesca?”

    Il modello che l’UE mi sembra stia perseguendo in relazione all’integrazione dei sistemi di difesa degli Stati membri sia diverso da come storicamente (dai tempi della CED) aveva proceduto. Si è per decenni pensato di procedere integrando l’output, ovvero le forze armate nazionali, in una forza comune. Oggi la strada intrapresa mi sembra orientata all’integrazione degli input, ovvero i sistemi d’arma, la ricerca e sviluppo, come premessa per lo sviluppo di lungo periodo di un sistema militare “naturalmente” integrato a livello UE.

    È vero che gli Stati Uniti non valutano più importante strategicamente l’Europa?

    Per quanto riguarda l’importanza dell’Europa come area per gli USA chiaramente non vi sono da parte americana gli stessi interessi di un tempo. Non penso tuttavia che ciò significhi che le relazioni tra USA e Europa (o meglio UE) ne debbano necessariamente uscire intaccate. Esistono notevoli somiglianze nella visione del mondo di USA e UE, nell’ordine mondiale che sia gli uni che l’altra auspicano e penso che siano le fondamenta delle relazioni USA-UE.

    In conclusione, visto l’ultimo periodo di tensione con gli Stati Uniti, forse senza precedenti, ci sono le condizioni in futuro di un distaccamento dell’UE dagli Stati Uniti, non come alleato ma come attore geopolitico (tutt’ora non lo è), cosicché possa agire senza dover chiedere costantemente l’approvazione o il sostegno a Washington?

    Assolutamente si, sembra proprio essere questa l’ambizione dell’UE. La mia impressione è che i diverbi e gli scontri con l’amministrazione Trump abbiano fatto aprire gli occhi a molti leader europei, in particolare in Germania, sui costi della dipendenza dagli USA in materia di difesa.