La crisi in Libano apre diversi scenari

    Francesco Fatone

    Le proteste scoppiate il 17 ottobre 2019 sono diventate sempre più forti e tese dopo le dimissioni dell’ex primo ministro Hariri di qualche mese fa. Quali gli scenari possibili? Una rinascita del Libano o una nuova stagione di tensioni?

    Un collasso preannunciato

    Dal primo governo di Rafik Hariri il Libano ha un tasso di cambio fisso tra la lira libanese e il dollaro statunitense, questo sistema ha iniziato a peggiorate con l’inizio degli anni ’10 del 2000 in concomitanza con le Primavere Arabe. Il peggioramento del sistema di cambi si tradusse nell’aumento del costo dei generi alimentari e contribuì all’onda di proteste di quegli anni. Nel 2019, il PIL pro capite raggiunse il livello più basso dal 2008 e il rapporto debito/PIL toccò il massimo dal 2008, il 151%. Il Libano fu così declassato dalle agenzie internazionali di rating del credito. Un duro colpo per l’economia libanese, basata sul settore bancario, che nel giro di un anno ha mostrato tutti i sui limiti, portando la “Svizzera del Medio Oriente” nel baratro con un debito pubblico al 170% del PIL. Le responsabilità non sono però riconducibili solo al sistema dei cambi tra la lira libanese e il dollaro, un ruolo importante è stato giocato dallo sforzo bellico antisiriano, dall’eccessiva dipendenza dalle importazioni e da una politica monetaria discutibile. I primi ad essere colpiti dalla crisi della lira sono stati i cittadini e le imprese importatrici locali che non hanno potuto acquisire dollari al tasso ufficiale, da questa situazione è uscito rafforzato il mercato nero. Alla fine di settembre 2019 sono iniziate le proteste dalle stazioni di benzina che esigevano che i propri clienti pagassero in dollari e non in lire libanesi, in quel periodo il capo del Sindacato dei Proprietari delle Stazioni di Servizio dichiarò: “Abbiamo bisogno di dollari per pagare gli importatori, ma le banche e le case di cambio non ci danno dollari perché il mercato è carente”. Il governo di coalizione guidato da Saʿd Ḥariri ha cercato di rispondere alla crisi con un programma di austerità, aumentando le tasse generali e riducendo la spesa con la speranza di ridurre il disavanzo pubblico, così da poter accedere ad un pacchetto di prestiti da 10,2 miliardi di dollari ai quali si affiancano sovvenzioni per 860 milioni di dollari dalla Banca Mondiale, dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) e dall’Arabia Saudita. Il governo di Hariri jr nello sforzo di rimettere a posto i conti pubblici ed evitare il default dello Stato libanese non aveva però valutato fino in fondo l’impopolarità delle misure di austerità. A far crescere la rabbia dei libanesi sono state principalmente le imposte su beni come la benzina, il tabacco e le telefonate online.  Rabbia aggravata dalla stagnazione economica, dalla crescente inflazione che ha colpito i beni di prima necessità, ma anche dalla evidente corruzione delle istituzioni libanesi, la cattiva amministrazione ed infine la precaria situazione dei migranti siriani che ha completamente ridisegnato la demografia economica del piccolo paese arabo portando alla scarsità di risorse e servizi. Durante lo scorso ottobre sono aumentate le proteste contro le misure varate dal governo per far fronte alla crisi, la prima onda di manifestazioni tra il 17 e il 22 ottobre ha determinato un repentino cambio di piani da parte di Hariri jr e del Capo di Stato Aoun, costretti a ritirare le nuove tasse ed a mettere in atto una nuova manovra economica che riducesse l’impatto sui cittadini. Hariri jr ha annunciato le sue dimissioni pochi giorni dopo l’inizio delle proteste lasciando il posto di Primo Ministro del Libano ad Hassan Diab. Hariri avrebbe voluto un governo tecnico alla guida del Paese per mantenere i precari equilibri del potere in Libano, ma il Parlamento libanese ha preferito affidare la carica a Diab che ha goduto dell’appoggio del FPM, del Blocco della Resistenza formato da Amal ed Hezbollah e del Marada.   Ad opporsi alla nomina di Diab sono stati il Partito Falangista, il Partito Druso e una cospicua parte dei sunniti. L’insediarsi di un nuovo governo non ha però placato i malumori dei libanesi e a marzo 2020 le proteste sono iniziate a divenire sempre più violente portando a scontri con le forze dell’ordine rinnovando l’escalation di tensione e aumentando il divario tra politici e cittadini, il Governo inoltre non è riuscito ad evitare il default economico. Il Primo Ministro Diab, il 7 marzo, oltre a dichiarare per la prima volta nella storia il collasso del Libano ha espresso timore per il tenore di vita dei cittadini e ha bloccato la restituzione di un prestito di 1,2 miliardi in eurobond. Da marzo le proteste non hanno accennato a placarsi e sono diventate più partecipate e violente rispetto al passato.

