I cinque Stati dell’Asia centrale: nuove opportunità e sfide geostrategiche

    Matteo Frigoli

    Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan costituiscono i cinque Stati dell’Asia centrale, una regione dalla crescente importanza geostrategica.  Quest’ultimi lungi dal rappresentare una realtà istituzionale, economica e sociale omogena compongono invece una regione caratterizzata da profonde diversità. Vi sono alcuni aspetti importanti da considerare per iniziare a comprendere l’Asia centrale, il primo dei quali è la geografia.

    Infatti, l’Asia centrale costituisce la più vasta regione al mondo senza sbocco sul mare, ed è inoltre confinante con aree instabili quali l’Afghanistan, la contesa regione del Kashmir, l’Iran isolato economicamente, e le potenze globali di Russia e Cina interessate rispettivamente a mantenere e ad estendere la loro influenza nell’area. Alla geografia si deve poi unire l’elemento costituito dal passato sovietico dei cinque Stati dell’Asia Centrale.  Se la regione è già di per sé geograficamente isolata, durante il passato da repubbliche sovietiche, i collegamenti infrastrutturali degli Stati dell’Asia centrale con il mondo esterno erano praticamente nulli. Attualmente la situazione non è mutata in modo rilevante. E ciò non è tutto, anche i collegamenti interni tra Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan soffrivano e soffrono di enormi lacune, tanto che la mancanza di infrastrutture di trasporto intra-regionale nell’Asia centrale costituisce uno dei freni più importanti per lo sviluppo degli scambi e del commercio nella regione. Un ulteriore elemento è di natura politica ed è strettamente correlato con la storia da ex-repubbliche sovietiche dei cinque Stati della regione. Difatti, dopo la dissoluzione dell’URSS nel 1991, le élite politiche locali (composte da rappresentati del partito comunista dell’Unione Sovietica) colsero l’occasione di instaurare regimi autoritari. Solo il Kyrgyzstan, seppure politicamente molto instabile, mantiene una forma di stato democratica ed è classificato dalla Freedom House (ONG internazionale con sede a Washington che misura il grado di libertà civili e diritti politici in ciascun Paese) come “parzialmente libero”, mentre Kazakhstan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan sono classificati come “non liberi”. In effetti, ad eccezione del Kyrgyzstan, gli altri sistemi politici autoritari dell’Asia centrale favoriscono un sistema di successione al potere delle élite locali e non di elezione sostanziale dei rappresentanti politici. Le élite che rappresentano il potere politico ed economico sono legate da veri e propri vincoli familiari.

    È interessante soffermarsi al fine di citare alcuni esempi del contesto a cui si è appena fatto cenno. Infatti, è degna di nota la parentela tra il Presidente kazako Nazarbyaev e Timur Kulibayev, suo genero, membro del consiglio direttivo di “Gazprom”, inoltre, un legame familiare è presente tra il presidente uzbeko Mirziyoyev e Alisher Usmanov, proprietario del gigante della metallurgia russa “Metalloinvest”, i cui rispettivi nipoti si sono uniti in matrimonio, ed infine è da citare anche il legame tra il Presidente tagico Emomali Rahmon e Hasan
    Asadullozoda, suo cognato, proprietario della compagnia tagica dell’alluminio “Talco”.

