La guerra in Etiopia continua e diventa una crisi umanitaria

    Chiara Mantegazza

    Lo scorso 28 dicembre il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nonché membro del TPLF ed esponente politico etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus ha definito il recente peggioramento del conflitto in Etiopia un “dolore personale”. Il politico tigrino non riceve infatti da tempo notizie dai suoi parenti risiedenti nella regione del Tigrè a causa della prolungata sospensione delle comunicazioni voluta dal governo di Addis Abeba. Nonostante l’apparente battuta d’arresto alla fine di novembre, la crisi non accenna a terminare e il bilancio a poco meno di due mesi dallo scoppio della guerra è già drammatico. Secondo le stime delle Nazioni Unite e Reuters, nelle ultime settimane sono stati registrati migliaia di morti e 950.000 rifugiati, di cui 50.000 riversati nel confinante Sudan. In Etiopia la crisi umanitaria è già in atto e le Nazioni Unite hanno chiesto di aprire un’indagine per crimini di guerra.

    La vittoria apparente

    Il 28 novembre Abiy Ahmed ha dichiarato vittoria sul TPLF al termine dell’operazione militare nella città di Macallè iniziata qualche settimana prima. Entro la fine della giornata le folle sono scese in piazza ad Addis Abeba per festeggiare la vittoria, ma gli scontri sul campo non si sono mai fermati e la gioia è risultata apparente. Poche ore dopo l’annuncio della loro sconfitta, le forze armate tigrine hanno approfittato dell’esultanza nella capitale per circondare i principali centri urbani del Paese, e dal Tigrè sono stati lanciati dei razzi verso l’Eritrea, alleata del governo centrale. Nonostante l’amministrazione di Abiy Ahmed abbia assicurato di aver il controllo sulla situazione, le migliaia di vittime e rifugiati registrati nell’ultimo periodo da parte delle Nazioni Unite, a cui si uniscono i centinaia di feriti che hanno affollato gli ospedali delle città, mostrano un’altra realtà. A peggiorare la situazione si aggiunge inoltre la prolungata sospensione delle comunicazioni con la regione dall’inizio del conflitto, ripresa parzialmente a metà dicembre ma rimasta sostanzialmente frammentaria.

    L’inasprimento delle violenze è riconducibile a diverse cause, nel cui novero risulta dominante quella militare. Le stime iniziali dei leader del TPLF che contavano di sfruttare la perizia militare dei propri membri per ottenere una vittoria rapida e indolore tramite una semplice guerra convenzionale si sono infatti scontrate con un grosso errore di valutazione. I leader e le forze armate tigrine sono stati colti di sorpresa di fronte al dispiegamento di droni da parte di Addis Abeba. Oltre a ribaltare l’andamento degli scontri, tale azione si è sommata a quella che René Lefort, un ricercatore a stretto contatto con i leader del TPLF ha definito una “sopravvalutazione delle proprie forze convenzionali” da parte del TPLF, che sperava di poter fare forza esclusivamente sui successi militari ottenuti nel 1991. A discapito di quello che potrebbe sembrare dalle celebrazioni di fine novembre ad Addis Abeba, dunque, gli scontri non sono mai terminati.

    La crisi umanitaria

    L’ONU, nel frattempo, sta riscontrando difficoltà sia nella realizzazione delle operazioni umanitarie sul campo che nella disposizione di una squadra incaricata di indagare sulle presunte violazioni dei diritti umani nel conflitto. Tra le uccisioni di massa mezionate ne risulta una particolarmente grave, avvenuta a nordovest di Mai Kadra il 9 novembre.  In merito a tale situazione l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Michelle Bachelet ha affermato che “se dei civili dovessero essere stati deliberatamente uccisi da una o più parti coinvolte nel conflitto, queste uccisioni andrebbero catalogate come crimini di guerra ed emergerebbe la necessità di realizzare indagini trasparenti, indipendenti, imparziali e scrupolose per determinare la responsabilità di tali attacchi e garantire giustizia”. Liz Throssell, l’addetta all’ufficio stampa del Commissariato per i Diritti Umani ha inoltre affermato di essere in contatto con il governo etiope per la verifica di tali abusi e molti di questi incidenti siano verosimilmente attribuibili al gruppo militare “Fano” affiliato ad Addis Abeba. Tuttavia, le informazioni ottenute dalle Nazioni Unite registrano abusi da entrambe le parti in conflitto.

    Le conseguenze della guerra sullo sviluppo etiope

    Secondo Carnegie Europe, il conflitto in Etiopia non è una tragedia solamente per coloro che, direttamente o indirettamente, sono coinvolti nel conflitto oggi, ma anche per chi dovrà subirne gli effetti nel futuro. La crisi potrebbe infatti comportare una profonda ricalibrazione dei modelli di aiuto allo sviluppo internazionale. Vi è infatti un paradigma dominante secondo il quale i donatori internazionali si sono trovati frequentemente a favorire e finanziare dei regimi autoritari, come nel caso del Rwanda o, per l’appunto, dell’Etiopia. In tale contesto, oltre alla semplice preoccupazione per l’implicita complicità di questi donatori con i suddetti regimi autoritari nella perpetrazione di violazioni di diritti umani, esiste anche un problema riguardante l’effettiva sostenibilità dei risultati economici ottenuti collaborando con dei governi repressivi. Secondo alcuni critici, la stabilità di tali sistemi politici autoritari e discriminatori risulta infatti più vulnerabile. Per questo motivo anche i relativi piani di sviluppo per il Paese, strettamente connessi ai governi centrali, risultano compromessi. Ciò che è successo in Etiopia suggerisce come queste preoccupazioni siano fondate e di come sia necessario un sistema di selezione più preciso e scrupoloso. A prova di ciò, l’Unione Europea già sospeso circa 90 milioni di euro del suo budget destinato all’aiuto allo sviluppo per via della controversa gestione del conflitto in Tigrè da parte del governo di Addis Abeba.

    Come afferma Carnegie Europe, per quanto sia ancora presto per poter fare delle stime efficaci, l’impatto economico della guerra in Etiopia sarà notevole ed influenzerà negativamente lo sviluppo del Paese. A questo si aggiunge che la transizione politica al termine di questo conflitto non sarà semplice: è molto probabile, infatti, che Abiy, come i suoi predecessori, utilizzi dei mezzi di coercizione per mantenere il controllo politico, finendo così per moltiplicare i problemi per il futuro del Paese. Oltre alla grave crisi umanitaria e alle ingenti perdite umane, il conflitto potrebbe dunque segnare un punto di involuzione nel processo di sviluppo positivo verso cui l’Etiopia si era avviata negli ultimi anni.