Il cambiamento climatico in Africa: stravolgimenti, timori e riforme per il verde

    Francesco Fatone

    Il cambiamento climatico stravolgerà l’economia mondiale e con estrema probabilità l’Africa sarà il continente maggiormente colpito. I tragici effetti del climate change in Africa sono già visibili da molti anni sulle migrazioni: l’intensità e la frequenza delle catastrofi naturali, in costante aumento a causa del cambiamento climatico, hanno portato migliaia di persone a scappare dalle difficili condizioni. Questa categoria di migranti è chiamata “rifugiati ambientali” e sono riconosciuti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni anche se non è riconducibile alla definizione di rifugiato data dalla Convenzione di Ginevra del 1951.

    Il Sahel: un’economia compromessa e il rischio di future migrazioni climatiche

    La macroregione africana maggiormente colpita dai cambiamenti climatici è il Sahel che negli ultimi anni è esposta ad eventi calamitosi e distruttivi: l’80% dei terreni della “fascia” è degradato, le temperature sono in aumento di 1,5°C rispetto il resto del pianeta e la già debole produzione alimentare è in crollo incidendo sulla precaria sicurezza alimentare dei Paesi che fanno parte di questa area geografica. Oltre all’economia del Sahel è a rischio anche la salute della popolazione che vede diminuire la qualità dell’aria e l’aumento del rischio di malattie dovute al caldo anomalo. A contribuire alla crisi climatica si aggiungono anche altri drivers come la già presente povertà della popolazione, le deboli leggi antinquinamento, l’assenza di infrastrutture e la presenza di governi instabili ed incapaci di tenere testa a questi fenomeni allarmanti.

    Proprio il Sahel rischia di diventare il punto di partenza di future migrazioni climatiche: se le temperature aumentassero anche tra i 3 e i 6 gradi porterebbero nuove calamità naturali e ciò avrà sicuramente un impatto sui 150 milioni di abitanti dell’area, portando ad ingenti spostamenti dall’Africa subsahariana verso l’Africa del nord e l’Europa. Diversi rapporti hanno sottolineato come eventi ad alta intensità di pioggia ed inondazioni dovrebbero aumentare del 20% nei prossimi anni in Africa, moltiplicando di conseguenza gli sfollati e stravolgendo le dinamiche della popolazione del continente nero. La comprensione dei legami tra il cambiamento climatico e la migrazione è diventata una delle principali preoccupazioni della comunità internazionale ed il tema è stato trattato negli accordi di Parigi, nella Dichiarazione di New York e nella Convenzione di Kampala. Proprio quest’ultima riconosce le sfide migratorie associate ai cambiamenti climatici nel quadro della riduzione del rischio delle catastrofi. La convenzione non solo tutela i diritti per gli sfollati ma insiste anche sulle azioni volte ad evitare lo spostamento attraverso la previsione di catastrofi e la definizione parametri di riferimento e meccanismi di coordinamento delle informazioni, fornendo una road map per sviluppare le strategie di risposta globale.

    Un Green New Deal africano è impossibile

    La Commissione europea ha annunciato a gennaio il Green New Deal, in Cina ci sono politiche volte alla riduzione delle emissioni ed in America si discute da anni l’applicazione di riforme verdi. Ma in Africa è possibile pensare ad un Patto Verde Comune, magari portato avanti dall’Unione Africana? I Paesi africani sono molto diffidenti rispetto i piani di riforma simili verde e temono il fenomeno del “colonialismo climatico occidentale” che in molti casi segnerebbe una battuta d’arresto per molte economie continentali in crescita. Inoltre la “crescita verde occidentale” è pagata proprio da alcune attività africane: fra tutte l’estrazione del cobalto, materia prima utilizzabile per le batterie delle auto elettriche, che ha spesso registrato molte violazioni dei diritti del lavoro. Pochi vincoli ambientali possono garantire una crescita nel breve periodo ma nel tempo rischiano di rendere insostenibile la vita di un Paese e di ridurlo ad oggetto di land grabbing da parte delle multinazionali interessate alle ricchezze dell’Africa. Sarà necessario garantire molto più che una transizione ecologica al continente nero: bisognerà reinventare completamente il tessuto economico per evitare il “colonialismo climatico” e lo sfruttamento senza norme delle risorse africane.

    Il Sudafrica: faro di una futura Africa verde

    Senza una soluzione unitaria bisogna guardare alle politiche dei singoli Paesi: il governo sudafricano, la scorsa settimana, ha approvato l’obiettivo di ridurre a zero le emissioni di gas serra entro il 2050, definendo la strategia di sviluppo a basse emissioni (LEDS) come il primo passo verso il raggiungimento di un’economia a zero emissioni entro il 2050. Il LEDS è una risposta alla richiesta dell’accordo di Parigi sulla definizione di strategie climatiche a lungo termine e avrà un impatto sulle politiche, sulla pianificazione e sulla ricerca in Sudafrica. Ma la nazione arcobaleno non abbandonerà al 100% le fonti di energia tradizionali; anche se si conterà sull’energia rinnovabile, si prevede che 5.000 MW di capacità energetica a carbone saranno ancora operativi nel 2050. Già un anno fa il Sudafrica ha provato ad attuare una carbon tax, oggetto di grande impopolarità tra i proprietari delle industrie del Paese, quindi è prevedibile che il carbone giocherà ancora un ruolo fondamentale nell’economia sudafricana; infatti sono in costruzione nuove centrali sul territorio che saranno operative dal 2030. Sebbene non sia coerente con l’idea di emissioni zero, la costruzione di nuove centrali a carbone è dovuta al fatto che oltre il 90% dell’energia del Sudafrica è generata dal carbone, principalmente estratto e bruciato nel nord-est del Paese dal fornitore di servizi pubblici Eskom. Nonostante ciò, il governo vuole ridurre questa cifra al 45% entro il 2030. Il Sudafrica vuole infatti investire nelle energie rinnovabili, in particolare nell’energia eolica e nell’energia solare anche se l’investimento sulle fonti rinnovabili è ostacolato dal debito pubblico e a maggior ragione serviranno dei partners: non sarà una novità per il governo sudafricano che sta già lavorando dal 2014 con società private attraverso il Renewable Energy Independent Power Producer mobilitando oltre 15 miliardi di dollari di investimenti. Il REIPP però non ha impattato come avrebbe dovuto ed ha avuto meno del successo sperato, attirando pochi investitori.

    Oltre al LEDS, c’è anche il NCAAS (Strategia nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici) un piano decennale che accompagnerà le iniziative necessarie a raggiungere gli obiettivi previsti dagli accordi di Parigi con lo scopo anche di sensibilizzare sulla partecipazione delle donne nel processo decisionale sui cambiamenti climatici, unendo la parità di genere alla lotta contro lo stravolgimento climatico.Tra le proposte c’è anche la Commissione presidenziale per il Coordinamento del Cambiamento Climatico (PCCCC), un ente di 24 membri che avrà un budget annuale di 10 milioni di rand e che coordinerà e supervisionerà la transizione. Più nello specifico la missione del PCCC sarà quella di consigliare e guidare la risposta del Sudafrica ai cambiamenti climatici per garantire che gli obiettivi politici di costruzione di resilienza sociale ed economica e della capacità di risposta alle emergenze siano raggiunti. Sarà presieduto da un candidato presidenziale che avrà più potere del Ministero dell’Ambiente. Il PCCCC deve però ancora essere approvato dal Parlamento sudafricano che ha accumulato diversi ritardi a causa del COVID-19.