Il Giappone e la grande abdicazione

    Giovan Battista Birotti

    Il 30 Aprile del 2019 l’Imperatore giapponese Akhito ha abdicato in favore del figlio Naruhito, compiendo un gesto che non si vedeva dal 1817. Nel Giappone tradizionale vi furono diversi di questi casi, ma i due secoli che seguirono hanno ridisegnato la figura dell’Imperatore a tal punto che oggi un gesto del genere può apparire significativo.

    Nel 2013 un’altra personalità ha compiuto lo stesso gesto, il papa Benedetto XVI, una figura completamente lontana e differente, ma a cui un imperatore giapponese può anche essere paragonato. Il Tennō è la più alta carica religiosa giapponese, non più un “dio”, ma il rappresentante vivente dello shintoismo, il culto autoctono del Sol Levante.

    Anche dal punto di vista politico rimane il capo dello Stato e attualmente era ammirato da diverse correnti nazionaliste presenti in Giappone. L’abbandono della carica e la creazione di un titolo mai visto prima quello di Daijo Tennō: “Imperatore Emerito”, riporta subito a quello di “Papa Emerito” attribuito a Benedetto XVI dopo le sue dimissioni. Il tutto può sembrare non così eclatante visto che da sempre i sovrani abdicano e che nell’era attuale una notizia del genere non può certo lasciare sbigottiti. Tuttavia questo non è il caso degli Imperatori giapponesi, e nemmeno dei Pontefici Romani.

    In epoca classica, durata fino al 1868, l’imperatore era una divinità vivente nonché unico ufficiale detentore del potere, anche se esercitava per nulla tale prerogativa vivendo relegato nella sua reggia di Kyoto. Dopo il 1868 la figura del sovrano subì diversi cambiamenti, si pensò di tornare al modello antico dove il Tennō aveva potere e inserendo il tutto nel quadro di un moderno nazionalismo.

    Mettendo insieme i due fattori: la precedente importanza e la successiva presa di potere la figura dell’imperatore tornò ad essere qualcosa di irrinunciabile e di quasi “infallibile”, tanto che dopo la sconfitta bellica del 1945 i giapponesi rinunciarono alla “divinità” del sovrano ma non alla sua istituzione. Tiziano Terzani ricorda il fiume di persone alla morte di Hiroito nel 1989, il funerale dell’ultimo “dio vivente”.

    Cosa può significare oggi l’abdicazione di un imperatore? Significa di certo modernizzazione, moderazione e demistificazione della tradizione, ma evidenzia proprio la chiara intenzione delle istituzioni e del Sovrano stesso ad andare in questa direzione.

    L’imperatore Akhito ha sempre tenuto a consolidare il passaggio verso il mondo democratico in un paese in cui il legame con il passato è molto diverso che da Noi. Se la Costituzione post-bellica ha messo fine al nazionalismo tradizionalista, non si è potuto cancellare dal paese quel legame con la tradizione classica, che rivive sovente in Giappone.

    Nel Giappone attuale si è vista una rinascita della nostalgia nazionalista. Tomomi Inada, ex ministra della difesa del governo Abe, ha proposto di modificare la Costituzione per consentire il ripristino delle Forze Armate e la riproposizione della divinità dell’imperatore avallando anche la revisione dei testi scolastici di storia riguardanti il ruolo del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale. Tali posizioni sono sostenute da una parte dell’opinione pubblica e da esponenti dell’ala destra del principale partito politico: il Partito Liberal Democratico.

    Non solo, l’estrema destra avanza anche in Giappone: personaggi come l’anziano Shintaro Ishiara, amico in gioventù di Yukyo Mishima e il più giovane Kazunari Yamada leader del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Giapponesi ricoprono un peso non irrilevante nella società. L’imperatore Akhito è sempre stato lontano da queste posizioni neo-nazionaliste, già nel 1992 a tre anni dalla sua salita al trono compì un viaggio in Cina, il primo per un imperatore giapponese, al fine di consolidare i rapporti con Pechino e chiedere perdono per le atrocità commesse durante la guerra. Simili posizioni sono state prese dal sovrano verso la popolazione di entrambe le Coree. In più Akhito ha sempre rifiutato ogni ipotesi di reintrodurre il concetto di divinità dell’imperatore.

    L’abdicazione è un chiaro segnale di completamento e consolidamento del moderno ordinamento giapponese a cui l’imperatore era assolutamente favorevole, finalizzato anche ad affievolire la rinascita del nazionalismo.