Israele-Palestina: qualcosa sta cambiando?

    Francesco Fatone

    Lo scorso 6 giugno seimila tra israeliani, ebrei e arabi, hanno invaso la piazza “Kikar Rabin” di Tel Aviv per manifestare contro il piano di annessione delle colonie israeliane in Cisgiordania favorito dal consenso della presidenza USA che ha giocato un ruolo fondamentale nella stesura del Piano di Pace per il Medio Oriente. Le proteste sono state organizzate da gruppi della sinistra israeliana nel rispetto delle norme per la COVID19, numerosi i cartelloni con scritte di protesta: “No all’annessione, no all’occupazione, sì alla pace e alla democrazia”. Il leader del partito di Meretz, Tamar Zandberg, ha definito i piani del primo ministro Netanyahu e di Gantz come “crimini di guerra” e “crimini contro la democrazia”. Ciò che colpisce in questa protesta è vedere israeliani e palestinesi, disarmati che pacificamente marciano insieme per un obiettivo comune: fermare il progetto sionista portato avanti dal nuovo governo d’emergenza Netanyahu-Gantz. La “non violenza”, in un territorio che negli ultimi settant’anni di storia è diventato un tetro scenario di morte, segregazione e violazione sistematica di diritti umani, sorprende anche se bisogna  riconoscere che ormai da tempo il popolo palestinese ed una parte del popolo israeliano sono alla ricerca di una “via non violenta” per giungere alla soluzione della convivenza civile e alla fine di quasi un secolo di segregazione palestinese.

    Una storia forse più vecchia d’Israele stesso

    Il conflitto israeliano-palestinese ha le sue radici nella Dichiarazione Balfour del 1917 nella quale il governo britannico si espresse a favore della creazione di uno Stato Nazionale Ebraico nelle terre del Mandato prima territorio dell’Impero Ottomano. I palestinesi, che uscivano da secoli di dominazione turca, videro minacciato il loro diritto all’autodeterminazione e si sentirono traditi dagli inglesi che  avevano promesso il Grande Stato Arabo fino a poco prima della fine del primo conflitto bellico internazionale. È in questa prima fase che compaiono i movimenti, che inizialmente furono non violenti, popolari, anticolonialisti e contrari alla Dichiarazione di Balfour. Uno dei primi grandi eventi, che vide in azione i movimenti non violenti palestinesi, fu lo sciopero generale del 1936 contro gli inglesi, considerato lo sciopero più lungo della storia durò sei mesi e fermò per lo stesso lasso di tempo l’economia palestinese. Durante tale sciopero ci furono moltissimi atti di resistenza non violenta come manifestazioni, marce, boicottaggi fino ad arrivare al rifiuto del pagamento delle tasse. Come negli anni ’20 però le iniziative non-violente furono ottenebrate dalla violenza dei conflitti armati contro gli insediamenti israeliani e contro gli inglesi: era iniziata la Grande Rivolta Araba del 1936, repressa poi nel 1939. Gli attacchi palestinesi furono repressi brutalmente dalle truppe britanniche che contemporaneamente dovettero limitare l’immigrazione sionista per qualche tempo. Sul finire degli anni ’30, i movimenti non-violenti palestinesi subirono un ridimensionamento a causa delle rivolte, molti lasciarono la prospettiva nonviolenta dopo la Repressione Britannica del 1939.

    Nel 1948 nacque lo Stato d’Israele e più di 700.000 palestinesi furono esiliati dalla loro terra, per un lungo periodo tra la Nakba e la Prima Intifada (1948-1987) i movimenti nonviolenti palestinesi persero il loro vigore e la loro popolarità calò di fronte alla forza bellica, alla repressione ed alla “fame di territori” dello Stato israeliano. In questo periodo buio per la storia palestinese la scelta di tentare di vivere una vita normale divenne una strategia di risposta non violenta associata alla non collaborazione con le autorità israeliane: il concetto di “sumud”, cioè di “perseveranza incrollabile” divenne così il nuovo motto dei nonviolenti palestinesi. Ogni manifestazione e boicottaggio in Israele ad opera dei palestinesi fu ricollegato da allora al termine “sumud” che durante la prima Intifada nel 1987 assumerà il significato di liberare la Palestina dal giogo israeliano mediante la non-collaborazione. A queste ribellioni nonviolente Israele rispose sempre col pugno duro e molti dei movimenti furono repressi, come successe per la manifestazione del 30 marzo 1976 contro l’esproprio da parte del governo israeliano delle case in Galilea. Durante gli anni ’70 e ’80 iniziò una nuova fase per i movimenti non violenti palestinesi con la costruzione di un sistema indipendente da quello israeliano: nacquero moltissimi comitati per la resistenza nonviolenta che cercarono di coinvolgere quanti più palestinesi possibili. In quegli anni nacquero nuovi gruppi di intellettuali e di attivisti tra i quali Awad e Nusseibeh con l’obiettivo di convincere lo Stato israeliano a fermare la segregazione e i cittadini, sia palestinesi che israeliani, ad utilizzare la nonviolenza come unico strumento di lotta. Le teorie di questi nuovi gruppi intellettuali prevedevano che la resistenza nonviolenta si basasse sulla “società civile” palestinese. Il riemergere delle pratiche della nonviolenza palestinese si ebbe paradossalmente durante la Prima Intifada passata alla storia per i lanci di pietre dei palestinesi contro gli imponenti carri armati israeliani. Eppure durante questo periodo si ebbe modo di vedere da parte dei palestinesi boicottaggi, distruzioni di documenti, violazioni del coprifuoco imposto dallo Stato israeliano ed altre tattiche di resistenza nonviolenta tra cui la nascita di istituzioni alternative tramite il quale i palestinesi diventarono indipendenti dall’autorità; purtroppo queste iniziative caddero nel dimenticatoio a causa morti civili durante la Prima Intifada e per il successivo Accordo di Oslo mai mantenuto. Il nuovo millennio si è aperto con la Seconda Intifada che doveva essere inizialmente pacifica ma che è sfociata nella violenza a causa della politica del primo ministro israeliano Ariel Sharon, molti atti di resistenza violenta all’occupazione israeliana erano stigmatizzati dall’informazione occidentale mentre ci si dimenticava delle proteste nonviolente che pure erano frequenti. Durante lo scorso decennio il movimento nonviolento palestinese si è rafforzato portando, con le primavere arabe, l’argomento al centro dell’attenzione. Nel 2016 la questione della nonviolenza in Palestina è stata portata all’attenzione internazionale con il documentario “Disturbing the Peace” di Apkon e Young, che mostra all’Occidente come anche un gran numero di israeliani non concordi con le mire espansionistiche del proprio governo.

