I risvolti ambientali della Belt and Road Initiative (BRI): il caso dell’Eg Gol Hydropower Project

    Laura Grandoni

    Nell’analisi delle ripercussioni ambientali della BRI, non può non risultare peculiare il caso della centrale idroelettrica sul fiume Eg, che riversandosi nel Selenge, alimenta il lago Baikal. Quest’ultimo è patrimonio UNESCO, si trova in Russia, nella zona siberiana e si rivela fondamentale a livello globale per via dell’ecosistema e delle biodiversità che da secoli lo caratterizzano. Ci troviamo dunque contemporaneamente di fronte ad interessi economici, culturali ed ambientali cinesi, mongoli e russi.

    La zona tra Mongolia e Siberia è ampiamente coinvolta nel corridoio settentrionale della BRI che attraversa orizzontalmente Cina, Mongolia e Russia. L’intento principale dell’iniziativa, come stabilito nel Nuovo Piano Quinquennale della Cina, è sia economico che culturale e per questo ha tra le sue priorità lo sviluppo e la cooperazione con tutti i territori che attraversa, creando non più dei punti nevralgici a sé stanti ma una vera e propria rete d’infrastrutture interdipendenti tra loro.

    Quello dell’Eg è uno dei pochi progetti infrastrutturali previsti dalla BRI che non è stato realizzato entro i tempi previsti. Ad interromperlo sono state le possibili ripercussioni ambientali sul lago Baikal; l’importanza ambientale di questo territorio deriva dalla sua millenaria presenza di rari ecosistemi e forme di vita endogene ed anche dal fatto che rappresenta il 20% delle riserve d’acqua dolce mondiali, dunque ogni modifica dei suoi affluenti porterebbe ad un’alterazione del suo ecosistema.

    Nonostante l’appartenenza del sito all’UNESCO World Heritage (WH), questo ecosistema è costantemente minacciato per via dell’inquinamento industriale, degli impianti agricoli o delle attività estrattive che si trovano in prossimità del sito. La Commissione del World Heritage ha stabilito che il progetto dell’Eg Gol Hydropower non risulta conforme alle normative internazionali previste in merito alla conservazione del patrimonio dell’umanità, contravvenendo in particolar modo al IX e X “criteria for selection” del WH.

    L’interruzione del progetto ed il congelamento dei fondi provenienti dalla China EXIM Bank sono motivati dalle continue pressioni esercitate da associazioni ed organizzazioni che si occupano di ambiente. Una delle ONG più attive è Rivers without Boundaries (RwB) che si è adoperata affinché il progetto fosse eseguito in conformità delle leggi e dei regolamenti internazionali. Sempre RwB nel 2015 ha sollecitato nuovamente il Governo della Mongolia affinché mettesse in atto strategie alternative all’energia idroelettrica e all’estrazione mineraria, al fine di dare maggiore impulso a fonti d’energia rinnovabili, come l’eolica e quella solare.

    A fronte del ricollocamento dei fondi EXIM in altri progetti nel territorio della Mongolia del Nord, nell’Ulaan Baatar, non sono comunque cessate le richieste di finanziamento da parte del Governo mongolo nei confronti della Cina. Ad esprimersi contro al progetto sono stati anche il capo di Stato russo Vladimir Putin ed il ministro dell’Ecologia e delle Risorse Naturali Donskoy, asserendo che ogni tipo di progetto simile, all’interno del bacino idrico del Selenge, avrebbe inevitabilmente alterato la composizione del fiume e di conseguenza del lago. A questo proposito, dalla Russia arrivano due proposte risolutive: la prima prevede l’estensione della capacità della linea di trasmissione energetica del Guisnoozersk-Darkhan, ovvero un’ulteriore impulso all’export energetico russo verso la Mongolia. La seconda proposta prevede invece l’inclusione della Mongolia come paese di transito per le condutture che forniscono energia alla Cina.

    In entrambi i casi la possibilità di un’indipendenza energetica (elettrica) della Mongolia non viene considerata e questa resta la nota dolente della trattativa. Dunque, l’arresto dei lavori è stato piuttosto immediato e le richieste russe sono state accolte di buon grado, coerentemente con la classica politica cinese secondo cui «a close neighbour is more valuable than a distant relative».