     Tra paura e speranza: un nuovo Libano o il fantasma della guerra civile?

    Questa ondata di proteste a cosa porterà? Il futuro del Paese dei cedri è incerto, si  spera che questa sarà una Primavera Libanese grazie alla quale saranno superate le divisioni etnico-religiose che attualmente rappresentano un elemento di forte condizionamento della vita istituzionale di questo Paese. Forse si può essere ottimisti a riguardo, le manifestazioni contro i due governi e le loro manovre scellerate hanno accumunato nel destino maroniti, sunniti e sciiti ugualmente colpiti dalla crisi economica più importante della storia libanese. Questa crisi economica potrebbe aver messo involontariamente le basi per il superamento del confessionalismo, che nella storia del Libano ha sempre giocato un ruolo fondamentale. Con il superamento del confessionalismo si realizzerebbero anche modifiche alla “distribuzione” dei ruoli di potere previsti nel Patto Nazionale e negli Accordi di Ta’if aprendo a scenari totalmente nuovi per la politica libanese; attualmente in Libano è previsto che il Presidente della Repubblica sia cristiano-maronita, il Primo Ministro sunnita e il Presidente del Parlamento sciita.  Questi possibili nuovi scenari porterebbero alla chiusura della fase politica iniziata con la “Rivoluzione dei Cedri” del 2005 dopo la morte di  Rafik Hariri. Interessanti sono anche le proposte arrivate dal Patriarca maronita Rai riguardo al “Patto Educativo Nazionale”, programma basato su tre principi cristiani per far “ripartire” il Libano: rispetto della diversità, fraternità e servizio per la comunità. Il piano del Patriarca maronita è stato approvato dall’assemblea maronita e avrebbe la funzione di rendere le manifestazioni scevre dalle “influenze negative” valorizzando il ritrovato senso di comunità dei libanesi. Belle speranze, ma fragili, che però rischiano di infrangersi contro una realtà cruda: la strada per il ritorno alla normalità in Libano è ancora molto lunga e dura. A preoccupare non è tanto la situazione economica, che potrebbe nel giro di qualche anno tornare a livelli accettabili, ma l’urgente necessità di rinnovare il patto sociale e superare impasse costituzionali troppo vecchi per esistere ancora nel 2020.

    Fanno paura l’Iran e la Siria che da sempre sono stati motivo di terrore per il Paese dei cedri: l’Iran è accusato di esercitare da sempre, tramite formazioni sciite, pressioni interne nel Libano che mirano a destabilizzare il vicino Israele. Mentre per la Siria non è mai svanito, anche a 20 anni dalla morte di Hafez al-Assad, il timore per un’espansione della Siria verso il Libano. Attualmente a preoccupare non sono tanto gli scenari futuri quanto l’immediato presente: questa settimana sono ricominciate le violenze nella città di Beirut, aumentano i suicidi per la crisi economica e la criminalità organizzata continua a crescere. La lira libanese nell’ultimo periodo ha perso più del 75% del suo valore e il rincaro dei prezzi delle merci di prima necessità ha superato in alcuni casi il 50%. Non va infine dimenticato il problema COVID-19 che apre nuovi e preoccupanti scenari che vanno dal colpo alle già ferite imprese del territorio libanese alle  grosse preoccupazioni sanitarie che riguardano la possibilità di focolai, difficili da gestire, nei campi profughi siriani. Destini incerti, saprà il Libano cogliere la sfida e andare verso la soluzione di problematiche così complesse o si avvierà verso una crisi permanente?