Il caos libico

    Silvia Luminati

    Nonostante la tregua approvata nella conferenza di Berlino e la risoluzione di febbraio del Consiglio di sicurezza che accoglie i risultati del vertice tedesco, le aspettative dell’Unione europea e delle Nazioni Unite sono state disattese.  La guerra civile tra le forze dell’Esercito Nazionale Libico (ELN) del generale Haftar e del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di al Sarraj non si è mai davvero fermata e questo fallimento della comunità internazionale continua a pesare sui cittadini libici, stremati da anni di violenze e ora minacciati anche dalla diffusione del COVID-19. Il conflitto si sta dimostrando uno scenario sempre più complesso in cui si trovano coinvolti Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Russia, Siria, Stati Uniti e Turchia.

    Guerra e pandemia

    A marzo il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva lanciato un appello affinché tutte le parti in guerra (compresi i gruppi armati non statali) aderissero alla sua richiesta di un cessate il fuoco globale per permettere agli Stati di concentrarsi sulla lotta al contenimento del nuovo coronavirus. In un primo momento, sia l’ELN che il governo di Tripoli si erano detti favorevoli a deporre le armi, eppure a fine marzo i quartieri di Ain Zara e Al Suani sono stati colpiti dai missili di Haftar che hanno ucciso e ferito anche dei civili. Da qui, l’operazione militare “Tempesta di pace” lanciata da al Sarraj nell’area di Zintan per la riconquista dell’aeroporto militare di Watya, supportata dall’arrivo di gruppi di mercenari siriani. E così, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarava il COVID-19 pandemia, in Libia si assisteva ad un’ulteriore escalation di violenza che ha reso la lotta alla diffusione del COVID-19 ancora più difficile. Il sistema sanitario pubblico è praticamente collassato a causa dei numerosi bombardamenti e attacchi nei confronti delle strutture e del personale sanitario e la minaccia di una diffusione incontrollata del virus non ha fermato questi episodi di violenza. Secondo il rapporto del Segretario generale sulla Libia, da gennaio a maggio 2020, si sono registrati 12 attacchi contro sette strutture sanitarie, tra cui l’ospedale Al Khadra di Tripoli che trattava pazienti COVID-19 e altre tre strutture che si occupavano di tenere in isolamento i pazienti affetti dal virus a Al Hudaydah Al Bayda, Ma’rib e Taiz. A rendere ancora più complicate le operazioni del personale umanitario e la consegna dei beni di prima necessità alle comunità degli sfollati interni si sono aggiunte le restrizioni alla libertà di movimento e il coprifuoco di 10 ore nel mese di aprile. L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari ha denunciato infatti le difficoltà con cui gli operatori umanitari riuscivano ad accedere in alcuni territori controllati dall’ELN.

     Gli ultimi sviluppi sul campo

    Nel mese di aprile i combattimenti nelle città sono stati violentissimi. Il governo di Al Serraj ha risposto agli attacchi di Haftar dispiegando le forze militari verso il confine con la Tunisia e ad ovest, vicino Misurata. A fine aprile poi le milizie alleate del governo di Tripoli sono arrivate a Tarhuna, la città che rappresenta un importante avamposto di Haftar in Tripolitania poiché da lì partono le forze per alimentare le linee che assediano Tripoli. Poco dopo però, la conquista della città di Sirte da parte dell’ELN ha fatto cambiare programma ad al Sarraj che ha impegnato tutte le sue forze per riconquistare quello che ormai è l’ultimo baluardo ad ovest di Haftar. La città è stata letteralmente messa sotto assedio dalle truppe del GNA tanto che è difficile dire per quanto ancora Haftar possa resistere. Quello che è certo invece è che la riconquista di Sirte non sarà facile perché la città ha un’importanza simbolica per il generale della Cirenaica che ha perso quasi tutto il territorio ad ovest e perciò arrendersi significherebbe rimanere con un pugno di mosche in mano. Di ciò sembra esserne consapevole anche il suo alleato russo che avrebbe inviato dei contractors del gruppo Wagner e degli assetti da Jufra per rafforzare la capacità difensiva dell’ELN. Al Sarraj rimane alle porte della città con schieramenti ad ovest e a sud mentre altri convogli da Tripoli stanno giungendo insieme anche a dei rinforzi arrivati dalla Turchia. Ma la battaglia di Sirte apre un interessante interrogativo sul futuro della guerra civile: cosa succederà se le truppe del GNA dovessero riconquistarla? La controffensiva potrebbe fermarsi lì oppure continuare fino alla Mezzaluna Petrolifera visto che ormai Al Serraj sembra essere il favorito e Haftar con le spalle al muro.

    Tregua?

