Il piano di annessione della Cisgiordania dal punto di vista del diritto internazionale

    Adriano Della Bruna

    Una copertura mediatica così ampia su ciò che accade nei territori palestinesi non si aveva da quando Trump decise di spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme nel 2018.   Dopo quella vicenda, da due anni a questa parte c’è stato un quasi totale silenzio mediatico, fino a quando nelle ultime settimane il dibattito è tornato ad accendersi di fronte al piano di annessione del 30% della Cisgiordania proposto da Trump a Netanyahu. Durante questi due anni, l’occupazione militare israeliana delle terre palestinesi non è mai terminata, come non sono terminate le violazioni dei diritti umani e il regime di apartheid. La vicenda va avanti da decenni e, nonostante le notizie sulla stampa internazionale arrivino solamente quando il conflitto sembrerebbe intensificarsi, l’occupazione e le annesse violazioni del diritto internazionale sono continuate ininterrottamente. Anche in questi giorni, nonostante il piano di annessione sia stato momentaneamente bloccato dal premier israeliano per dare priorità all’emergenza coronavirus e all’annessa crisi economica, l’avanzamento militare non sembrerebbe essersi fermato. Senza ricostruire tutta la storia dei rapporti israelo-palestinesi, ma citando soltanto i fatti più recenti, è già possibile evidenziare una serie di illeciti che trovano radici ben solide nella storia della politica israeliana e che permettono di mettere in evidenza la forte crisi che il diritto internazionale sta affrontando.

    Le violazioni

    Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, nel mettere in guardia rispetto agli effetti destabilizzanti di lungo periodo che il piano di annessione potrebbe avere, ha affermato che qualsiasi annessione di territorio, sia del 5% che del 30%, è illegale.  Sono diverse le norme consuetudinarie e i trattati che Israele vìola costantemente e violerebbe nel caso in cui il piano di annessione andasse in porto. Negli anni Israele è stato condannato numerose volte dalle Nazioni Unite per gli attacchi militari contro i territori palestinesi. Solo per citarne alcune si pensi alle risoluzioni 242/1967 e 1435/2002 in cui il Consiglio di Sicurezza ha chiesto il ritiro delle forze di occupazione e alla risoluzione 2334/2016 , nella quale si chiede a Israele di ripristinare i confini del 1967 al fine di raggiungere la soluzione dei due Stati. L’occupazione militare costituisce inoltre una minaccia alla realizzazione del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese, come ribadito in numerose risoluzioni delle Nazioni Unite e riconosciuto da centinaia di esperti di diritto pubblico internazionale i quali, di fronte al nuovo piano di annessione, ne hanno messo in evidenza l’illegalità. Inoltre, un gruppo di quarantasette esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani ha espresso preoccupazione rispetto al rischio di consolidamento di un sistema di apartheid del ventunesimo secolo. Rispetto al reato di apartheid non c’è ancora stato un riconoscimento de jure, per quanto le politiche israeliane abbiano portato figure come quella di Nelson Mandela a definire il regime come peggiore di quello sudafricano, ma il fatto che siano state siano state più volte condannate l’occupazione militare dei territori palestinesi e le difficoltà nella realizzazione del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese lascia intendere che Israele si macchi quotidianamente di  diverse violazioni di diritti umani fondamentali ai danni del popolo palestinese. Inoltre, l’annessione del territorio palestinese, particolarmente rilevante per la presenza di risorse idriche e terre coltivabili, comporterebbe anche una ulteriore minaccia ai diritti dei palestinesi. A questo si aggiunge il non adempimento dell’obbligo di porre fine all’illecito riconosciuto dalla Corte Internazionale di Giustizia nel parere relativo alla “costruzione di un muro nei territori palestinesi “, che si affianca anche alla responsabilità degli altri Stati che hanno il dovere di non legittimare la situazione di illegalità e di non prestare aiuto e assistenza allo Stato israeliano a tal proposito. Quest’ultimo dato, oltre ad aumentare la gravità delle azioni perpetrate da Israele chiama in causa quindi il resto della comunità internazionale.

    L’immobilismo della comunità internazionale

    Nonostante le risoluzioni e rapporti di diversi organi e istituti dell’ONU confermino l’illegalità e l’ingiustizia di questa situazione, ci si trova di fronte ad un immobilismo internazionale nel quale le grandi potenze mondiali si limitano a rilasciare dichiarazioni di contrarietà rispetto all’operato israeliano, senza che a queste seguano azioni concrete per frenarne l’espansionismo. Ci si domanda perché, quando la Russia invade la Crimea, o quando la Cina rafforza il proprio controllo su Hong Kong, la comunità internazionale legittimamente si mobilita con tutti i mezzi necessari per tutelare il diritto internazionale e i diritti dei popoli in questione mentre, quando ciò avviene per mano israeliana, il più alto provvedimento continui ad essere quello di rilasciare qualche dichiarazione di circostanza.  Nessun Paese ha offerto ai palestinesi scorciatoie per ottenere il passaporto come nel caso del Regno Unito con Hong Kong, e nessuno ha minacciato l’introduzione di sanzioni di alcun genere. I rapporti economici, diplomatici e militari tra potenze occidentali e Israele continuano come se nulla fosse mai accaduto.  Dopo decenni di lassismo internazionale nei confronti di Israele e a più di quindici anni dall’ultima intifada, il mondo si trova di nuovo a dover osservare impotente un’operazione di annessione delle terre palestinesi.