    Il passato da ex-repubbliche sovietiche non ha però solo influenzato la politica dell’Asia centrale, anche l’economia è pesantemente influenzata dal modello sovietico. Il percorso di riforme dal modello economico centralizzato ad uno liberale procede a velocità alterne: mentre Kazakhstan, Tajikistan e Kyrgyzstan stanno portando avanti riforme economiche liberali, il Turkmenistan e l’Uzbekistan ritengono ancora una forma di economia centralizzata. La Heritage Foundation, ente che misura la libertà economica degli Stati, qualifica l’Uzbekistan come “prevalentemente non libero” e il Turkmenistan come “represso”. Inoltre, le economie degli Stati dell’Asia centrale sono legate a doppio filo all’andamento altalenante dei mercati delle materie prime in quanto il loro export è quasi interamente costituito dalla vendita di gas, petrolio, oro ed altri metalli e cotone (quest’ultimo vale soprattutto per il Tajikistan e l’Uzbekistan). Di rilevante importanza è notare come il Kazakhstan, oggi lo Stato più sviluppato tra i cinque dell’Asia centrale e con una notevole apertura ai mercati internazionali, abbia beneficiato sia di investimenti provenienti da Oriente sia da Cccidente.  Nel 2006 la costruzione di un oleodotto Kazakhstan-Cina ha decuplicato la vendita del petrolio kazako verso il mercato cinese, mentre la firma dell’Enhanced Partnership and Cooperation Agreement tra l’UE e il Kazakhstan ha fatto di quest’ultimo il principale polo commerciale di riferimento per gli europei nella regione. L’UE costituisce il mercato più importante per le esportazioni kazake. Gli altri Paesi dell’area beneficiano, invece, del programma europeo Generalised System of Preferences (GSP).  Inoltre, l’UE riveste un ruolo significativo per le importazioni del Kazakhstan, del Turkmenistan e dell’Uzbekistan.

    Perché quindi questa regione rivestirà un’importanza geostrategica crescente?

    Per primo, la Russia, dopo anni di incontrastata influenza nella regione, è in declino come partner principale dei Paesi dell’Asia centrale. L’economia russa non è in grado di garantire sovvenzioni, investimenti ed aiuti economici come in passato, e si è trasformata nel principale partner militare degli Stati dell’Asia centrale. La Cina sta gradualmente riempendo il vuoto lasciato dalla Russia e ha progettato poderosi investimenti infrastrutturali, anche legati al progetto della One Belt One Road Initiative.  Nonostante ciò, i cinque Stati dell’Asia centrale stanno dimostrando di poter navigare con un certo grado di libertà al dì fuori dell’influenza russa e cinese nell’area. In effetti, alcuni elementi fanno intendere che si stanno aprendo diversi spiragli per una maggiore cooperazione degli Stati dell’Asia Centrale con gli USA e l’UE. Un elemento importante deriva dall’aggressione ibrida russa nei confronti dell’Ucraina e dall’annessione integrale del territorio della penisola della Crimea. Infatti, la Russia ha rivendicato e annesso integralmente il territorio ucraino della penisola della Crimea in quanto abitato da una popolazione russofona.  Ai fini dell’analisi, l’interventismo russo su questo fronte va inquadrato secondo questo il ragionamento che segue. Infatti, la Russia ha violato il memorandum di Budapest del 1994 firmato con l’Ucraina, la Bielorussia e il Kazakhstan con cui si impegnava a rispettare la sovranità politica e territoriale dei tre Stati appena citati, garantendo quest’ultimi da eventuali aggressioni o rivendicazioni territoriali.  Le attività ostili russe in Ucraina hanno perciò allarmato il Kazakhstan (e di riflesso tutti i suoi vicini con al loro interno minoranze di etnia russa) in quanto il nord del Paese è abitato da una minoranza russofona che i nazionalisti russi rivendicano quale parte integrante del territorio russo, indicandolo come “Siberia del sud”. Un’eventuale contesa di questo tipo si potrebbe ripercuotere anche sull’Uzbekistan in relazione ai movimenti separatisti nella regione uzbeka del Karakalpakstan. Inoltre, nel 2014 in un discorso pubblico Putin si è apertamente riferito al Kazakhstan come parte inscindibile del “greater Russian world”, negando contestualmente l’esistenza dello Stato kazako prima del 1991.

