Perché è necessario un intervento congiunto UE-NATO in Libia. E perché dovrebbe essere a guida italiana.

    Corrado Fulgenzi

    La caduta del regime di Mu’ammar Gheddafi nel 2011, in seguito all’intervento scriteriato e strategicamente miope della NATO, ha portato alla costituzione nel 2016 del Governo di Accordo Nazionale (Government of National Accord GNA) guidato da Fayez al-Sarraj e sostenuto dall’ONY. Ha favorito però, il sorgere di una forte instabilità nel Paese, che si è rapidamente tradotta in una nuova guerra civile. Se la prima guerra civile è durata relativamente poco, da febbraio ad ottobre del 2011, la seconda  perdura dal 2014 – con il generale Haftar a guidare il fronte di opposizione, l’LNA l’esercito di liberazione libico. La recrudescenza del conflitto ha messo a nudo l’insipienza dell’Unione Europea nella gestione della stabilità regionale e la sterilità geo-strategica degli Stati membri, soprattutto di quei Paesi che affacciano sul Mediterraneo e che dovrebbero esporsi politicamente con toni decisi e, perché no, duri se opportuno. In particolare, fra questi Paesi ci sono Spagna, Italia e Grecia: Paesi che negli ultimi anni hanno cominciato a sentirsi Stati di “seconda fascia” e gradualmente a diffidare delle istituzioni europee, diventando pertanto vulnerabili alle avances politiche ed economiche di potenze non europee come la Cina.

    Perché la questione libica è (quasi) vitale per l’Europa? La questione libica tocca temi delicati e nevralgici come migrazioni, risorse energetiche e terrorismo, ossia inerenti alla sicurezza comunitaria europea, motivo per cui si sono palesati gli interessi di diversi attori, regionali e globali: i principali ad oggi sono Qatar e Turchia a sostegno di al-Sarraj, mentre Arabia Saudita, Russia, Emirati Arabi, Egitto e Francia in appoggio di Haftar. Una cosa che si evince immediatamente è la moltitudine di attori presenti, che ha reso una situazione già difficile ancor più complessa. Non a caso la Conferenza di Berlino è stata un fiasco, troppe le posizioni e troppe le divergenze.  La Libia è diventata il centro degli equilibri geopolitici della regione MENA. Gli attori del conflitto hanno sviluppato politiche invasive mirate ad espandere la propria influenza nel Paese. Hanno fiutato la possibilità di poter riformulare l’assetto geopolitico nel Mediterraneo fortemente destabilizzato dalle Primavere arabe del 2010 e 2011, dalla guerra in Siria, dalla questione cipriota e dalla questione israelo-palestinese. Il fitto groviglio di interessi e le troppe intersezioni con altri dossier, perciò, hanno impedito sinora il raggiungimento di accordi internazionali per una soluzione definitiva in Libia.

    I motivi per cui in Libia la Russia, la Turchia e la Francia sono i protagonisti geopolitici principali al momento risiedono nei loro interessi e fini geopolitici di interesse nazionale. La Russia è l’attore che sembra essere il più pericoloso sulla carta in quanto, attraverso la presenza di truppe mercenarie della compagnia privata Wagner (controllata dal Cremlino) ha sostanzialmente incrementato il numero di propri uomini nell’area mediterranea, aumentando così la propria influenza: Mosca ha esteso il suo peso politico nella zona orientale, una direttrice che parte dalla Siria per arrivare fino alla Libia orientale. L’obiettivo di Mosca è quello di pressare l’Europa sia per allentare le sanzioni economiche, sia per avvertirla che nel momento in cui Tripoli cadesse in mano ad Haftar, gli approvvigionamenti energetici europei sarebbero sotto controllo russo. E questo permetterebbe a Mosca di acquisire un ulteriore peso diplomatico, sia in Libia sia in altri contesti. Non bisogna dimenticare infatti anche gli sviluppi nel Donbass (rampa di lancio del metodo di ingerenza russa tramite la compagnia Wagner) in cui l’Europa pende timidamente per Kiev: la sicurezza energetica europea, a quel punto, sarebbe seriamente minacciata su due fronti.

    La Turchia di Recep Tayyip Erdogan presenta un profilo interessante: è un membro della NATO, ma nello stresso tempo è anche l’attore potenzialmente più pericoloso per l’Europa. Dal gennaio 2020 sono stati inviati qualche migliaio di mercenari siriani (gli stessi che hanno lottato contro l’ISIS) per combattere a fianco del governo di al-Sarraj a Tripoli. Si è venuto a creare così un altro duello, oltre quello siriano, che contrappone Turchia e Russia. L’interconnessione creatasi tra i due scenari ha ridotto il numero di mosse possibili per una soluzione di pace. L’intromissione turca in Libia ha scopi puramente geopolitici imperialistici dettati dalla necessità di Erdogan di ottenere, anche qui, i generosi pozzi petroliferi libici per mirare ad un ulteriore rafforzamento della sua ideologia di “Nuovo Impero Ottomano”. La Turchia potrebbe esercitare la propria influenza su quell’area che va da Cipro alla Libia: un vero mare di petrolio. Nel contempo, tramite i mercenari siriani in Libia Erdogan continuerebbe la sfida contro Putin in una mercenaryproxy war, col risultato che, come in Siria, ci sarebbe il rischio di una gestione strategica turca dei flussi migratori contro l’Europa. La rotta libica ha dimostrato già in passato di esser capace di indebolire la coesione europea, aizzando i movimenti sovranisti europei contro Bruxelles.

