Yemen: la guerra dimenticata

    Francesco Fatone

    La vicenda yemenita è probabilmente meno nota all’Occidente rispetto ad altre situazioni del panorama medio-orientale, non di meno la comprensione delle scenario yemenita risulta fondamentale per la comprensione delle dinamiche e delle relazioni in quell’area.

    Uno stato mai realmente unito

    Lo Yemen nasce dalla fusione di due stati: lo Yemen del Nord, unitario, islamico e guidato da una giunta militare e lo Yemen del Sud, socialista e monopartitico. Nel 1986, con la fuga di Ali Nasser Muhammad, capo di Stato dello Yemen del Sud, deposto con un colpo di stato iniziarono i contatti per l’unificazione in un unico grande stato: possono essere le difficoltà economiche che entrambi i paesi affrontavano, la comune appartenenza storica dei due Yemen furono un collante per giungere all’unità, inoltre il progetto dell’unità per lo Yemen era già abbondantemente stato discusso durante gli Accordi del Cairo del 1972. Gli accordi prevedevano che le posizioni di governo fossero divise equamente tra il Congresso Popolare Generale, il Partito Socialista Yemenita e l’Islah, l’inserimento di quest’ultimo partito sarebbe stato fondamentale per arginare il PSY.

    Nel 1990 lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud cessarono di esistere e nacque la Repubblica dello Yemen con grande preoccupazione dei sauditi che avrebbero preferito di gran lunga due stati separati e un rivale in meno nella penisola arabica. Il loro timore nei confronti del nascente nuovo stato yemenita derivava dall’alto tasso di crescita della popolazione dello Yemen e dalla loro ricchezza in risorse petrolifere. A Sana’a dopo l’unificazione s’insediò Ali Abdullah Saleh, già Capo di Stato dello Yemen del Nord dal 1978.

    Nel 1994 un tentativo di secessione fallì rapidamente: un gruppo di ufficiali e politici marxisti guidati dal vicepresidente Al-Bayd proclamarono la Repubblica Democratica dello Yemen che ricevette da subito il sostegno e il riconoscimento da parte dell’Arabia mentre la comunità internazionale si rifiutò di legittimarlo, lo stato secessionista ebbe solo due settimane di vita. Dopo l’infelice tentativo di secessione emerse la necessità di disciplinare alcuni aspetti istituzionali del neonato stato yemenita: anzitutto si concesse l’amnistia ai secessionisti e si rafforzò la figura del Presidente della Repubblica attraverso modifiche della Costituzione. L’Arabia Saudita dovette accettare di sedere con loro al tavolo delle trattative all’alba del Nuovo Millennio: il 12 giugno 2000 fu firmato il Trattato di Gedda che definì i confini fra i due paesi, all’Arabia Saudita andò la provincia dell’Asir, mentre lo Yemen ottenne una larga porzione della contesa parte orientale, ricca di petrolio.

    Gli anni 2000 si aprirono con l’attentato alla città di Aden ad opera di un gruppo legato ad al-Qaeda e con l’inizio del conflitto con gli Houthi, nel nord del Paese. Gli Houthi, che tradotto vuol dire “Partigiani di Dio”, sono un gruppo armato sciita zaydita oppositori del governo yemenita accusato di discriminazione economica nei confronti del nord del Paese. Gli Houthi nel 2003 hanno preso posizioni antistatunitensi ed antiisraeliane a seguito dell’invasione dell’Iraq e dell’appoggio del governo di Saleh alle operazioni militari, a capo degli Houthi, all’epoca, c’era Houssein al Houti, leader politico e militare convinto che l’alleanza yemenita-statunitense fosse un atto di sottomissione agli USA. Il governo di Saleh provò la via del dialogo con Al-Houthi senza successo, nel giugno 2004  il governo diede inizio alla repressione culminata con l’uccisione di Al-Houthi a settembre in un blitz a Maraan. Con il martirio del leader degli Houthi iniziò una fase di guerriglia contro il governo centrale lunga sei anni, che durò dal 2004 al 2010. All’alba delle Primavere Arabe il regime di Saleh era fortemente indebolito e la strategia dell’utilizzo dell’hard power si era rivelata un’arma a doppio taglio: da un lato riusciva a mantenere l’unità del Paese con le forze armate ma dall’altro le divisioni e i dissensi erano in crescente aumento. Il nuovo decennio si aprì con la fine del conflitto interno con gli Houthi e l’inizio delle proteste contro il governo Saleh sulla scia delle Primavere Arabe che coinvolsero l’intero Medio Oriente. Alla base delle proteste ci furono principalmente i gravi problemi di disuguaglianza sociale ed economica con gran parte della popolazione in estrema povertà.

    Primavere Arabe, dimissioni di Saleh e guerra civile: l’inizio di un difficile decennio

    La Primavera yemenita infiammò le piazze di Tai’zz e di Aden dove le forze armate spararono sui manifestanti in scontri molto violenti, il massacro di marzo 2011 spezzò in due il Paese diviso tra i sostenitori di Saleh e i sostenitori dell’Islah.