    La crisi del diritto internazionale

    Per quanto il rapporto di favore riservato a Israele potrebbe sembrare un unicum e una piccola falla nel sistema giuridico internazionale, non è così. La questione israelo-palestinese mette in luce una già presente e radicata crisi del diritto internazionale su differenti livelli. La natura stessa del diritto pubblico internazionale per come si è strutturato dalla seconda guerra mondiale ad oggi si presta a creare situazioni di disparità e ingiustizia. Il fatto che, diversamente dal diritto pubblico interno, non esista un legislatore e che siano dunque gli Stati stessi ad essere artefici delle norme consuetudinarie e dei trattati che dovranno rispettare, ha spinto il sistema a rafforzare l’impunità e la forza di alcuni attori e dei loro protetti. Si pensi per esempio ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che con la possibilità di esercitare il potere di veto sono in grado di bloccare qualsiasi risoluzione svantaggiosa ai loro occhi, compresa qualsiasi possibilità di riforma dell’organo stesso. Il caso palestinese si presta bene a questo esempio se si pensa che per decenni è stato impossibile condannare esplicitamente diverse azioni israeliane a causa della complicità di Washington. L’unica eccezione è stata quella del 2016 quando, grazie all’astensione voluta da Obama, è stata approvata una risoluzione in tal senso, alla quale però non sono seguite ancora azioni concrete. Questo è solo uno degli aspetti che riguardano il sistema ONU e che spesso lo rendono inefficace e incapace di garantire il rispetto del diritto internazionale nel mondo. Allo stesso tempo, allargando lo sguardo, le questioni relative alle Nazioni Unite costituiscono solo una parte dei problemi che il diritto internazionale contemporaneo deve affrontare. Nell’impossibilità di definirne un elenco esaustivo, altri esempi possono essere utili a comprendere come ci si trovi all’interno di un’impasse, in cui gli unici attori che detengono il potere di sbloccarla e garantire un sistema effettivamente giusto sono gli stessi a non avere il minimo interesse a proseguire in questa direzione. Si pensi anche soltanto al fatto che non esiste un tribunale internazionale la cui giurisdizione non si leghi alla volontà degli Stati di accettarla. Si consideri anche che gran parte delle convenzioni e trattati in materia di tutela dei diritti umani (e non solo) sono spesso privi di un adeguata struttura coercitiva che sia in grado di farli rispettare. Spesso, risulta molto facile per singoli Stati sfilarsi da organizzazioni internazionali e convenzioni, o addirittura violare queste ultime senza incorrere minimamente in alcuna sanzione. L’impunità di cui si è parlato sembra valere anche per gli enti multinazionali, i quali, non essendo considerati soggetti giuridici internazionali, non possono essere portati di fronte a tribunali internazionali anche nel caso in cui questi si macchino dei peggiori crimini contro l’umanità. L’unico modo per ottenere giustizia in questi casi è passare per corti nazionali e ciò rende molto facile eludere la giustizia locale soprattutto in Paesi con alti livelli di corruzione e situazioni politiche altamente instabili. Può accadere infatti che tali enti si presentino sotto forma di “consociate” create ad hoc per rinnegare i legami con la casa madre nel momento del bisogno [1]. Tale meccanismo, è uno dei tanti strumenti che garantisce a numerose potenze mondiali di condurre affari e di mantenere legami para-coloniali con Paesi in via di sviluppo senza doversi mai interfacciare con la giustizia internazionale.

    In conclusione

    Il breve – e forse per certi aspetti superficiale – elenco appena fatto mira a ricostruire uno scenario nel quale risulta evidente che una questione come quella israelo-palestinese difficilmente troverà soluzione in un contesto mondiale in cui l’ingiustizia e l’impunità di alcuni attori sono all’ordine del giorno. Nonostante Netanyahu abbia momentaneamente messo da parte il piano e considerando le imminenti elezioni statunitensi che danno favorevole Biden e il ruolo fondamentale di Trump nella riuscita dell’annessione, il premier israeliano potrebbe riprendere in mano il progetto già nel giro di poche settimane. Una riuscita del piano di annessione della Cisgiordania dimostrerebbe quanto siano stati fallimentari i tentativi degli ultimi decenni di allentare le tensioni dell’area tramite l’approvazione di risoluzioni ONU -poi ripetutamente violate e ignorate-, e dimostrerebbe l’incapacità di far rispettare le convenzioni sui diritti umani stipulate fino ad oggi. Se la comunità internazionale non avrà la volontà e la capacità di interporsi a questa ennesima ingiustizia, gran parte delle parole scritte in quegli atti resteranno carta straccia e la già fragile credibilità del diritto internazionale potrà dirsi defunta.

    [1] Si veda per esempio il caso di ENI – e delle sue azioni in Nigeria tramite la consociata NAOC – la quale è stata portata di fronte al Tribunale di Milano da una popolazione indigena del delta del Niger.

     

    Bibliografia:

    Sciso E., (2017), Appunti del Diritto Internazionale dell’Economia, Torino, G. Giappichelli Editore

    Marchisio S., (2014), Corso di Diritto Internazionale, Torino, G. Giappichelli Editore