Italia, Francia e i pomi della discordia

    Francesco Lizzi

    Il 7 febbraio 2019 una lieve scossa sismica ha attraversato la faglia italo-francese, provocando parecchio scompiglio. Fortunatamente il terremoto non ha interessato l’arco alpino tra il Piemonte e la Savoia, dal momento che ha riguardato i rapporti diplomatici tra i due paesi. L’ambasciatore francese in Italia Christian Masset è stato infatti richiamato a Parigi per consultazioni da parte del governo d’Oltralpe. La ragione del rimpatrio è stata motivata da una moltitudine di fattori elencati nel comunicato governativo che è stato diffuso da France diplomatie.

    Tra questi spiccano le accuse (come quelle di neocolonialismo o di “protezione dei terroristi”) mosse negli ultimi mesi dai leader dei partiti di maggioranza italiani al governo Macron; l’appoggio del vicepremier Di Maio al movimento dei Gilet gialli; l’utilizzo strumentale di opinioni divergenti tra le parti italo-francesi per fini elettorali in vista delle votazioni europee a maggio. Il dito viene dunque puntato contro un sentimento antifrancese che pare essere penetrato in ogni ufficio dei piani alti del Belpaese. Tale atteggiamento ha portato alla prima crepa di una possibile rottura dei rapporti tra i due paesi, nonostante il 15 febbraio sia stata cucita una prima toppa sullo strappo: Masset è infatti rientrato in Italia in seguito ad un colloquio telefonico tra Emmanuel Macron e Sergio Mattarella. Ad ogni modo, non è la prima volta nella storia contemporanea continentale che Francia e Italia arrivano ai ferri corti. Dagli anni Ottanta del XIX secolo fino agli anni Cinquanta del XX si è infatti assistito a scenari molto simili, che possono essere utilizzati come negativi per osservare in controluce i contorni di una crisi in atto.

    Scontri di ieri

    Il primo crollo nelle relazioni internazionali tra i due paesi risale al 1881, anno in cui si consumò ciò che l’opinione pubblica italiana chiamò “Schiaffo di Tunisi”. Lo scenario in cui ebbe luogo la rottura diplomatica fu peculiare, dal momento che Francia e Italia si trovarono inconsapevolmente concorrenti di una corsa coloniale per la conquista della Tunisia il cui starter fu Bismarck. Quest’ultimo era infatti intenzionato ad impegnare la Terza repubblica francese lontano dai teatri europei, e Roma tornava utile nel progetto tedesco. L’Italia da diversi anni nutriva il sogno di controllare entrambe le estremità del canale di Sicilia, e la Germania sfruttò l’ambizione a proprio vantaggio spingendo le due parti al confronto. L’esito della gara si tradusse in una schiacciante vittoria francese, che con il trattato del Bardo del 1881 instaurò un protettorato di fatto sulla Tunisia. La risposta italiana non si fece attendere, e l’anno successivo si unì a Germania e Austria nella firma della Triplice alleanza.

    In seguito al primo conflitto mondiale, i “vent’anni tra due guerre” testimoniarono nuovi acuti nelle tensioni italo-francesi, spesso manifestati sottoforma di atteggiamenti ambigui tra le due parti in materia di sicurezza comune europea. La Francia del primo dopoguerra era infatti intenzionata a creare un “cordone sanitario” di nazioni alleate in grado di arginare le nazioni che avrebbero spinto per una revisione dei trattati di pace. Tra queste spiccavano la Germania e l’Ungheria: in particolare verso quest’ultima era rivolta la Piccola intesa, vale a dire un’alleanza difensiva a tre firmata nel 1921 da Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia e supportata attivamente dalla Terza Repubblica francese. L’Italia guidata da Mussolini, dal canto suo, puntava a far sentire la propria voce nel panorama internazionale europeo. Per fare ciò indossò vesti revisioniste che poco potevano essere gradite ai francesi, e intavolò trattative con Stati “nemici di Parigi”: in questo senso è utile ricordare il trattato di amicizia italo-ungherese del 1927 sugellato da un patto segreto di consultazione. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale e la dichiarazione di guerra italiana alla Francia già prossima alla sconfitta nel 1940 segnarono il raggiungimento del fondo nelle relazioni franco-italiane nel periodo interbellico.

