Il crollo annunciato del trattato INF e le conseguenze per l’Europa

    Francesco Lizzi

    Venti gelidi, provenienti da guerre altrettanto fredde, hanno soffiato a Washington e a Mosca nei primi giorni del febbraio 2019. Il primo febbraio il presidente statunitense Donald Trump ha infatti deciso di sospendere l’ottemperanza statunitense agli obblighi del trattato sulle forze nucleari a medio raggio (il cosiddetto trattato INF, Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty). L’accordo era stato sottoscritto nel 1987 con l’Unione Sovietica e successivamente preso in consegna dalla Federazione Russa.

    Stando al comunicato presidenziale pubblicato sul sito web della Casa bianca, la decisione è stata frutto di comportamenti reiterati e contrari al trattato da parte della Russia, che “for far too long (…) has violated thethe Intermediate-Range Nuclear Forces (INF) Treaty with impunity”. Il paese guidato da Vladimir Putin non ha atteso molto per elaborare la propria reazione. Il due febbraio il presidente russo ha infatti annunciato la sospensione dell’applicazione del trattato da parte di Mosca, in maniera simmetrica a quanto annunciato da Washington il giorno prima. Ma prima di analizzare i motivi che hanno portato a queste decisioni speculari, è opportuno capire in cosa consistono il testo del trattato e l’importanza del periodo storico in cui è stato siglato.      

    Seconda guerra fredda e armamenti caldi

    La firma dell’accordo sulle armi nucleari a medio raggio ha avuto luogo a Washington nel 1987 per mano dai capi di stato statunitense e sovietico, ossia di Ronald Reagan e Michail Gorbachev. Quello che può sembrare un semplice fatto di cronaca ha richiesto in realtà anni di lunghe trattative, iniziate nel 1980, e numerosi rischi di escalation militare, per una ragione principale. Il decennio preso in esame, vale a dire quello degli anni Ottanta, è infatti teatro della cosiddetta “seconda guerra fredda”. Essa si configura come un’accelerazione nella corsa agli armamenti americana e sovietica che dura dal 1979 al 1985, in concomitanza con nuovi teatri di instabilità alle periferie dei due blocchi, soprattutto quello sovietico, e nuove dottrine politiche nel mondo occidentale. Tra i primi torreggiano la guerra in Afghanistan e la nascita del movimento di Solidarnosc in Polonia, che hanno privato l’URSS di energie nella citata corsa. Fra le seconde figura invece la dottrina Reagan, che ha professato un nuovo vigore nella lotta al comunismo in tutto il mondo. Tornando al trattato INF, non desta stupore che i negoziati siano stati travagliati e che le due parti abbiano ripreso e abbandonato i talkpiù volte nel corso di 7 anni, spesso dimenticando le ragioni che hanno convinto le due parti a dialogare. Tutto nacque infatti con la volontà statunitense di opporsi alla costruzione da parte sovietica di nuovi missili, gli SS-20, nel 1976. Essi erano strategicamente importanti per l’URSS, poichè facilmente posizionabili in Europa orientale, visto il raggio d’azione di 5000 chilometri direzionabile nel cuore del blocco occidentale. Partendo da questa tesa premessa, il testo finale del trattato ha posto quindi una condizione ben precisa: il divieto della produzione e del dispiego di missili intercontinentali sia nucleari che convenzionali di gittata da 500 a 5500 chilometri. È stata inoltre prevista la distruzione delle armi di questo tipo già in possesso dalla NATO e dal Patto di Varsavia. Oltre agli SS-20, anche i Pershing1a americani, presenti in Germania occidentale, vennero coinvolti dall’accordo. Infine, è stato elaborato un protocollo di ispezione reciproca atto a vegliare sul rispetto pratico del trattato.

    Le motivazioni dei contraenti: USA

    Per quale ragione un trattato di tale importanza è stato dunque rigettato in un periodo in cui le asce di guerra antecedenti il 1989 dovrebbero essere sepolte? Le cause della sospensione dell’accordo INF sono da ricercare in una serie di colpe reciproche che i due contraenti si sono indirizzati nel corso degli anni.

    Da parte americana, le alte cariche militari hanno optato per un graduale ritiro, da compiersi sei mesi dopo l’annuncio di sospensione, affermando di non poter più sostenere continue violazioni russe del trattato, come citato nello statement. Ma da cosa derivano queste accuse e per quanti anni sono proseguite? Un articolo di Deutsche Welle fornisce una risposta per entrambi i quesiti. La sorgente delle critiche statunitensi ha un duplice nome: 9M729 nelle terre al di là del Volga, e SSC-8 nei paesi NATO. Si tratta di un missile cruisedalle caratteristiche simili a un altro sistema missilistico russo chiamato Iskander, che è stato sviluppato contemporaneamente al 9M729 a metà anni 2000, ed è in grado di trasportare via terra e lanciare testate sia nucleari che convenzionali. John Coats, direttore della National Intelligencestatunitense, è stato tra i primi a diffondere notizie sulle specifiche del missile in questione e ha affermato in un comunicato datato novembre 2018 che la “Russia initially flight tested the 9M729 (…) to distances well over 500 kilometers from a fixed launcher”. La violazione del trattato INF appare dunque evidente, nonostante le ripetute smentite del Cremlino che ha definito questi dati fake news.

