La guerra dei prezzi del petrolio: verso una tregua?

    Silvia Luminati

    Dal fallimento dell’ultimo vertice Opec+, la guerra dei prezzi del petrolio ha continuato a combattersi. Il rifiuto della proposta saudita di tagliare la produzione di greggio di 1.5 milioni per il secondo semestre del 2020 aveva suscitato l’irritazione di Riad che ha poi deciso di inondare letteralmente il mercato di greggio. Ma la pandemia ha costretto un numero sempre più crescente di Stati ed attività a fermarsi e la conseguente flessione della domanda ha provocato la rapida discesa del prezzo del petrolio. Le quotazioni sono arrivate ai minimi storici e nel solo mese di marzo il Brent è sceso del 60% fino ad arrivare a 22 dollari. Nella prima settimana di aprile, invece, c’è stata una lieve ripresa con il WTI che è arrivato a 25 dollari al barile, mentre il Brent si è assestato intorno ai 32 dollari. Certamente non è la prima volta che nel mercato energetico si segnano prezzi negativi, ma la rapidità con cui stanno crollando i consumi energetici non si era mai vista. Secondo la Goldman Sachs, la domanda globale di petrolio potrebbe precipitare di 18.7 milioni di barili al giorno nel mese di aprile. Dunque, non si riesce a vendere se non a prezzi stracciati e i serbatoi di stoccaggio sono praticamente saturi. In questa guerra dei prezzi che sembrava avere come unici attori principali la Russia e l’Arabia Saudita, anche gli USA si sono voluti inserire. In pochi anni si sono trasformati dal principale importatore di greggio al principale produttore arrivando nel 2019 a 19.5 milioni di barili al giorno mentre l’Arabia Saudita era ferma a 11.81 milioni e la Russia a 11.49. Ma ora l’industria petrolifera americana, che è arrivata a contare 10.9 milioni di posti di lavoro in tutto il territorio nazionale, è in preda alla paura: si teme che la produzione di greggio americana possa addirittura dimezzarsi nel giro di 18 mesi permettendo così soltanto al 40% delle compagnie di “sopravvivere”. I produttori dello shale oil, come è noto, affrontano dei costi di produzione molto più elevati rispetto ai competitors sauditi, ma soprattutto russi. Ecco perché il prolungamento di questo trend potrebbe avere effetti rovinosi su un settore così fondamentale per l’economia USA.

    Il piano di Trump

    Trump, pronto per andare in soccorso delle compagnie americane specializzate nell’estrazione dello shale oil, già a metà aprile aveva annunciato un piano di acquisto del greggio da accumulare nella Strategic Petroleum Reserve (SPR). Infatti secondo l’API, nei primi giorni di aprile, le scorte americane di greggio sono arrivate a circa 12 milioni di barili ma questo non è bastato a far rialzare le quotazioni. Il dato non sorprende visto che metà della popolazione mondiale è ferma, così come molte compagnie aeree, e la domanda rimane ancora fortemente compressa. Negli USA sembra che l’industria petrolifera sia una bomba ad orologeria. Quasi una trentina di compagnie hanno tagliato i loro budget per un totale di 27 miliardi di dollari in un solo mese, tra Exxon che ha annunciato una riduzione di 10 miliardi del suo budget. Altre come Occidental e Marathon oil hanno già ridotto le loro attività. Alla ricerca disperata di una soluzione, Trump ha anche paventato la possibilità di introdurre i dazi sul greggio straniero: “Farò ricorso ai dazi, se devo. Ma non credo che ce ne sarà bisogno”. La sensazione è che le dichiarazioni provocatorie del presidente americano riflettano il clima di forte preoccupazione della Casa Bianca visto che l’accumulo di greggio si è rivelato fin qui insufficiente per uscire dalla spirale ribassista dell’oro nero. Così Trump, già dalla fine di marzo, si era messo in contatto con i sauditi tentando un dialogo e forse anche di spezzare quell’asse Mosca-Riad che molti analisti individuano come la causa di questa guerra dei prezzi. Ma a sorpresa, il tycoon americano aveva rivelato che i russi e i sauditi erano vicini ad un’intesa, lasciando anche intuire un suo ruolo da mediatore. Questo intervento era stato poi confermato anche dal presidente russo Vladimir Putin che si era detto disposto a ricucire lo strappo con Riad, soprattutto in vista del vertice Opec+ convocato proprio dall’Arabia Saudita dopo una telefonata con il presidente Trump. Gli occhi perciò sono tutti puntati sull’accordo tra i membri Opec+ e altri Paesi produttori per affrontare lo shock che ha messo con le spalle al muro l’intero settore.

