Iraq del nord o Kurdistan iracheno? Forze in campo in una regione (non) troppo fragile per divenire autonoma

    Francesco Valacchi

    Nel settembre 2017 il risultato del referendum, favorevole all’indipendenza, ma rovinoso negli effetti (con la minaccia di occupazione militare irachena e il passo indietro del governo di Erbil), aveva dato uno scossone notevole alle istituzioni del Kurdistan iracheno portando anche alle dimissioni del Presidente Mas’ud Barzani. L’evento aprì una crisi istituzionale e una stagione di instabilità costellata anche da scontri militari fra le varie milizie, che vede un primo spiraglio di soluzione nell’accordo siglato a inizio del mese di marzo fra i due principali partiti: il PDK (Partito Democratico del Kurdistan, partito dell’ex-presidente) e l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK).

    Il referendum e la contesa tra PDK e UPK

    Nell’anno e mezzo di crisi si sono tenute le elezioni che hanno visto la conferma dell’egemonia (economica, oltre che politica) dei due principali partiti (PDK-UPK), ma gli aventi causa non sono ancora addivenuti alla formazione dell’esecutivo, lasciando in balìa di attori esteri e fazioni locali una realtà che non ha ancora la solidità di uno soggetto riconosciuto. Fra i vari motivi ancora sul tavolo della contesa vi è sicuramente la ferma volontà da parte dell’UPK di ottenere il dicastero degli Interni, posizione importantissima per assicurarsi il controllo del territorio (da mantenere ai danni di Baghdad) e l’egemonia sull’antiterrorismo in tempo di pace, oltre che armonizzare le forze di pubblica sicurezza alle proprie forze Peshmerga. Ambedue i partiti egemoni (PDK e UPK) sono infatti dotati di milizie proprie che assolvono la funzione di un vero e proprio esercito regionale a fianco delle forze dipendenti dal Ministero dei Peshmerga, ma esprimere il responsabile del Dicastero degli Interni offre l’opportunità di coordinare la lotta al terrorismo influenzando, assieme al ministro della Giustizia, le operazioni delle forze di sicurezza antiterrorismo (Asayish).

    L’importanza delle risorse petrolifere

    I punti caldi del periodo di crisi sono essenzialmente: la questione dello sfruttamento delle risorse petrolifere, il rapporto con Baghdad, il rapporto di forze fra il partito della famiglia Barzani (PDK) e la seconda forza politica del paese (UPK) e i rapporti internazionali tesi ad assicurare benefici economici da una parte e che possono essere sfruttati per l’acquisizione di peso specifico e riconoscimento dall’altra. Infatti, se è vero che il Kurdistan di Mas’ud Barzani aveva trovato la forza di proclamare una consultazione referendaria sulla completa indipendenza da Baghdad, la quale attese con notevole realismo politico i risultati, è pur vero che, al conclamarsi delle volontà indipendentiste, seguite dall’intervento armato del governo centrale, la determinazione curda si era sciolta come neve al sole. La sconfitta successiva si è poi trasformata nella crisi istituzionale del governo di Erbil.

    Le risorse petrolifere sono punto nevralgico della storia contemporanea del Kurdistan almeno dalla “Questione di Mosul” fra Regno Unito e Turchia sulla quale la Società delle Nazioni (influenzata da Londra) si pronunciò a favore dell’Iraq, sul quale vigeva un mandato britannico. Attualmente i giacimenti principali sinora individuati sono nelle aree di Kor Mor, Atrush, Chemchemal, Tawke, Dohuk e Taq Taq; un altro giacimento, di dimensioni molto più imponenti è poi nell’area di Kirkuk, città irachena rivendicata dal Kurdistan e causa di scontri fra Peshmergae forze governative a più riprese, specialmente dopo il referendum. Il Kurdistan è regione ricchissima di petrolio e possiede circa un terzo delle risorse petrolifere dell’Iraq, tanto che rimanga legato a Baghdad tanto che si renda indipendente; quindi, la gestione di tali risorse può essere un effettivo mezzo di pressione diplomatica ed economica. Un esempio di tale dinamica è l’interesse che la compagnia russa Rosneftha mostrato per il Kurdistan raggiungendo un accordo per la gestione degli oleodotti che attraversano il suo territorio e affermando di voler approfondire la collaborazione con la regione autonoma.