    Lasciate alle spalle le scorie del conflitto, nuovi pomi della discordia sorsero tra i due attori a partire dal 1955. In quell’anno diventò presidente della Repubblica Italiana Giovanni Gronchi, esponente atipico della Democrazia Cristiana in quanto favorevole ad una politica estera energica e volta alla piena soddisfazione degli interessi nazionali. Nel giro di due anni il sentore di cambiamento mutò in vero e proprio profilo politico, noto come neo-atlantismo; personaggi di spicco come Enrico Mattei non tardarono a farsene portatori per affermare la presenza italiana in scenari strategici, tra cui il Mediterraneo. La Quarta Repubblica francese mal recepì questa svolta in politica estera, poiché venne tacciata di nazionalismo ed eccessiva intraprendenza in una zona in cui le fiamme della guerra d’Algeria erano pronte a divampare. Parigi era infatti convinta che certi ambienti politici italiani fossero pronti a sostenere gli insorti, al fine di indebolire le posizioni francesi in Nordafrica e allargare l’influenza del Belpaese nel Mediterraneo. Ciò non poteva coesistere con i progetti degli alti quadri francesi, che intendevano mantenere intatta la loro primazia nella zona nonché relegare l’Italia in un ruolo subalterno nella Comunità europea preferendo il dialogo con la Germania occidentale[1].

    …e di oggi

    Tornando ai tempi odierni e agli screzi recenti elencati dal comunicato governativo francese, si può notare come questi rappresentino tra le righe delle conseguenze di dissapori già presenti tra i due paesi. Segnatamente, sono due i motivi di discordia principali a rendere instabili i rapporti diplomatici franco-italiani. Per una coincidenza del fato, il primo ha come protagonista il già menzionato Mediterraneo, più in particolare il teatro libico. Il paese nordafricano ha vissuto un lungo periodo di transizione dopo la caduta di Mu’ammar Gheddafi nel 2011. Stato islamico, governo formalmente riconosciuto e signori della guerra per lungo tempo si sono dati battaglia per il controllo del territorio, e gli ultimi due attori sono ancora oggi presenti in Tripolitania e Cirenaica. La conseguenza che ne deriva è che il sostegno internazionale fornito all’una o all’altra fazione divide il fronte dei paesi che nutrono interessi in Libia. Non deve dunque sorprendere che la Francia sostenga il generale Khalifa Haftar, forte nella Libia orientale e aiutato anche da Russia e Egitto, mentre l’Italia appoggia il governo di Tripoli guidato da Fayez Al Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale ma senza un esercito forte a proteggere i suoi possedimenti nell’ovest del paese. Dietro agli scontri sul leader da sostenere vi è però la vera ragione degli attriti, legati alla situazione energetica. L’Eni è in controllo di numerosi giacimenti petroliferi sul suolo libico già dagli anni Sessanta, in cui la crociata antitaliana perpetrata da Gheddafi aveva risparmiato le sedi dell’Ente Nazionale Idrocarburi e aveva dato il via ad una stagione di “collaborazione petrolifera”. Attualmente, la risorsa principale nelle mani italiane è il complesso di smistamento di Mellitah, vicino al confine con la Tunisia, in comproprietà con la Compagnia nazionale del petrolio libico. L’estrazione del petrolio che giunge a Mellitah proviene dal giacimento di el Feel, situato presso il confine algerino. In data 21 febbraio le truppe provenienti dall’oriente libico si sono impossessate di questo bacino petrolifero, riproponendo un atto messo in scena qualche settimana prima. Infatti, il giacimento di Sharara, situato proprio a pochi chilometri da el Feel, era passato nelle mani di Haftar senza che venisse opposta resistenza. In seguito a questi rivolgimenti, l’Eni vede vacillare la sua posizione di primazia in Tripolitania ed è prossima a cedere il passo ai rivali di Al Serraj. Tra questi vi è anche la compagnia francese Total, che nel frattempo si sta riaffacciando con forza sui giacimenti libici.