    Infine rimane la Francia, l’attore con più responsabilità e che nonostante tutto continua a rimanere in gioco. La presidenza Sarkozy nel 2011, attraverso il risorgimento della dottrina di potenza di De Gaulle, secondo cui la Francia deve pesare a livello diplomatico su tutti gli scacchieri per preservare il proprio rango di potenza, ha causato una falla nel limes europeo. Macron, con la riconferma del proprio sostegno ad Haftar, ha deciso di mantenere lo status quo nella regione, perseguendo quindi i propri interessi nazionali per accaparrarsi la ricchezza petrolifera della regione sotto il controllo del LNA. Un susseguirsi di errori geostrategici altamente nocivi per le fragili fondamenta dell’Unione Europea. Oltre alla conseguenza di medio termine di compromettere la comunità europea in quanto tale, ha forzato la NATO ad intervenire militarmente senza una strategia adeguata (forse assente fin da principio) e ha tagliato fuori l’Italia da ogni ruolo decisionale. Pertanto, la NATO si è ritirata dallo scenario e all’Italia è stata impedita l’attuazione di una strategia che difendesse i propri interessi nazionali.

    Il prodotto finale del susseguirsi di queste ingerenze in Libia è la creazione di uno stallo diplomatico, da cui nessuno sembrerebbe vedere un’uscita. Infatti, alla luce di quanto evidenziato, com’è possibile prevedere una risoluzione a tale conflitto con questa serie di intrecci tra i vari scenari? Un’ opzione forse ci sarebbe.

    Dal canto suo l’Unione Europea si è messa relativamente in gioco, forse in ritardo e non in modo del tutto efficace. Dopo aver visto i fallimenti della Conferenza di Palermo nel novembre 2019 e poi quella di Berlino del gennaio di quest’anno, ha deciso di lanciare una missione marittima: IRINI (“pace” in greco). Si è posta come fine quello di far rispettare il vigente embargo ONU sulle armi, criticato anche dall’ONU stessa poiché inefficace, e di impedire il contrabbando di idrocarburi libici. Si prospetta tuttavia un altro fatuo tentativo a causa della debolezza coercitiva per i vincoli operativi: infatti, senza il consenso del governo di Tripoli le navi europee non potrebbero entrare nelle acque libiche né operare nello spazio aereo o sulla terraferma, il che renderebbe inutile la missione. Si è ripreso a discutere riguardo quale ruolo l’Italia debba avere in questo momento. Secondo gli esperti potrebbe tornare protagonista nella gestione della crisi, poiché l’unico attore in grado di poterla e volerla trattare adeguatamente. Non sempre l’essere una grande potenza si traduce nel facile conseguimento degli scopi prefissati, soprattutto nel campo delle missioni di pace. È importante evidenziare che l’ingerenza in Libia non deve essere riconducibile ai soli interessi nazionali dell’Italia ma anche a quelli comunitari dell’Unione Europea. Date la difficoltà di esecuzione della missione IRINI, questa dovrebbe essere perfezionata attraverso una collaborazione con la NATO a sostegno del governo di Tripoli riconosciuto dall’ONU, la cui guida deve essere affidata alla Marina Italiana: fra le marine europee è l’unica a possedere una porta-aeromobili [Trieste] e una portaerei [Cavour], e a godere di un grande riconoscimento internazionale. In aggiunta, la gestione della crisi in loco verrebbe affidata, in cooperazione con gli altri Paesi, ancora all’Italia grazie alla la nostra alta competenza e affidabilità operativa in scenari complessi. In sostanza, la tipologia di intervento avrebbe un approccio di alta ingerenza negli affari libici, con l’utilizzo delle truppe NATO come mezzo di interposizione per motivi di sicurezza europea. La pressione che si verrebbe ad esercitare sull’LNA potrebbe portare Haftar a dover cedere nel medio-lungo termine: l’unico modo per poter sbloccare questa situazione di anarchia sembrerebbe mostrare le proprie capacità logistico-militari.

    Questo modus operandi produrrebbe un necessario allargamento verso sud della visione strategica NATO. Verrebbero risvegliata la dormiente componente geostrategica (troppo a lungo assente) nei Paesi di “seconda fascia” che ridarebbe loro un senso di appartenenza all’Europa. L’utilizzo della presenza militare tramite la NATO guidata dall’Italia agirebbe da deterrente: la Francia, oramai con le mani legate per via dei suoi errori, non potrebbe continuare il proprio intervento a sostegno di Haftar; la Turchia vedrebbe ridimensionato il proprio aiuto, inglobato nell’ONU, evitando che venga assunto il controllo della pericolosa arma dei flussi migratori dalla Libia; infine, la Russia eviterebbe un scontro del genere per il precario equilibrio geopolitico mondiale, ritirando i propri mercenari da una regione non di propria competenza. Inoltre, il governo di Roma è l’unico governo europeo a vantare contemporaneamente un canale preferenziale con Mosca e una buona relazione con Ankara (anche se bisogna ricordare che la Turchia ha bloccato anche le esplorazioni petrolifere di ENI nel mare a nord di Cipro). Tutto questo, però, sarebbe realizzabile nel momento in cui Italia e Stati Uniti recuperassero un autentico rapporto tra alleati, necessario per scongiurare le possibilità di un tracollo europeo che avrebbe conseguenze geopolitiche e geostrategiche in Europa deleterie, perfino per Washington.