Tensione costante fra Pakistan e India

    Francesco Valacchi

    Nonostante l’emergenza sanitaria internazionale non si acquieta la querelle fra Pakistan e India sul caso della presunta spia indiana arrestata in Pakistan ormai quattro anni fa, così come continua il confronto fra i due paesi nella questione del Kashmir. Il governo di Nuova Delhi, che da marzo ha compiuto varie operazioni militari nella regione del Kashmir indiano (definita dal Pakistan Kashmir occupato), ha affermato di aver agito in casi necessari alla sicurezza ed essenzialmente contro una minaccia di innescamento della tensione dovuta all’infiltrazione di forze paramilitari pakistane e gruppi terroristici fiancheggiati dai servizi segreti pakistani. I principali gruppi terroristici islamisti coinvolti attualmente nel conflitto a “bassa intensità” sono il Jaish-e-Mohammad, di matrice islamica e vicino alle posizioni Deobandi, ed il gruppo Laskar-e Taiba. Le ultime azioni di forza sono state il combattimento del 2 di maggio, a seguito di un’azione dell’esercito indiano e gli attacchi del 4 maggio ad Handwara, in un clima di aumento della tensione ormai costante e nel quale non si risparmiano dichiarazioni decise dei governi di Narendra Modi e Imram Khan. Islamabad, infatti, dal canto suo deplora l’atteggiamento “estremista” del conservatore Modi, disposto ad assecondare il proprio elettorato di matrice religiosa indù in una decisa azione di “pulizia” delle aree più soggette ai movimenti islamisti ai danni di innocenti cittadini di fede islamica nell’area contesa. Il Primo ministro pakistano ha, senza mezzi termini, affermato che l’India sta manovrando sapientemente dietro le quinte per creare un pretesto utile ad un attacco diretto del Pakistan e ha riportato che le violazioni del cessate il fuoco e delle misure di contenimento perpetrate dall’India a partire da gennaio sono state circa ottocento. La fotografia attuale della situazione non è assolutamente tranquillizzante se da Nuova Delhi la risposta è benzina sul fuoco: la stampa ufficiale tratta da giorni come assodato il coinvolgimento diretto di Islamabad nel terrorismo anti-indiano in Kashmir, evidenziando un legame diretto ed univoco fra servizi segreti pakistani, Laskar-e Taiba, Jaish-e-Mohammad e un nuovo, violento, gruppo chiamato genericamente “Fronte di Resistenza”. Il Primo ministro indiano ha proclamato il suo biasimo verso paesi che approfittano del delicato momento di emergenza sanitaria per diffondere il mortale “virus” del terrorismo, facendo chiaro riferimento al Pakistan.

    Gli attacchi terroristici in Kashmir tendono a concentrarsi sulla Central Reserve Police Force, una forza di polizia indiana che dipende direttamente dal Ministero degli interni ed è impiegata nella regione proprio per evitare il coinvolgimento locale ed avere maggiore controllo e, se necessario, maggiore spettro repressivo. Il governo di Nuova Delhi non tende a localizzare lo scontro ma piuttosto ad accentrare le leve a disposizione per la lotta specialmente nei momenti di crisi come quello attuale e le forze opponentesi colpiscono più volentieri tali leve anche per una questione simbolica.

    A corollario dell’incremento tensione fra i due paesi torna a crescere l’attenzione per il caso del cittadino indiano, ex-ufficiale della Marina militare, che è stato arrestato a marzo 2016 in Pakistan con l’accusa di spionaggio e tentato sabotaggio di attività relative alla sicurezza pakistana. L’uomo, Kulbhushan Jadhav è attualmente detenuto in Pakistan, dove ha subito un processo ed è stato condannato a morte il 10 aprile 2017 da una Corte marziale militare pakistana per reati afferenti al terrorismo. La condanna è avvenuta nell’alveo di quanto previsto dall’Anti-Terrorism Act pakistano emendato nel 2015 con la possibilità, per specifiche (ma molto estensive nella definizione) fattispecie di reati legati al terrorismo, di istruire azioni penali, processare, giudicare ed eseguire condanne a morte riconosciuta a Corti marziali militari. L’India, pur negando che Kulbhushan Jadhav stesse lavorando per qualsiasi agenzia del governo ha portato il caso di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia nel maggio del 2017 affermando la violazione della convenzione di Vienna e l’organo più alto del diritto internazionale ha intimato al Pakistan di sospendere la condanna sino alla propria decisione. Nel 2019 La Corte internazionale ha disposto che il processo venga rivisto dando la possibilità al prigioniero di difendersi grazie all’assistenza del corpo diplomatico del proprio paese ma non ha disposto il suo trasferimento in India. Il Pakistan ha ufficialmente recepito la disposizione ma non ha ancora iniziato, almeno formalmente, un nuovo processo e nel mese di maggio i legali che hanno difeso la sospetta spia indiana al tribunale internazionale hanno intimato la giustizia pakistana di ottemperare alla re-istruzione del processo contro il cittadino indiano. La richiesta è stata dismessa come infondata dal Pakistan. Siamo quindi ad una riaccensione del caso giudiziario che segnala il surriscaldamento della crisi fra i due paesi

    Seppur molti commentatori[1] vedano l’attuale situazione come una imprevista  riedizione delle precedenti crisi minori avvenute nell’area contesa, in particolare come l’instabilità dell’anno 2019 che è stata appianata dopo alcuni mesi di schermaglie questa volta l’evoluzione potrebbe essere molto peggiore. La situazione attuale potrebbe presentarsi molto più scivolosa soprattutto da parte pakistana, vi è il rischio infatti che certe frange del  potere militare, da qualche tempo isolate da parte del governo centrale, decidano di sfruttare la “finestra di opportunità” dello scarso controllo da parte di Islamabad per tentare una facinorosa e avventurosa recrudescenza della crisi con lo scopo di aumentare il proprio peso specifico nella frangia della conflittualità con l’India arrivando sino al passo del confronto militare. Quest’ultima ipotesi è la più deprecabile in special modo nel contesto globale attuale ma non può essere esclusa a priori viste le notizie che giungono dalla regione del Kashmir.

    [1] Cfr. Toby Dalton, How Different Is the “New Normal” from the Old Normal in South Asian Crises?, in “Strafasia”, Carnegie Endowment for International Peace, 8 maggio 2020, consultato on-line a https://carnegieendowment.org/2020/05/08/how-different-is-new-normal-from-old-normal-in-south-asian-crises-pub-81746 .