È possibile non rispettare i valori UE e rimanere uno Stato membro? Il caso polacco

    Marta Trevisiol

    Non sarà passato inosservato ai più, nel corso della scorsa estate, come la Polonia  sia tornata alla ribalta per le sue LGBT free zones. Tali aree, appositamente segnalate da un cartello, indicano che su quella porzione di territorio polacco non possono trovarsi persone omosessuali, bisex o trans.

    Oltre ai brividi che una chiusura mentale di questo tipo provoca in un cittadino europeo del XXI secolo, va detto che questa politica del tutto anti-liberale potrebbe costare caro alla stessa Repubblica polacca. Infatti, innanzitutto, ricordiamo che la Polonia fa parte dell’Unione europea dal primo maggio 2004, data in corrispondenza della quale si ebbe il cosiddetto “grande allargamento ad est” dell’UE. Già al tempo, molti furono gli scettici sull’ingresso di 8 Paesi, fino a pochi anni prima legati indissolubilmente al blocco comunista-sovietico, nell’organizzazione internazionale che per eccellenza fissò il rispetto dei diritti umani come canone intoccabile proprio per evitare il ripresentarsi degli orrori del secondo conflitto mondiale. Per questa ragione, quando, all’indomani della caduta del muro di Berlino, l’Europa dell’est cominciò ad esprimere il proprio desiderio di entrare a far parte di quella galassia democratica che era da pochi anni chiamata Unione europea, gli Stati dell’Europa occidentale dovettero trovare dei criteri ai quali necessariamente i nuovi candidati dovevano adattarsi, al fine di non sfaldare quel tanto difficile e tortuoso percorso che aveva condotto alla creazione di una realtà virtuosa come quella gestita da Bruxelles. Di questo passo, i leader dei Paesi membri, riuniti nel Consiglio europeo, si incontrarono a Copenaghen in Danimarca e fissarono i cosiddetti tre criteri di Copenaghen. Questi, da rispettarsi necessariamente da parte di qualsiasi nazione che richieda di entrare in UE, consistono dapprima in un criterio di tipo politico, che prevede il rispetto ad esempio dello Stato di diritto, della netta separazione tra organo esecutivo e giudiziario e, non ultimo, dei diritti umani; il secondo invece attiene a parametri di tipo economico, come la presenza di un’economia libera di mercato in grado di sostenere la concorrenza interna; infine il terzo criterio riguarda la capacità di applicare l’acquis communautaire, ossia gli obblighi connessi all’appartenenza stessa all’Unione.

    Ai fini di questa analisi, ciò che ovviamente conta di più è sottolineare come all’interno del primissimo criterio figuri il rispetto dei diritti umani. Perciò, quanto sta accadendo in Polonia si può ritenere tranquillamente contrario e incompatibile con la stessa adesione all’Unione europea. Ed è proprio per questo motivo che, nella giornata di martedì 15 settembre 2020, 32 deputati del Parlamento europeo hanno protestato a sostegno della comunità LGBT polacca dinnanzi all’ingresso dello stesso a Bruxelles. Ed è sempre a Bruxelles che, a giorni, si voterà per procedere all’attuazione dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea, il quale prevede, una volta accertata la violazione delle regole europee, la possibilità di sospendere i diritti di adesione per gli Stati membri che ne infrangono i valori fondanti, su proposta di un terzo degli Stati membri o della Commissione europea; sarà poi il Consiglio, deliberando all’unanimità e previo parere favorevole del Parlamento Europeo, a dover formalmente condannare o meno l’operato di un “amico”. Il problema che chiaramente potrebbe sorgere all’interno di questo passaggio è il voto contrario a procedere di un leader molto vicino alle posizioni del Primo ministro polacco Morawiecki, l’ungherese Victor Orbán. In verità, il Parlamento europeo nel corso di questi mesi ha tenuto parecchio sotto controllo la situazione polacca, come dimostra anche il rapporto della commissione Libe (Libertà Civili e Giustizia), secondo il quale vi sono “prove schiaccianti” circa la totale mancanza di rispetto dei diritti fondamentali del popolo polacco e rischi seri per l’indipendenza della magistratura. Effettivamente, presso lo Stato centro-europeo, dal 2015 è installato al potere il PiS, Partito di Diritto e Giustizia, che sta ampiamente dimostrando di avere una morsa piuttosto stringente in merito alle libertà personali e alla comunità LGBT. Dinnanzi però a questo stato di accusa, il parlamentare europeo polacco Patryk Jaki si è sentito di affermare che tutto ciò che non è di sinistra è per il Parlamento di Bruxelles contrario allo Stato di diritto. Che sia un’occasione per l’Europa per imprimere una lezione agli Stati inadempienti e fornire un precedente in questo senso, oppure simpliciter mostrarsi attenta alle soglie di tolleranza delle minoranze nei Paesi membri, stiamo assistendo a una situazione del tutto nuova, che cambierà probabilmente la nostra storia di europei, da decenni abituati ad essere rispettati, almeno sul piano teorico, in quanto individui e cittadini di uno Stato membro.