    La resa dei conti al meeting Opec+

    Il vertice, slittato di un paio di giorni, sembra aver sancito la tregua tra Mosca e Riad che dovrebbe portare alla stabilizzazione del mercato petrolifero. Il ritardo ha concesso alle parti di lavorare ai dettagli dell’accordo in modo tale che tutti i membri dell’Opec+ possano uscirne soddisfatti, soprattutto Russia e Arabia Saudita. La coalizione ha concordato il taglio alla produzione di 10 milioni di barili al giorno, il più grande mai deciso. Ad accollarsi la maggior parte del taglio saranno Mosca e Riad: la prima di 2 milioni di barili al giorno e la seconda di 3.3 milioni. L’intesa prevede anche che tra luglio e dicembre 2020 il taglio sarà di 8 milioni di barili al giorno, per poi scendere ulteriormente a 6 milioni di barili fra gennaio e aprile 2022. Tuttavia, la -tardiva- decisione potrebbe non bastare a ridurre lo squilibrio tra domanda e offerta. Infatti, secondo il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel secondo trimestre del 2020 le scorte potrebbero salire di 15 milioni di barili nonostante l’accordo.  Ecco perché l’attenzione è ora rivolta agli americani. Il loro coinvolgimento ai tagli alla produzione, che dovrebbe essere regolato dal G20 Energia in programma per venerdì 10 aprile, rappresenterebbe anche un passo importante verso una “riconciliazione” con Riad e Mosca. La notizia di un contatto tra USA, Russia e Arabia Saudita, che rappresentano circa il 40% della fornitura mondiale di petrolio, fa ben sperare. Le frizioni tra i tre competitors risalgono al 2016, quando gli USA, dichiarando impossibile concordare i tagli dell’output in un’economia di mercato, continuarono a produrre a ritmi serrati mentre il cartello Opec+ riduceva la produzione di 4.4 milioni di barili al giorno. Quindi, quello che ora i sauditi e i russi si aspettano è il medesimo sacrificio anche da parte degli USA. Il presidente russo aveva infatti detto che un accordo sulla riduzione dell’offerta di greggio “deve essere fatto in partnership” con gli USA. Ma a minacciare l’intesa raggiunta giovedì 9 aprile è il Messico che non concorda con il taglio assegnatogli perché ritenuto eccessivo. Qualora decidesse di non firmare l’accordo si potrebbe dover ricominciare tutto daccapo.

    In conclusione

    Il mercato del petrolio, come detto, non è nuovo a momenti di crisi, ma questa volta è stato colpito come mai prima. La guerra dei prezzi dell’oro nero si è combinata con un forte calo della domanda che ha reso più complicato dare una risposta coordinata e celere dell’offerta. Le proporzioni storiche di questa crisi si vedono anche nelle stime che vengono fatte su quanto accadrà dopo l’emergenza in corso. Si ipotizza infatti che la domanda globale di petrolio del settore aereo non raggiungerà più i livelli pre-coronavirus. Allo stesso tempo, i tagli alle raffinerie e le chiusure di alcuni siti potrebbero addirittura causare una carenza di greggio nei prossimi anni, secondo la Goldman Sachs. Ma allora, se queste sono le previsioni, viene da chiedersi quanto sia convenuta questa guerra dei prezzi. Se è vero che le tensioni tra americani da un parte e russi e sauditi dall’altra erano iniziate ben prima dello scoppio della pandemia, le frizioni tra Mosca e Riad no. Rimangono dunque dei dubbi sulla mossa del principe saudita MBS: davvero la strategia dell’Arabia Saudita era far tornare al tavolo delle trattative i russi e ad acquisire allo stesso tempo delle quote di mercato di produttori che non riuscivano a tenere il passo? Se sì, viene da chiedersi a che prezzo. Il segretario generale dell’Opec, Mohammed Barkindo ha affermato: “il Covid-19 è una bestia mai vista, che sembra travolgere qualsiasi cosa sul suo cammino […] la nostra industria soffre un’emorragia e finora nessuno è riuscito a fermare il sangue”. Ecco perché soltanto un accordo imponente e con la collaborazione di tutti i Paesi produttori può salvare questo settore che sembrava non poter conoscere una crisi del genere.