    Tale accusa pone fine ad una lunga lista di reclami americani iniziati nel 2014, quando il presidente Barack Obama ha inviato una lettera concernente la minaccia del 9M729 alla controparte russa Vladimir Putin. Per di più, da quell’anno cinque confidential talks hanno avuto luogo tra esperti militari statunitensi e russi. Successivamente, nel marzo 2017 il generale statunitense Paul Selva ha dichiarato ufficialmente davanti al Congresso lo schieramento da parte russa del missile incriminato. Infine, pochi mesi prima della dichiarazione di Coats, anche l’ambasciatrice americana presso la NATO Kay Bailey Hutchinson aveva condannato gli sviluppi missilistici russi. Senza mezzi termini, la diplomatica aveva dichiarato che the counter-measures would be to take out the missiles that are in development by Russia in violation of the treaty”, suscitando l’ira dell’ufficio affari esteri di Mosca, che la aveva tacciata di retorica pericolosa.

    E Russia

    Da parte russa, la sospensione dagli obblighi del trattato INF ha assunto le sembianze della menzionata risposta simmetrica alla decisione statunitense. Un mese dopo l’annuncio, alla dichiarazione presidenziale ha fatto seguito l’ordine esecutivo firmato dallo stesso Vladimir Putin. Vi è però di più sotto la punta dell’iceberg: Vladimir Putin ha infatti affermato, in un incontro interministeriale risalente al 2 febbraio 2019, che la costruzione e lo sviluppo di missili che non erano conformi al trattato comincerà immediatamente. I ministri partecipanti al colloquio sono stati Sergei K. Shoigu, difesa, e Sergei Lavrov, esteri. Il primo ha affermato la necessità da parte russa di sviluppare immediatamente un land-based launcherper il missile marino cruisechiamato Kalibr, simile al Tomahawk statunitense. Lo stesso ministro ha affermato ad inizio febbraio 2019 che erano stati gli USA a violare ripetutamente il trattato, “working on creating ground-based missiles with the range capability of over 500 km”. Il secondo invece ha ampliato l’orizzonte temporale successivo alla crisi INF, sostenendo con forza la necessità di ritrattare altri accordi oltre a quello sui missili di intermediate range. Tra questi sono stati citati il trattato di non proliferazione nucleare in vigore dal 1970 o il trattato anti missili balistici risalente al 1972. Dietro alle dichiarazioni di facciata diffuse tramite i canali ufficiali, smorzate dalla conferenza stampa alla fine dei Sochi talkstraspaiono le vere motivazioni di fondo che hanno portato Mosca ad abbandonare il trattato INF. La Federazione Russa desidera infatti avere mano libera nella creazione e nel miglioramento di nuovi armamenti. Sotto al velo espiatorio rappresentato dal 9M729, di cui al momento 100 esemplari sono disponibili all’uso, vi sono infatti altri progetti volti a rafforzare la posizione russa verso un vicinato intraprendente come quello cinese e rivali storici come gli statunitensi; tra questi spiccano il Poseidon e nuove batterie di armi ipersoniche. Il Poseidon in particolare è un drone subacqueo sperimentale progettato dalla compagnia russa Rubinper essere trasportato da un sottomarino con equipaggio ed essere utilizzato in battaglia. La sua peculiarità sta nella capacità di trasportare una testata nucleare e farla detonare a pochi chilometri da una costa target. In questo modo si scatenerebbe uno tsunami radioattivo con onde alte 500 metri, in grado di contaminare un’area di 1700 per 300 chilometri stando alle simulazioni fornite dal sito Nukemap. I test subacquei dell’arma hanno già avuto inizio, come testimoniato da un video rilasciato dal ministero della difesa russo e diffuso da RT.

