Hong Kong, fine di un’epoca?

    Valeria Pinna

    La ricorrenza del ventitreesimo anniversario della fine dell’amministrazione coloniale britannica sul territorio di Hong Kong è stata “festeggiata” dalla regione con l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza. L’inserimento della legge all’interno della legge fondamentale dell’isola, avvenuto il 1 luglio 2020, acquisisce così un significato più che profondo, sancendo, in qualche modo, la fine dell’autonomia di Hong Kong.

    Il primo luglio 1997, la Cina riacquisiva l’esercizio della sovranità sul territorio di Hong Kong. In base all’articolo 31 della Costituzione cinese, si stabilì per Hong Kong lo status di “regione amministrativa speciale”. Questo status speciale ha consentito la creazione della legge fondamentale di Hong Kong e di un esecutivo e un legislativo autonomo rispetto alla Cina. Il compromesso più importante, che consentì di procedere alla riunificazione di Hong Kong con la madrepatria cinese, fu però quello della creazione del cosiddetto modello “one country, two systems”. Questo modello ha fatto sì che Hong Kong potesse mantenere il sistema economico capitalistico sviluppatosi sotto il dominio inglese, anziché acquisire il modello socialista cinese. Tutte queste decisioni erano già state previste dalla Dichiarazione congiunta sino-britannica entrata in vigore nel 1985, Dichiarazione che sanciva le regole della transizione.

    Il sistema del “one country, two systems”, secondo quanto stabilito dalla legge fondamentale di Hong Kong (ex. art. 5), deve avere una durata di cinquanta anni e dunque non può giungere a termine prima del 2047. L’autonomia del territorio di Hong Kong è però stata messa in discussione molteplici volte negli ultimi anni. A partire dal 2014 le proteste dei cittadini di Hong Kong contro le decisione di Beijing sono diventate più frequenti. La Rivoluzione degli Ombrelli, scatenata nel 2014, aveva l’obiettivo di fermare l’introduzione della riforma elettorale nella regione. Lunghe proteste si sono protratte nel corso dello scorso anno contro la legge sull’estradizione e hanno visto il sostegno di alcuni stati occidentali, tra cui gli Stati Uniti. Già alla fine del 2019 la Cina aveva sollecitato gli Stati Uniti a non frapporsi altrimenti la Cina sarebbe stata “costretta a intraprendere forti contromisure per difendere la sua sovranità nazionale”. La legge è stata poi ritirata nell’ottobre del 2019.

    I contrasti tra le forze pro-democratiche di Hong Kong e Pechino, iniziati nel 2014, sembrano essere ancora più aspri da quando il Capo dell’Esecutivo Carrie Lam si è insediato a Hong Kong nel 2017. Carrie Lam ha seguito una politica di sostegno nei confronti di Beijing e ha, infatti, accolto con favore l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale, sostenendone l’impellente necessità. I contrasti tra Hong Kong e Pechino hanno all’origine un paradosso che vede da un lato la notevole autonomia della regione e dall’altro il principio del centralismo democratico cinese. Questo principio, garantito dall’articolo 3 della Costituzione cinese, è incluso anche nella legge fondamentale di Hong Kong che, nonostante garantisca autonomia al territorio, è subordinata alla Costituzione cinese. Per questo motivo, già dal 2003, c’erano state proteste nei confronti dell’articolo 23[1] della mini Costituzione di Hong Kong, articolo che vieta ogni atto di secessione, sedizione e sovversione contro il governo centrale. Nel giorno dell’entrata in vigore della legge sulla sicurezza, la polizia di Hong Kong ha ribadito in un tweet la necessità di denunciare tutti coloro che violino i principi stabiliti dall’articolo 23 e ribaditi dalla nuova legge. Hong Kong è stata a lungo garante di una società aperta ai rifugiati politici provenienti dalla Cina ma la legge sulla sicurezza metterà in discussione questa storica tendenza della regione. La stessa libertà di espressione dei cittadini sarà d’ora in poi negata a causa del rischio dei cittadini di essere processati e arrestati in Cina alla sola parola “indipendenza”. Nella giornata del 1 luglio ben 360 arresti sono stati effettuati contro i dimostranti pro democratici, un segnale ben manifesto della strada intrapresa dal governo.

    L’opposizione nei confronti della legge sulla sicurezza non riguarda solamente Hong Kong, infatti la decisione del governo cinese ha da subito ricevuto attenzione a livello internazionale. Mike Pompeo, segretario di Stato degli Stati Uniti ha definito la legge come un “affronto a tutte le nazioni”. Grande preoccupazione è dovuta, secondo M. Pompeo, anche a causa dell’articolo 38 della legge in quanto autorizza la persecuzione contro le offese effettuate dai cittadini cinesi anche se residenti all’estero. Le tensioni sino-americane sono ben note da tempo e già nel mese di maggio l’amministrazione Trump aveva minacciato di eliminare lo status speciale di Hong Kong che regola il commercio tra la regione e gli Stati Uniti, una scelta che minaccerebbe anche le compagnie estere che hanno sede nell’isola. Anche il governo inglese non è stato da meno. Lord Christopher Patten –  ultimo governatore britannico di HK –  ha visto questa decisione come la rottura della Dichiarazione congiunta sino-inglese. Sempre dal Regno Unito arrivano le prime risposte alla legge sulla sicurezza. Il Primo ministro Boris Johnson ha autorizzato ben 300,000  cittadini di Hong Kong, che posseggono un passaporto BNO  a lavorare e studiare nel Regno Unito. Insieme alle risposte giungono le prime ripercussioni geopolitiche. Il Regno Unito ha infatti deciso di bloccare i progetti di Huawei relativi alle antenne 5G che sarebbero dovute essere realizzate nel Regno Unito, ciò comporta anche lo smantellamento degli impianti già costruiti.

    Ma cosa ha spinto la Cina verso questa decisione? A muovere la scelta cinese non ci sono fattori economici in quanto Hong Kong non influenza il PIL cinese in maniera importante. Molte città cinesi hanno avviato un notevole sviluppo e hanno attirato a sé investitori stranieri. Tuttavia, Hong Kong rimane il maggior hub finanziario della Cina e il maggior centro di scambio per la valuta. Infatti, Hong Kong segue una politica monetaria autonoma e detiene una propria valuta che è facilmente convertibile con il dollaro statunitense. Ed è proprio il rischio di danneggiare il ruolo di Hong Kong in ambito finanziario che rende sempre più reali le paure su una nuova guerra fredda, stavolta tra Cina e Stati Uniti.

    [1] The Basic Law of the Hong Kong Special Administrative Region of the People’s Republic of China (Adopted at the Third Session of the Seventh National People’s Congress on April 4, 1990)