    Il rapporto con Baghdad e le divisioni tra PDK e UPK

    Il rapporto conflittuale con Baghdad, al quale si è già accennato, fa della Regione autonoma una componente dello Stato iracheno il cui cammino verso l’indipendenza è impossibile da arrestare ma, se non concordato con il governo centrale in ogni suo singolo passo, rischia di diluirsi negli anni e nelle spire di una situazione di illegittimità con possibile esito di una guerra civile. Sulla linea di confine (che Baghdad si sforza ancora di chiamare Coordination line) fra il Kurdistan e l’Iraq i controlli plateali dell’Esercito iracheno e soprattutto del Counter Terrorism Servicedi Baghdad sono pignoli ed esosi, quasi a voler rimarcare il fatto che non si ha fiducia nelle forze Peshmerga, ma finiscono per rafforzare la sensazione che ormai si palesa nel senso comune del paese Iraq: alterità rispetto al Kurdistan.

    Altro grande nodo ingrossatosi, anziché appianarsi, in questo anno e mezzo, è il confronto fra i due partiti principali: i già citati PDK e UPK. Le due fazioni rappresentano il 63% dell’elettorato e hanno ambedue una magistrale organizzazione di partiti militanti possedendo proprie élites, una propria rappresentanza intellettuale, delle proprie milizie ed un forte radicamento territoriale. Infatti, l’UPK è radicato nella parte orientale della regione, in particolare attorno alla cittadina di Sulaimanyah, mentre i conservatori del PDK hanno maggior sostegno ad Ovest ed in queste aree sviluppano le loro strutture militanti. Ai due partiti manca però lo spunto per integrare la propria lotta per il potere nella politica del paese, essi privilegiano uno scontro diretto contro l’opposta fazione politica alla composizione di un equilibrio che possa portare alla governabilità del Kurdistan. La riprova di tale situazione è stata l’impossibilità di costituire un governo a seguito delle elezioni del 2018, non ancora superata nonostante l’accordo di massima fra i due partiti. Nella situazione di incertezza politica e di logoramento della legalità prosperano milizie eterogenee come le Tribal Militia Units, spesso in competizione con le unità Peshmerga e sostenute da attori esterni (come l’Iran).

    Le influenze esterne

    Varie per orientamento e peso infine le influenze straniere in questo periodo di cambiamento. Fra esse è da evidenziare le volontà di Ankara che, pur vicina ai curdi iracheni che possono in qualche modo indebolire il governo sciita di Baghdad, non vede di buon occhio un confinante Kurdistan autonomo e forte. La Turchia ha quindi preferito opporsi alla nascita dello Stato curdo e potrebbe mantenere buoni rapporti con l’Iraq. Teheran pure si è dimostrata favorevole alla reazione post-referendum del governo centrale per vincoli religiosi (sciiti). Il rilascio di pressione degli Stati Uniti infine potrebbe vedere sempre più attiva la Francia, che ha dimostrato particolare interesse specialmente negli ultimi mesi, con una misurata, ma consistente partecipazione militare ed un attivismo diplomatico, come ad esempio in occasione della visita dell’ex-Presidente francese Hollande a Erbil nel febbraio appena trascorso. Parigi trarrebbe senza dubbio vantaggio nell’inserirsi nell’area come security providercon l’abbandono degli Stati Uniti ma, per far ciò, non può sbilanciarsi troppo in favore del Kurdistan.

    In conclusione, quindi, emerge un quadro oramai evidenziato anche dalla sfiducia di vari strati dell’opinione pubblica: il Kurdistan è debole e non pare che i principali attori politici stiano facendo abbastanza per implementare una coalizione di stabilità né tantomeno per ricercare alleanze regionali. Il trascorrere del tempo dal fallimento del referendum ha peggiorato la situazione di governabilità a causa del rifiuto dei partiti principali di identificarsi nel governo dello Stato permanendo nelle divisioni settarie. La situazione, se non gestita in senso inclusivo potrà solo portare ad un indebolimento e a un fallimento dell’organizzazione statale a tutto discapito della nascita dello Stato e a tutto vantaggio della creazione di condizioni di conflitto, con meccanismi simili a quelli descritti da autori come Mary Kaldor in Le nuove guerre.