La crescente intesa Minsk-Mosca

    Marta Trevisiol

    I tempi dell’URSS sono ormai lontani, eppure, a giudicare dall’atteggiamento del Presidente della Repubblica di Bielorussia, l’amicizia con la confinante Federazione Russa sembra non essere mai stata così profonda.

    A poco più di un mese dalle elezioni presidenziali del 9 agosto 2020, il panorama politico bielorusso non sembra offrire ai cittadini elettori una visuale particolarmente effervescente e vivace. La Bielorussia si dichiara un Paese democratico, sin dalla sua indipendenza raggiunta nel 1991. Del tutto fuori dal comune per un regime democratico però, risulta essere il fatto che il seggio presidenziale, da 26 anni a questa parte, sia occupato sempre dallo stesso uomo: Alexander Grigoryevich Lukashenko. È vero che il Paese, già nel 1999, siglò un trattato con la Federazione Russa avente il fine di armonizzare le differenze economiche e politiche tra le due parti. Tale trattato, detto di Unione Statale, risulta oggi più valido che mai: i leader dei due Paesi infatti, il 30 giugno 2020, diedero prova dell’amicizia tra le due nazioni presenziando all’inaugurazione del Monumento al Soldato Sovietico, appena svelato a Khoroshevo, nei pressi di Tver, in Russia. La funzione di tale incontro, si legge facilmente tra le righe, non fu soltanto quella manifesta di ricordare le vittime russe e bielorusse cadute durante la Grande Guerra Patriottica, la nostra Seconda Guerra Mondiale, ma anche dimostrare la concretezza dello stretto legame tra i due popoli. Certamente, la vicinanza del Presidente Lukashenko a Vladimir Putin consente al Capo di Stato bielorusso di rimediare a proprio favore migliaia di voti, visto il carisma che l’ex agente del KGB esercita presso le fasce soprattutto medio-basse, e dunque maggioritarie, della cittadinanza. A riprova di ciò, è sufficiente guardare ai risultati del recentissimo referendum costituzionale che vede Vladimir Putin alla carica della Russia possibilmente, e verosimilmente, fino al 2036. Il Cremlino spera ovviamente di osservare un esito altrettanto positivo alle urne anche per Lukashenko: i dubbi non sono in realtà molti. Le cronache raccontano di diversi esponenti della flebile opposizione bielorussa accusati, incarcerati e, se non esclusi, molto svantaggiati dal correre in maniera equa per il ruolo di Presidente. Alla metà di giugno, il candidato più temibile per l’attuale Presidente, Viktor Babariko, venne arrestato dalla polizia con l’accusa di aver accettato tangenti e riciclato denaro sporco. Il 30 giugno fu invece escluso dalla corsa Valery Tsepkalo, imprenditore con una visione internazionale ed ex agente diplomatico. La lista di coloro che auspicavano presentarsi e che vennero però bloccati dall’alto dalla corrente leadership, è purtroppo lunga. Lukashenko, spesso definito dalla stampa come l’ultimo dittatore d’Europa, all’età di 65 anni, non sembra infatti minimamente intenzionato ad allentare il pugno di ferro. Tuttavia, a fare le spese di questa politica estremamente repressiva, ben poco rispettosa dei principi sanciti e stanti alla base della Carta delle Nazioni Unite, cui pur la Bielorussia ha aderito, è inevitabilmente il popolo, al quale sono puntualmente negate alcune delle libertà fondamentali, come la libertà di stampa, associazione, pensiero. Certo, partiti di opposizione, come il partito cristiano-democratico, o il partito dei verdi esistono, ma con una reale possibilità di indirizzare il Paese pressocché nulla. Eppure, perché dovrebbe interessarci il voto del 9 agosto? Cambia qualcosa a noi cittadini europei? In realtà sì. La Bielorussia infatti, assieme ad altri cinque stati dell’Europa dell’Est quali Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia e Ucraina, è partner dell’Unione Europea e dei suoi stati membri nella Eastern Partenship, una dimensione del Servizio di Azione Esterna (SEAE) dell’Unione con l’obiettivo di intrattenere sempre più proficui scambi commerciali tra le sue parti e agevolare la libera circolazione dei cittadini degli Stati partecipanti, con un occhio rivolto anche ad un miglioramento del rispetto dei diritti umani. Non a caso, la Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, dopo l’arresto di Babariko ha espressamente annunciato in collegamento da Bruxelles che “Il rispetto dei diritti e delle libertà resta fondamentale: le autorità bielorusse devono provvedere a che si tengano elezioni in un contesto corretto il prossimo 9 agosto. Tutti gli attivisti che sono stati incarcerati devono essere rilasciati. È un diritto da rispettare: i bielorussi chiedono elezioni democratiche”. Ed effettivamente, una parte dei bielorussi chiese esplicitamente, anche incolonnandosi in lunghe file dinnanzi ai gazebo dei candidati dell’opposizione, una politica di voto più fair e corretta. In particolare, specialmente dopo l’arresto per corruzione di Babariko, molti elettori espressero il loro sostegno al rimanente volto più credibile dell’opposizione: Svetlana Tikhanovskaya. La donna, moglie di Sergei Tikhanovsky, sta giocando la partita proprio al posto del marito, impossibilitato anch’egli a candidarsi dopo ripetute pressioni ricevute dalle forze di intelligence e dal governo centrale. Tikhanovsky, dapprima blogger e poi youtuber, seguitissimo sia online sia dal vivo dai suoi sostenitori, venne arrestato dopo aver più volte sostenuto l’antidemocraticità della Nazione e del suo cockroach, ossia lo “scarafaggio” Lukashenko. Curiosamente tra l’altro, i fan del blogger, si riunirono dopo la notizia della non-candidatura del loro beniamino, nelle strade di Minsk agitando delle ciabatte, dando vita così alla Slippers Revolution, la rivoluzione delle ciabatte, con il fine metaforico di schiacciare una volta per tutte il loro despota; seguirono ovviamente innumerevoli fermi e detenzioni preventive. In ogni caso, il fatto che queste perpetrazioni di danni ai diritti umani fondamentali avvengano proprio al confine dell’Unione Europea, in particolare vicino alla Polonia, alla Lituania e alla Lettonia, non sembra destabilizzare l’indirizzo di politica estera della stessa in maniera realmente dirompente. Certo è che gli accordi europei con la Bielorussia in materia di risorse energetiche, è probabile che giochino un ruolo decisivo in tale contesto. Gli appelli al rispetto dello stato di diritto, forse, allora, andrebbero pronunciati con maggiore risolutezza. Il 9 agosto diventerà sicuramente però l’ennesimo banco di prova di un regime de iure democratico, ma che verso la democrazia evidentemente deve muovere ancora dei passi.