    Il punto di vista della Mongolia, invece, è differente, poiché da un lato molteplici ONG locali si sono adoperate accanto a quelle straniere (come RwB e Green Peace Russia) al fine di salvaguardare l’ecosistema del Baikal, da cui oltretutto dipende il clima dell’intera regione asiatica; d’altra parte, però, il governo della Mongolia vede sfuggire l’occasione di divenire sempre più indipendente a livello energetico, interrompendo parte delle importazioni russe.  Inoltre, l’utilizzo di fonti rinnovabili, come l’energia idroelettrica, consentirebbe di ridurre drasticamente le emissioni di CO2 e di gas serra.

    La Mongolia attualmente ha un debito pubblico pari al 91.4% del PIL e risente in particolar modo dello sfruttamento selvaggio delle risorse sul proprio territorio, il quale, nonostante sia particolarmente ricco a livello minerario, ha un saldo della bilancia commerciale negativo. Inoltre, lo sviluppo delle maggiori città, come nell’Ulaanbaatar, ha reso necessarie delle politiche di sviluppo sostenibile atte a riconsiderare l’utilizzo dei combustibili che causano forti emissioni nelle zone più densamente popolate ed industrializzate. Circa il 60% dei consumi elettrici provengono dal settore industriale e delle costruzioni, conseguenza di un’industrializzazione recente e orientata a un modello energy-intensive.

    La Banca Mondiale ha attuato un piano a supporto delle attività estrattive in campo energetico in Mongolia, ovvero il MINIS (Mining Infrastructure Investment Support). Questo progetto prevede una fornitura di assistenza tecnica al Governo della Mongolia per far sì che vengano applicati standard economici e ambientali durante la stesura e l’analisi di un progetto. Nel caso dei progetti idroelettrici, il MINIS si propone di facilitare gli studi di fattibilità, sostenendo la presentazione di dichiarazioni d’impatto sociale ed ambientale in particolare per i due progetti pianificati sul Selenge, ovvero lo Shuren Hydropower Project, la regolazione del flusso delle acque del fiume Orkhon e la costruzione di un complesso di serbatoi idrici. Una volta ultimati il TOR (Terms of References), il REA (Regional Environment Assesment) e l’ESIA (Environmental and Social Impact Assesment), viene stilata la stima finale, il tutto su un campo di lavoro che prevede confronti sia in Mongolia che in Russia.

    A questo punto è lecito chiedersi in che misura la Cina contribuisca allo sviluppo Green sia sul fronte delle politiche energetiche nazionali, sia sul fronte legato ai finanziamenti in cui è implicata la BRI. Sul fronte interno, grazie alle sue nuove politiche energetiche, Pechino sta cercando di ridurre la dipendenza dalle miniere di carbone e dell’estrazione petrolifera, provvedendo con una graduale sostituzione attraverso impianti idroelettrici (Diga delle Tre Gole nello Hubei), impianti eolici e solari. Per quanto riguarda la BRI invece, è davvero un potenziale motore per uno sviluppo sostenibile a livello internazionale? Stando al nostro esempio dell’EGHPP, sì. A seguito all’immediato arresto dei lavori dell’impianto, motivato dai problemi di sostenibilità ambientale, la Cina si è fatta subito da parte e si è mostrata propositiva nel trovare una risoluzione che mettesse d’accordo Russia e Mongolia nel rispetto dell’ambiente e delle leggi internazionali.

    In conclusione, è possibile identificare due diversi tipi di situazione che derivano da questo discorso. Nel primo caso, considerando sia il recente ricollocamento dei fondi dell’EXIM Bank (a supporto della BRI) sia il sostegno del MINIS, la Mongolia viene sostenuta, ma non riesce ad ottenere l’agognata indipendenza energetica, dirigendosi però verso una maggiore sostenibilità ambientale. Nel secondo caso, al momento dell’interruzione dei fondi verrebbe mantenuto lo status quo e per questo si troverebbe a dover implementare quello che fino a poco tempo fa è stato il modello cinese basato sul carbone, rinunciando a delle ottimistiche svolte ecologiche e continuando al contempo ad importare dalla Russia risorse energetiche attraverso la tratta Guisnoozersk-Darkhan o il transito dei flussi energetici destinati alla Cina. In entrambi i casi, la possibilità che la Mongolia diventi indipendente dal punto di vista energetico resta quindi lontana.

     

    Fonti

    Banca Mondiale

    Unesco

    HydroWorld

    EGHPP Project Introduction for Business Summit

    Eugene A. Simonov, China-Backed Hydropower Project Could Disturb a Sensitive Siberian Ecosystem, «ChinaFile», July 6, 2016.