    Volgendo ora lo sguardo verso il polo di influenza cinese nell’Asia centrale, c’è da rilevare come l’afflusso di capitali e di lavoratori cinesi è percepito più come un asservimento verso la Cina che come un aiuto verso lo sviluppo. Tale percezione è anche confermata da alcuni analisti che evidenziano come l’impegno economico della Cina sia da interpretare ad esclusivo vantaggio dell’interesse nazionale cinese. Un’ulteriore crepa nella sfera di influenza cinese nei Paesi dell’Asia centrale è data dalla politica di repressione della minoranza etnica musulmana nella regione dello Xinjiang da parte del governo cinese. Ciò va ad aggiungersi al sentimento anti-cinese che nel passato l’Unione Sovietica ha inculcato nelle popolazioni dell’Asia centrale, il quale permane tutt’oggi.

    Contestualmente, guardando ad Occidente, gli accordi sopra citati del Kazakhstan con l’UE, la creazione in Kazakhstan dell’Astana International Financial Center regolato dal diritto inglese e collegato con lo Shangai Stock Exchange e con il Dubai Financial Center, hanno permesso al Kazakhstan di affermarsi in modo deciso sullo scenario internazionale con interessanti prospettive per il futuro. Inoltre, l’appoggio del Kyrgyzstan, Tajikistan e Uzbekistan ad ospitare basi NATO dal 2004 al 2015, la creazione di un forum internazionale dei cinque Paesi dell’Asia centrale con gli USA (denominato C5+1), la recente apertura dell’Uzbekistan verso l’esterno, anche verso Occidente, insieme ad una decisa stagione di riforme (spinta anche dalla volontà dell’Uzbekistan di competere con il Kazakhstan per l’egemonia regionale), sono elementi che fanno ben comprendere come gli Stati dell’Asia centrale hanno la volontà e la possibilità di manovrare sullo scenario internazionale.

    La lista di iniziative appena descritta vuole testimoniare in Asia centrale, pur permanendo una genuina alleanza con la vicina Russia, vi siano occasioni per instaurare nuove cooperazioni e legami con l’UE e con gli USA. Ci sarà uno spazio crescente per la geostrategia in questa regione che è ricca di risorse naturali, importante per la lotta al terrorismo di matrice islamica e rappresentante un mercato fortemente bisognoso di beni e servizi. In effetti, il Forum C5+1, che come già detto riunisce l’Asia centrale e gli USA in un unico contesto, si è dimostrato ricettivo rispetto a queste tematiche. A seguito del C5+1 è stato infatti creato il progetto “Global Counterterrorism Forum (GCTF)”, un ambito particolarmente rilevante dato il ruolo centrale che la lotta al terrorismo riveste nelle dottrine militare dei cinque dell’Asia Centrale. Inoltre, gli USA stanno investendo risorse nell’area tramite il progetto “Competitiveness, Trade, and Jobs Activity in Central Asia (CTJ)” che mira ad espandere la rete di collegamenti infrastrutturali, il commercio e l’innovazione. A dimostrazione della rilevanza di questi progetti e al fine che il lettore non li intenda come semplici sussidi a favore di una regione senza potenzialità, basti pensare che, tra gli Stati nati dalla dissoluzione dell’URSS, oggi il Kazakhstan è considerato superiore alla Russia e al dì sotto solo dei Paesi baltici per la qualità delle riforme messe in atto.

    C’è spazio per una partita geostrategica importante per l’Occidente nel territorio dell’Asia centrale, un’opportunità negata in passato data la preponderante influenza russa nell’area.

    Bibliografia:

    Batsaikhan Uuriintuya, Dabrowski Marek, “Central Asia—twenty-five years after the breakup of the USSR” in Russian Journal of Economics, vol.3, 2017, p. 297.

    Majumdar Ananda, “The Post-Soviet Transformation in Central Asia”, IJCIRAS Vol. 2 Issue 7, p. 65.

    Hess Maximilian, Russia and Central Asia: Putin’s Most Stable Region? in Orbis: Foreign Policy Research Institute Journal, vol. 64(3), 2020.

    International Institute for Strategic Studies “Russia and Eurasia” in The Military Balance, 2019, si vedano le voci relative ai cinque Stati dell’Asia Centrale, pp. 191-217.