    Il secondo episodio risale al dicembre 2016, più precisamente in occasione dell’apertura delle buste per l’assegnazione dei cantieri di Saint Nazaire, nei pressi di Nantes. L’unica offerta pervenuta è stata quella di Fincantieri, la quale ha firmato un accordo con lo Stato francese per l’assegnazione della propria quota nei cantieri Stx ad inizio 2017. La concordia è stata spezzata nell’estate dello stesso anno, quando il neonato governo Macron ha deciso di ricorrere al diritto di prelazione, nazionalizzando i cantieri. Durante il governo Gentiloni si era giunti ad un accordo tra le parti, evitando in questo modo la rottura definitiva: Fincantieri otteneva il cinquanta per cento del capitale di Stx con un diritto di ritorno per il governo francese in caso di inadempienze italiane. Il 9 gennaio 2019 il trend è stato bruscamente invertito per mano di Francia e Germania, che hanno presentato all’Antitrust europea una domanda di riesame sulla proposta di acquisizione presentata da Fincantieri. La commissione ha affermato che il progetto italiano «non raggiunge le soglie di fatturato previste dal regolamento UE relativamente alle concentrazioni per le operazioni che devono essere notificate alla Commissione a causa della loro dimensione europea». Ad essere a rischio, a detta dell’istituzione europea, è la competizione nel settore della costruzione navale. Di conseguenza l’accordo del 2017 è stato bloccato, così come è stato congelato il progetto di una joint venturemilitare paritaria che era destinata a partire proprio ad inizio 2019.

    Orizzonte sereno?

    Ulteriori screzi che espandono il “campo della discordia” hanno riguardato la scalata di Vivendi in Telecom, la controversa legge di bilancio approvata dal Parlamento italiano e bocciata dai vertici europei e gli incidenti alla frontiera in Piemonte per quanto riguarda il passaggio di migranti. Come una goccia versata in un vaso traboccante, il richiamo di Christian Masset in Francia ha allarmato i principali esponenti del governo italiano, i quali si sono adoperati per elaborare una risposta conciliante. Specificatamente, i due vicepremier hanno deciso di usare lo strumento della lettera per evitare la rottura definitiva a poco più di due mesi dalle elezioni europee. Luigi Di Maio, accusato di aver offerto l’appoggio del Movimento Cinque Stelle ai Gilet gialli, ha inviato al quotidiano Le Monde un documento scritto di suo pugno. All’interno di quest’ultimo egli ha affermato come i colloqui con i leader del movimento dissidente francese fossero motivati da affinità post-ideologiche. Inoltre, ha scritto che le decisioni prese in seno al governo italiano sono destinate ad un ampliamento e rafforzamento dei diritti civili affinché “la qualità della vita sia migliore per i cittadini”. Matteo Salvini, dal canto suo, ha scritto al ministro dell’Interno francese Cristophe Castaner per invitarlo ad un confronto tra pari grado a Roma. L’incontro nella capitale italiana non è avvenuto, ma ha confermato una volontà di cooperazione italiana con la controparte francese nei campi di terrorismo, sicurezza e migrazioni. La combinazione di missive ha dato i frutti sperati: infatti, oltre al citato colloquio telefonico tra Macron e Mattarella, è prevista l’organizzazione di una visita ufficiale del Presidente della Repubblica italiana a Parigi il cui invito è stato recapitato proprio da Masset. Caso chiuso? È utile ricordare che nel 1902 il primo dei numerosi riavvicinamenti franco-italiani, avvenuto tramite scambio di note diplomatiche e accordi a tema Mediterraneo, è stato parziale. Solo nel 1915 le due parti si sono infatti trovate all’interno della stessa alleanza. Oggi come ieri, l’efficacia della cucitura degli strappi diplomatici va analizzata sul lungo periodo, così come la bontà delle strategie volte a prevenire l’isolamento diplomatico. Solo il tempo potrà constatare se l’incontro tra i due capi di stato nel 2019 avrà la stessa forza che hanno avuto gli accordi coloniali del 1902 nel riappacificare due nazioni confinanti, eppure spesso distanti.

                  

    Note

    [1] Per un approfondimento: Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali. 1918-1999, Laterza, Roma-Bari, 2000; Bruna Bagnato, L’Italia, la Francia e una «subalternità leggera» 1947-58, in Bruna Bagnato, Massimiliano Guderzo, Leopoldo Nuti (a cura di), Nuove questioni di Storia delle relazioni internazionali, Laterza, Roma-Bari, 2015, pp. 5-31.