    Dalla prima offensiva del generale Haftar su Tripoli è passato poco più di un anno e da allora la crisi umanitaria in cui è sprofondata la Libia è soltanto che peggiorata. A inizio maggio, la vicina Tunisia aveva lanciato un appello alle Nazioni Unite affinché accelerassero la ripresa del dialogo intra-libico per dare stabilità a tutta la regione che si sente fortemente minacciata dalla crisi libica. La richiesta di Tunisi di una soluzione politica sottolineava la necessità di rispettare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, in particolare la n.2259 del 23 dicembre 2015. Da canto loro, le Nazioni Unite si sono molto impegnate per far riprendere il dialogo tra le parti ed evitare un’ulteriore escalation del conflitto. I colloqui del 3 giugno tra i vertici politici e militari del GNA e dell’ELN costituiscono un primo ed importante passo visto che gli incontri si erano interrotti a febbraio, ma la situazione rimane ancora complessa soprattutto per i numerosi attori coinvolti nello scenario libico. In effetti, le interferenze straniere minacciano un processo di pace che le Nazioni Unite stanno faticosamente cercando di costruire: per esempio, nei giorni precedenti ai colloqui, la proposta del presidente egiziano -sostenitore di Haftar- di un cessate il fuoco, avallata dagli Emirati Arabi Uniti e dalla Francia, era stata respinta dal GNA perché disposto al dialogo soltanto dopo la riconquista di Sirte. Oppure si pensi a quanto avvenuto il 10 giugno nelle acque del Mediterraneo, dove si è sfiorato un incidente tra Grecia e Turchia, già ai ferri corti per la questione dei rifugiati e migranti.  Una nave greca della missione IRINI -decisa dall’Unione europea per far rispettare l’embargo ONU delle armi alla Libia- aveva intercettato un mercantile partito da Ankara sospettato di trasportare armi verso la Libia, ma un’unità militare turca è intervenuta avvertendo la fregata greca di “stare alla larga”. L’episodio, oltre a mostrare tutti i limiti dell’operazione IRINI che non prevede la possibilità di imporre controlli ai mercantili sospetti, rivela anche il chiaro fallimento dell’embargo delle Nazioni Unite che continua ad essere violato dalle potenze sostenitrici di Haftar e di al Sarraj.

    La Turchia, in particolare, si sta ritagliando un ruolo sempre più importante nella guerra libica come testimoniano anche i contatti sempre più frequenti con Washington. Infatti, sia Erdogan che il suo omologo americano sembrerebbero aver “raggiunto accordi” sulla questione libica e questo avvicinamento è senz’altro dettato dal comune interesse ad indebolire la presenza russa in quell’area. Infatti, in una recente conferenza stampa il Segretario di Stato USA Mike Pompeo ha esplicitamente criticato la Russia accusandola di essere il principale ostacolo alle trattative intra-libiche e di violare la sovranità di Tripoli con le sue interferenze (“destabilizing flow”). Per questo, Pompeo ha concluso che il dialogo tra GNA e ELN deve avvenire esclusivamente sotto l’egida delle Nazioni Unite. A ribadire la posizione americana è arrivato anche un comunicato del Comando Africa degli USA, AFRICOM, in cui il generale Townsend ha denunciato l’interferenza di Mosca , testimoniata dalle immagini degli aerei da combattimento militari utilizzati dai mercenari russi del gruppo Wagner inviati per sostenere Haftar a sud di Tripoli. Nella nota infatti si legge che questi caccia russi sarebbero transitati in Siria per poi arrivare in Libia con l’unico scopo di “rovesciare il GNA, l’unico riconosciuto della Nazioni Unite”. Per Washington, non sarebbe stato possibile per l’uomo forte della Cirenaica organizzare un’offensiva militare di tale portata armando e gestendo migliaia di combattenti senza il sostegno di Mosca. Il comunicato si chiude poi con un appello rivolto a Bruxelles che invita le istituzioni europee ad agire con maggiore decisione avvertendole che la prolungata destabilizzazione della Libia si ripercuoterà su tutta la regione africana con effetti anche sulla crisi migratoria. Tuttavia, questo avvicinamento tra Erdogan e Trump non deve però essere necessariamente interpretato come uno scollamento della Turchia dalla Russia sul piano internazionale. In più occasioni, Putin ed Erdogan si sono ritrovati ai ferri corti per la questione siriana, eppure hanno sempre trovato un punto di incontro in una logica win-win, anche quando sembrava quasi impossibile per Putin continuare ad essere alleato di Assad e di Erdogan. Perciò, le “opportunità per capirsi meglio” di cui ha parlato il vicepresidente turco in riferimento ai contatti tra USA e Turchia non sembrano preludere ad un allineamento di Ankara a Washington, anche perché dai recenti colloqui telefonici tra Putin ed Erdogan emerge che i due sono sempre più decisi a defilarsi dal conflitto che rischia di prolungarsi per anni.

    In conclusione

    In conclusione, la Libia più che sprofondata in una guerra civile sembra essere teatro di una guerra internazionale in cui accanto ai protagonisti Haftar e al Sarraj, ci sono Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Russia, Stati Uniti e Turchia che con le loro mosse continuano a destabilizzare il Paese. A nove anni dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza n. 1970 e 1973 con cui il Consiglio ha autorizzato gli Stati membri ad “adottare tutte le misure necessarie” per proteggere i civili invocando la responsibility to protect, la Libia rappresenta un fallimento della comunità internazionale. Il vecchio regime di Gheddafi ha lasciato il posto ad un governo riconosciuto dalla comunità internazionale debole e ad una sanguinosa guerra “civile”.