    L’Arabia Saudita, sempre attenta all’interesse dell’area, comprendendo che una lotta intestina tra l’elite yemenita avrebbe creato ulteriori tensioni nella regione, propose l’accordo del GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo) che prevedeva una progressiva transizione verso il post-Saleh e quindi verso un nuovo Yemen.  Dopo un periodo di transizione di due anni sotto la leadership di ‘Abd Rabbuh Mansur Hadi, il vicepresidente, sarebbe stato convocato una Conferenza per il dialogo nazionale con la finalità di lavorare a nuova Costituzione e ad un nuovo governo. Nulla di tutto ciò vide mai la luce poiché da una parte Saleh volle conservare il suo potere e dall’altra gli Houthi trovarono un accordo con il Presidente yemenita per l’espansione verso Nord. Il 3 giugno 2011 Saleh fu ferito in un attentato e qualche mese dopo annunciò il suo ritiro dalla politica: si dimetterà il 27 febbraio 2012, gli succederà il sunnita Hadi eletto con il 99,8% dei voti, presentatosi alle elezioni come unico candidato. Durante il governo Hadi, crebbe il consenso verso gli Houthi che riuscirono ad occupare nel settembre 2014 Sana’a e quindi a far cadere il governo nei primi mesi del 2015: il presidente dello Yemen fu costretto a fuggire ad Aden che proclamò nuova capitale in sostituzione di Sana’a. Sebbene Hadi non fosse più presidente, egli fu riconosciuto dalla comunità internazionale come il legittimo capo di stato yemenita.

    Dal 2015 Sana’a è diventata un campo di battaglia tra i lealisti e gli Houthi in una guerra che di cui si possono evidenziare  cinque momenti importanti: una prima tregua (maggio-dicembre 2015), una seconda tregua (dicembre-febbraio 2016), una terza tregua (marzo-agosto 2016), l’uccisione di Saleh, mentre cercava di trattare coi sauditi, avvenuta per mano degli Houthi nel marzo 2017 ed infine una nuova escalation di tensione nel giugno 2019. Altro fenomeno allarmante che è emerso durante la guerra è la crescita dei gruppi terroristici islamici come Jama Ansar Al Sharia e l’AQAP, il cui emiro Al Rayimi è stato ucciso recentemente da un drone statunitense.

    Ad oggi gli Houthi occupano la parte Nord Occidentale del Paese, mentre il governo di Hadi occupa la parte Ovest ed i terroristi esercitano influenza sulle coste del Mare Arabico, proprio quest’ultima zona è un punto nevralgico per l’economia e per il commercio yemenita. Il conflitto che dilania lo Yemen non è solo una “questione interna”, da una parte gli USA e l’Arabia con i suoi alleati accusano l’Iran di finanziare gli Houthi e quindi essere la causa principale del conflitto. Più di una volta, inoltre, è stata accusata l’Arabia Saudita di usare la crescente egemonia di questi gruppi islamisti salafiti per destabilizzare il contesto yemenita.

    Le difficili condizioni degli yemeniti durante il conflitto

    I civili sono ormai stremati dalle continue guerre e dai bombardamenti: gli yemeniti devono tenere testa anche alla fame e al colera che ha contagiato quasi mezzo milione di persone e ne ha uccise circa duemila. Inoltre è stato imposto un blocco, dai paesi arabi, intorno all’ex capitale Sana’a che violerebbe, a detta di molti, i diritti umani della popolazione della città yemenita. La fame e le epidemie sono diventate le migliori armi delle forze saudite contro il regime Houthi, al momento inoltre si nega l’istituzione di corridoi umanitari per gli yemeniti lasciandoli ad un tragico destino in un conflitto che sembra dimenticato dagli occidentali.

    L’Arabia Saudita si è resa protagonista di sistematiche violazioni dei diritti umani colpendo obiettivi civili come nel caso dell’ospedale di Save The Children raso al suolo dall’aviazione saudita nel 2019. Non mancano le risposte Houthi ed iraniane come l’episodio dei droni che hanno attaccato gli stabilimenti petroliferi di Abqaiq e Khurais lo scorso settembre che hanno ridimensionato il mercato del petrolio saudita e hanno portato all’attenzione internazionale quanto accade in Yemen. Infine la pandemia da Covid-19 nel 2020 ha raggiunto anche lo stremato Paese arabo, già schiacciato dai bombardamenti e dalle violenze. Nel mese di maggio si sono registrati 400 casi giornalieri e 80 morti, il sistema sanitario yemenita è troppo debole, arretrato e provato dalle guerre per combattere anche il COVID-19.

    Quello che stiamo vedendo nel nostro centro è solo la punta dell’iceberg in termini di numero di persone contagiate e in fin di vita nella città. I pazienti arrivano da noi troppo tardi per essere salvati e sappiamo che molte più persone non vengono affatto e stanno morendo nelle loro case. È una situazione straziante. Le Nazioni Unite e gli Stati donatori devono fare di più e con urgenza, non solo per Aden ma per tutto lo Yemen. Occorre trovare fondi per pagare gli operatori sanitari e fornire loro i dispositivi di protezione necessari perché lavorino in sicurezza. Il Paese ha anche bisogno di più macchine per l’ossigeno per aiutare i pazienti a respirare. Le autorità locali devono fare tutto il possibile per facilitare il lavoro di organizzazioni internazionali, come MSF, che stanno operando al loro fianco per contrastare il virus, garantendo l’ingresso di forniture mediche e personale internazionale al fine di rafforzare i team sul campo” è stato l’appello lanciato dalla coordinatrice di MSF in Yemen Caroline Seguin.

    Ad oggi le violenze continuano e lo Yemen continua ad essere un campo di scontri con due avversari contrapposti, agguerriti: l’Iran che vuole tutelare lo sciismo contro le ambizioni Saudite e gli USA assieme all’Arabia interessate a riportare al potere Hadi deponendo gli Houthi e ancor più al fiorente mercato petrolifero delle regioni nordoccidentali yemenite.  Il mondo nel frattempo sembra seduto a seguire gli eventi con uno sguardo distratto: in epoca di pandemia da COVID-19 l’attenzione è spostata su altro e lo Yemen con le sue complesse trame, dietro al conflitto, appare ignorata a favore di altre “zone calde” più vicine all’Occidente come la Libia.