    Effetti sull’Europa

    Se da un lato la Russia sta mettendo in mostra una serie di nuovi progetti, e dall’altra gli Stati Uniti si ritirano per primi da un trattato “perceived as shackles, un attore su tutti sta subendo le conseguenze di queste azioni. Si tratta dell’Europa, che si ritrova nuovamente tra due fuochi rivali, quello statunitense e quello russo, in un contesto globale che testimonia l’interesse di numerosi attori a ristrutturare integralmente i trattati riguardanti armamenti atomici, tra cui la Cina. Come afferma Gianluca Pastori, ricercatore ISPI, l’amministrazione Trump non considera prioritario un marcato impegno nel Vecchio continente in materia di sicurezza, portando ad uno “scollamento” tra le due sponde dell’Atlantico. La sospensione del trattato INF si pone in linea con questa “dottrina”, ma la rinascita di attriti russo-statunitensi potrebbe fornire un margine di eccezionalità. Lo stesso Pastori asserisce la possibilità che “gli interessi di Washington e quelli dei partner dell’Europa centro orientale” si rafforzino. Non sarebbe una novità, dal momento che nell’ultimo periodo del secondo mandato Obama una simile operazione era già stata effettuata, grazie al “dispiegamento di nuovi assetti Usa al confine orientale della NATO”. Nella stessa regione, anche l’Ucraina è stata trascinata nell’occhio di un ciclone già in atto nelle terre di Kiev. Dal 2014 infatti è in atto un conflitto tra le due nazioni, che da parte ucraina ha subito un inasprimento dopo il 2 febbraio 2019. La principale conseguenza derivante dalla nuova main librerussa nel settore dei razzi intercontinentali consiste infatti nell’ampliamento del ventaglio di scelte offensive per Mosca, che già avevano dimostrato l’imparità dello scontro in cui l’Ucraina era “unprepared to counter Russian aggression”. Kiev si ritrova quindi isolata, consapevole che la sua potenza missilistica non rappresenti un deterrente nei confronti delle armi atomiche russe. Per di più, a differenza di nazioni confinanti come Romania e Polonia, l’Ucraina non può contare sull’appoggio NATO, e le possibilità di ingresso nell’immediato futuro “remain dim”.

    Poco più ad ovest, l’Unione Europea si trova in una simile situazione “a tenaglia”. Pur senza un conflitto attivo sul proprio suolo, l’UE deve infatti fare nuovamente i conti con un binomio di termini, “sicurezza comune” che rimandano a traumi del passato. Tra questi vi è senza la mancata istituzione della CED, la comunità europea di difesa, che avrebbe dovuto costituire un esercito comunitario. Il progetto fu però bocciato dall’Assemblea nazionale francese nel 1954, in quanto contraria ad un riarmo della Germania Occidentale. Attualmente quali sono i progetti europei in materia di sicurezza comune, considerata la possibile corsa al riarmo scaturita dalla fine dell’accordo INF? Innanzitutto, è bene capire qual è stata la posizione comunitaria in seguito alle decisioni russo-statunitensi. L’Unione Europea si è fin da subito dichiarata contraria ad un collasso del trattato, così come affermato da un briefing condiviso dal Parlamento Europeo. Stando al testo del documento, l’Unione si è sempre battuta per preservare il trattato, invitando le due parti a dialogare in maniera costruttiva. L’INF treaty,pur non avendo contraenti comunitari al suo interno, è difatti sempre stato considerato “a pillar of European security architecture”. Il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas è stato il più attivo nelle trattative di salvataggio, proponendo come sede negoziale la conferenza sul disarmo di Berlino e recandosi a Mosca per parlare con il pari grado russo Sergey Lavrov. Tali azioni non hanno ancora sortito gli effetti sperati, ovvero un riavvicinamento tra le parti. L’Unione si trova dunque in uno stato di isolamento nell’affrontare la minaccia, accompagnata dal serio rischio che il sistema di sicurezza comune al momento attivo a livello europeo si frantumi. Tale sistema, noto come “Permanent Structured Cooperation on security and defence” (PESCO), permette sulla carta una maggiore integrazione e un rafforzamento nella cooperazione difensiva tra i paesi membri dell’Unione Europea. Alla prova dei fatti però, le nazioni appartenenti alla già citata fascia orientale europea richiedono garanzie di sicurezza a Bruxelles, traducibili nel permesso per schierare più truppe sui loro territori, mentre in Europa occidentale è ancora viva la speranza della ripresa delle trattative tra le parti. Come ha affermato il ministro degli esteri lussemburghese Jean Asselborn, “the EU has no choice but to act as mediator between the US and Russia”. L’unità di intenti sulla questione è lungi dall’essere stata raggiunta.

    Cionondimeno, il tempo comincia a stringere, poiché il ritiro dal trattato programmato dagli USA diventerà realtà ad agosto 2019. Solo lo sviluppo di nuovi colloqui, o la definitiva estinzione del trattato INF, permetteranno di capire la portata delle ripercussioni sul suolo europeo tra possibili scontri EU-NATO, fratture profonde nella PESCO e corse al riarmo.