    Attuale situazione

    Per comprendere quanto sta accadendo nelle principali città israeliane dobbiamo tornare al 29 gennaio 2020 quando venne presentato il Piano per la Pace in Medio Oriente dal Presidente degli USA Donald Trump. Il piano prevede Gerusalemme come capitale solo dello Stato d’Israele, la sovranità israeliana sulla valle del Giordano, il mantenimento di 15 insediamenti in Cisgiordania e  il congelamento delle colonie per quattro anni, dunque fino alla firma di una pace duratura con i palestinesi, la costruzione di un tunnel sotterraneo che unirà Cisgiordania e Gaza connettendo lo Stato israeliano con quello palestinese e la parte esterna al dominio israeliano di Gerusalemme Est come nuova capitale dello Stato palestinese. Questo piano è stato molto gradito agli israeliani mentre i palestinesi ed in particolare Hamas lo hanno rigettato come una violazione dei propri diritti. Le proteste contro il Piano della Casa Bianca sono state numerose da febbraio ad oggi ma quelle del 6 e 7 giugno hanno attirato l’attenzione del mondo intero: molti israeliani si sono infatti opposti alla visione espansionista del proprio governo e sono scesi in piazza insieme ai palestinesi, la protesta è stata organizzata dal Meretz, partito sionista di sinistra e dalla Lista Comune. Sulla falsa riga di quanto avvenuto negli USA con George Floyd è nato addirittura un hashtag #PalestinianLivesMatter contro le violenze nei confronti del popolo palestinese da parte delle autorità israeliane e contro l’insistente spinta espansionistica ai loro danni. Le attuali pratiche di resistenza nonviolenta contro gli abusi israeliani prevedono il boicottaggio di prodotti che contribuiscono alla violazione dei diritti umani (il BDS), proteste, scioperi della fame, opposizione a strutture di separazione fra i due popoli come il Muro, costruzioni di nuovi villaggi come Bab-Al Shams in opposizione allo sgombro degli insediamenti e alla loro demolizione. Sono aumentate anche le organizzazioni internazionali contro gli abusi sul popolo palestinese come il Movimento per la Solidarietà Internazionale che mira alla soluzione del conflitto tramite la cooperazione internazionale, la Jordan Valley Solidariety o la Middle East Nonviolence and Democracy, ONG con sede a Gerusalemme Est che mira all’insegnamento delle tattiche di nonviolenza e di resistenza civile.

    Politica e soluzione dei due stati

    Il 2019 è stato, dal punto di vista istituzionale, uno degli anni più difficili della storia d’Israele con il susseguirsi di tre tornate elettorali tra aprile 2019 e aprile 2020 per eleggere i membri del Knesset e con lo scandalo che ha coinvolto il premier Benjamin Netanyahu. Neanche di fronte ad una crisi politica così importante e di fronte al COVID-19 l’espansione ai danni dei palestinesi si è fermata. L’ultima tornata ha confermato il Likud al Governo con l’Alleanza Blu-Bianco entrambi partiti sionisti che hanno intenzione di continuare l’espansione di Israele. L’opposizione all’attuale governo, invece, composta dalla Lista Comune e dal gruppo Laburisti-Gesher-Meretz è fortemente contraria al Piano di Pace e agli atteggiamenti del governo in merito alla questione palestinese e preme per la “soluzione dei due Stati”. Non è un segreto che il leader del Meretz e membro del Knesset, Tamar Zandberg, abbia condannato l’annessione dei territori in Giordania come un atto criminale. Tuttavia, le proteste del 6 giugno non sono considerabili di massa e rappresentano la volontà di una piccola fetta di popolazione mentre secondo un sondaggio condotto dallo Israel Democracy Institute, circa il 50,1% degli israeliani sarebbe a favore dell’occupazione dei territori in Cisgiordania. I risultati elettorali sono un altro chiaro segnale della volontà degli israeliani di voler continuare il proprio cammino politico per altri quattro anni con un governo sionista nonostante gli scandali che hanno riguardato Netanyahu, mentre partiti per la soluzione dei due Stati diventano sempre meno popolari e meno votati. Una soluzione che possa soddisfare entrambe le parti mettendo fine ad un conflitto lungo più di settant’anni è ancora lontana ma nel frattempo il mondo ha appreso che il conflitto israelo-palestinese può essere affrontato (e forse risolto?) anche in modi alternativi da quelli visti finora.