La pandemia del petrolio

    Silvia Luminati

    Come già annunciato, non è bastata l’intesa sul taglio alla produzione per frenare la crisi del petrolio. Dopo il vertice dei Paesi del cartello Opec+ ad aprile, il WTI, per la prima volta nella storia, ha chiuso in negativo crollando a -40 dollari al barile con una flessione del 95%. È andata meglio, per così dire, al petrolio di riferimento europeo, il Brent, le cui quotazioni sono arrivate a -7%. A maggio invece, complice un lieve incremento della domanda di greggio, i prezzi si sono rialzati e il Brent ha raggiunto 34 dollari al barile mentre il WTI sfiora i 33 dollari. In realtà, queste quotazioni non dovrebbero sorprendere più di tanto perché già a gennaio 2020 il prezzo del petrolio aveva cominciato a contrarsi e la pandemia non ha fatto nient’altro che accelerare la sua discesa. Allo stesso tempo però bisogna dire che era difficile immaginare una crisi di queste dimensioni e la caduta del prezzo del greggio sotto lo zero. Le stime che si prospettano sulla domanda globale di petrolio per il 2020 e il 2021 sono molto negative e fanno quasi presagire l’inizio della fine dell’economia del petrolio.

    Il “fallimento” dell’intesa tra Opec+ e USA

    La mancata intesa tra Mosca e Riad nel vertice Opec+ di marzo aveva portato le quotazioni ai minimi storici scatenando una guerra dei prezzi che ha travolto anche i maggiori Paesi produttori di petrolio (USA, Russia, Arabia Saudita). La crisi era andata a peggiorare con le economie mondiali in lockdown e così ad aprile sia i Paesi Opec+ che non si sono decisi a tagliare la produzione. Tuttavia né la riduzione di 10 milioni di barili al giorno del cartello Opec+ né l’accordo del G20 dei ministri dell’energia sono bastati a far uscire il mercato petrolifero dalla spirale ribassista: i tagli infatti sono arrivati in ritardo e non sono stati così drastici come ci si aspettava. In più, la produzione a ritmi serrati delle settimane precedenti e i siti di stoccaggio stracolmi di greggio per l’impossibilità di venderlo hanno contribuito a prolungare la crisi dei prezzi. Perciò l’iniziale entusiasmo del presidente americano Donald Trump, convinto che l’intesa “consentirà di risparmiare centinaia di migliaia di posti di lavoro negli Stati Uniti”, si è subito spento. Soltanto nel mese di maggio il petrolio è tornato a salire ma rimane comunque al di sotto del break-even dei maggiori Paesi produttori.

    Il fronte americano

    In un primo momento Trump aveva tentato di far rialzare le quotazioni del greggio annunciando l’aumento delle scorte e la possibilità di introdurre i dazi ma poi la rapida discesa dei prezzi lo aveva convinto della necessità di ridurre la produzione. Tuttavia, ora gli USA si ritrovano con i centri di stoccaggio quasi tutti vicini alla massima capacità e con le scorte di greggio che hanno ormai raggiunto quota 527.631.000 milioni di barili rispetto ad una capacità massima di 714 milioni. In più, secondo l’American Petroleum Institute,  nell’ultima settimana di maggio le giacenze sono aumentate di 8.7 milioni di barili e questo balzo ha portato ad un ulteriore ribasso -seppur lieve- del WTI.  Intanto, data l’impossibilità di smaltire il materiale, molti produttori hanno deciso di tagliare drasticamente l’estrazione dello shale oil riducendo di quasi due terzi il numero delle trivelle tra aprile e maggio, smettendo di noleggiare gli impianti e non pagando più la manodopera. Secondo la Standard&Poor. Washington ha già perso quasi 2 milioni di barili al giorno nella prima metà di maggio, superando così anche i tagli di Russia e Arabia Saudita, e potrebbe addirittura scendere sotto i 10 milioni di barili al giorno. Attualmente la produzione USA si aggira attorno ai 12 milioni di barili -la cifra più bassa dal 2009- ma la rapidità con cui rallenta prospetta delle conseguenze catastrofiche per l’industria petrolifera americana.

    Le altre petro-economie

    I Paesi del cartello Opec+ stanno rispettando i termini dell’accordo siglato ad aprile. Mosca e Riad in questa prima fase hanno tagliato la produzione di 2 milioni di barili al giorno arrivando così a 8.750.000 milioni di barili e Riad ipotizza di far scendere ancora il suo output. L’Arabia Saudita infatti si è detta pronta a ridurre la sua produzione di un altro milione di barili al giorno e a seguire, anche gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait hanno annunciato ulteriori riduzioni a giugno. La Russia invece ha adottato delle misure forti vietando fino al 1 ottobre le importazioni di prodotti petroliferi come la benzina e il diesel e ha dichiarato che potrebbe alleggerire i tagli a luglio perché secondo le stime del ministro dell’Energia Alexander Novak, il mercato potrebbe ribilanciarsi già tra giugno e luglio. Nei Paesi più dipendenti dal mercato del greggio la crisi petrolifera rischia di avere effetti negativi su più fronti. In Venezuela, la questione petrolifera si muove in una situazione di crisi politica, economia e sociale, mentre in Iran si intreccia con i problemi di politica internazionale che vedono Teheran ai ferri corti con Riad e Washington. Invece, in Arabia Saudita la crisi del petrolio si è “scontrata” con il piano di riforme economiche Vision 2030 tanto che il principe saudita Mohammed Bin Salman lo ha dovuto temporaneamente sospendere.  In realtà, in  tutto il Medio Oriente la questione petrolifera sembra una bomba ad orologeria perché con un break-even point di 60 dollari nessun Paese, ad eccezione del Qatar, riesce a guadagnare con le attuali quotazioni.

    Verso quale futuro?

    Le condizioni attuali del settore petrolifero spingono a riflettere sulle conseguenze in termini economici, politici e sociali dei Paesi con un’economia meno differenziata rispetto a quella della Russia o degli Emirati Arabi Uniti in quanto risultano altamente vulnerabili. L’Oxford Institute for Energy Studies ha stimato una contrazione della domanda globale di petrolio di 11.400.000 di barili al giorno nel 2020 mentre nel 2021 la domanda scenderà a 10.600.000 di barili al giorno.  Se come si ipotizza la domanda globale di petrolio non tornerà ai livelli pre-coronavirus, la pandemia del petrolio sembra annunciare l’inizio della fine di quei Paesi produttori che non hanno mai investito davvero nella diversificazione economica. Con questo non si vuole dire che il petrolio non si produrrà più in grandi quantità ma viste le dimensioni della crisi è lecito pensare che le catene globali si accorceranno, le produzioni si sposteranno e che alcuni Stati potrebbero accelerare la svolta verso energie rinnovabili. Dunque, il pericolo è che l’adattamento al mercato petrolifero post-coronavirus lasci indietro tutti quei Paesi, in particolare quelli del Golfo, la cui sostenibilità politica ed economica si lega quasi esclusivamente all’esportazione del petrolio. E ciò rischia di far acuire le tensioni regionali (Iran e Arabia Saudita) e di scatenare forti crisi sociali in Paesi produttori più deboli come Nigeria e Venezuela.