Il pessimo tempismo dei tagli europei alla difesa comune

    Edoardo Del Principe

    Se è vero che il Recovery Fund è un successo per la società civile e per la resilienza delle nostre economie, non si è vinta mai una guerra senza aver perso qualche battaglia. In questo caso la battaglia persa è quella sul settore europeo della difesa con la decisione del Consiglio europeo (riunitosi lo scorso 17-21 luglio) di ridurre significativamente i fondi dell’European Defence Fund (EDF), dell’European Peace Facility (EPF) e della Military Mobility. I progetti portati avanti e proposti durante la precedente legislatura europea dovevano vedere il proprio lancio dal 2021, ma più che di lancio, si potrebbe parlare di un avvio in sordina.

    I tagli al settore della difesa

    Per la Military Mobility erano previsti 6,5 miliardi, ma ne arriveranno solo 1,5. Il progetto PESCO è essenziale per la creazione di un piano infrastrutturale e una rete logistica, che permetterebbe ai mezzi, al personale europeo e atlantico di muoversi tra le varie nazioni con maggiore rapidità, anche burocratica, in pratica una sorta di Schengen militare. La NATO ha premuto tanto per questo progetto poiché utile nell’ottica di posizionamento dei suoi battaglioni e di rotazione di quest’ultimi, garantendo minori costi e una più efficace disposizione dei mezzi pesanti per l’Europa. E’ inevitabile che un suo minor finanziamento rallenterà un processo che avrà ripercussioni particolari per la sicurezza degli Stati frontalieri dell’Europa orientale, ove sono già presenti dei battaglioni NATO. Secondo Euractiv, durante le contrattazioni si sarebbe pure parlato di eliminare totalmente il progetto, quindi tutto sommato un taglio dell’80% dei fondi previsti non era la peggiore opzione. L’EPF invece passerà da 10 a 5 miliardi. Lo strumento è stato proposto dall’ex Alto Rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Mogherini per superare il meccanismo Athena poiché limitato nella sua azione; infatti questo provvedeva a rimborsare gli Stati membri in missione per conto dell’UE soltanto per i costi logistici o organizzativi comuni e niente poteva fare per sovvenzionare le spese nel settore della difesa dei singoli Stati membri poiché vietato dallo Statuto dell’UE. Athena riusciva a sovvenzionare un 5-10% dei costi delle operazioni di Common Security and Defence Policy. L’EPF invece sarà un fondo off-budget col quale contribuire a finanziare le spese di operazioni militari internazionali per il supporto alla pace -a differenza del “cugino” African Peace Facility che permetteva di spendere queste risorse solo nel continente africano. L’EPF con la sua istituzione supererà quindi i limiti sia dell’APF che di Athena e assisterà le missioni di addestramento guidate dall’UE denominate EUTM fornendo equipaggiamenti e materiali alle forze addestrate. Questo suo de-finanziamento renderà però le attuali missioni di addestramento meno capaci di assistere gli Stati partner e, dal punto di vista dell’immagine dell’Unione, mina la credibilità dell’efficacia delle missioni e della volontà politica dell’Europa di aiutare concretamente Stati come il Mali e la Somalia. L’EDF (oggi ancora EDIDP) dai 13 miliardi previsti per il suo effettivo lancio nel settennio 2021-27 ne riceverà solo 7, un miliardo all’anno quindi, ma perché è rilevante questo taglio tanto dal punto di vista politico quanto economico? Per come è stato strutturato, il fondo è in pratica una cassa per progetti istituiti dall’Unione tramite dei bandi, a cui poi le aziende partecipano per sviluppare determinati prodotti che saranno venduti nel mercato unico europeo. La sua importanza risiede nell’incentivo economico quanto nel processo di armonizzazione delle politiche di difesa per evitare cloni di prodotti sul mercato. Concentrando gli sforzi economici e di ricerca su un singolo progetto sotto la visione d’insieme dell’UE, si arriverebbe indirettamente a un mercato unico della difesa europea. È logico che con meno fondi ci sia un minore interesse verso questi bandi e verso la progressiva armonizzazione delle politiche, creando un problema che si riverbera come cerchi nello stagno. In primis si dovranno tagliare alcuni progetti, selezionare quelli che hanno maggiori priorità e posticiparne altri. Proprio per questo, Michele Nones dell’Istituto Affari Internazionali propone un progetto di bandiera per ogni dominio su cui concentrare le poche risorse a disposizione. In secondo luogo, questo taglio danneggia il mercato europeo della difesa facendolo risultare ancora meno competitivo rispetto ad altri.

    Un pessimo tempismo

    Proprio quando la NATO lancia tramite una conferenza stampa il progetto per rinnovare in 10 anni l’Alleanza, l’Unione si tira indietro sulla ricerca e lo sviluppo di nuove capacità militari. Con il progetto NATO2030, il Segretario generale Stoltenberg auspica maggiore collaborazione, soprattutto politica, con l’UE per integrare le competenze della società civile europea nel meccanismo atlantico. Alla luce dei tagli ai progetti europei e ai vari fondi di supporto per la ricerca, il segnale che si dà alla NATO è di voler ancora una volta dipendere dal contributo extra europeo in termini monetari e di uomini. Con la futura Brexit l’80% dei fondi del Patto Atlantico saranno extra europei, così come due terzi del personale coinvolto. La situazione di dipendenza è tutta verso l’Europa e il recente segnale lanciato da Trump nel togliere un terzo della forza militare statunitense dalla Germania suona perfettamente come un avvertimento.