La guerra in Etiopia tra il Premio Nobel Abiy Ahmed e il Tigrè

    Chiara Mantegazza

    “La guerra è il simbolo dell’inferno per tutti coloro che vi sono coinvolti”, così affermava il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed il 10 dicembre 2019 dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace ad Addis Abeba. Oggi l’Etiopia è in guerra civile da più di tre settimane, e gli scontri non accennano a diminuire. Cosa è cambiato da allora e, soprattutto, che ne è stato della pace che il ministro sembrava aver riportato nel Paese?

    Il contesto

    L’Etiopia, come la gran parte dei Paesi del continente africano, è una nazione solcata da profonde divisioni etniche. La Repubblica Federale Democratica d’Etiopia è un governo istituzionalmente giovane, nato ufficialmente nel 1995, e formalmente suddiviso in dieci regioni, ciascuna dotata di un certo livello di autonomia. Ma nonostante l’apparente congenialità della sua struttura odierna, l’Etiopia è stata teatro di scontri e rivendicazioni territoriali da molto prima che raggiungesse l’assetto governativo-istituzionale contemporaneo.

    Una delle regioni che negli anni ha avanzato maggiori spinte autonomiste è stata proprio quella del Tigrè, situata al confine con l’Eritrea, nel nord del Paese. L’area oggi è nota per essere l’origine degli scontri delle ultime settimane che hanno visto in prima linea il “Fronte di Liberazione per il Tigrè” (TPLF), il principale partito di ispirazione socialista e marxista della regione. Il TPLF non possiede infatti soltanto un’ampia caratterizzazione militare, ma anche una marcata connotazione politica. Il Fronte ha fatto parte della coalizione di governo che ha guidato per quasi un trentennio il Paese, fino al 2018 con l’elezione di Abiy Ahmed, l’attuale Primo Ministro.

    Tuttavia, la popolazione tigrina costituisce una minoranza (circa il 6,2% della popolazione totale) nel complesso tessuto sociale etiope. L’Oromia è infatti la regione più estesa del Paese e il luogo di provenienza dell’attuale Primo Ministro Abiy Ahmed, il leader più giovane del continente africano, nonché Premio Nobel per la Pace nel 2019. Il leader è stato infatti insignito di tale onoreficenza per i suoi meriti nella cooperazione con la confinante Eritrea e il suo leader Isaias Afewerki, con il quale ha siglato un accordo di pace per terminare la guerra tra i paesi in corso dal 1998. Dopo i caotici anni di governo autocratico in cui il TPLF ha fatto parte della coalizione dominante, Abiy Ahmed è salito al potere con la promessa di un futuro più democratico per l’Etiopia, ma i recenti avvenimenti sembrano dimostrare risultati diversi da quelli auspicati.

    I motivi della recente escalation di violenza

    La recente amicizia con il Presidente eritreo è stato infatti l’ultimo degli elementi scatenanti la crisi dello scorso mese. Negli ultimi due anni la tensione tigrina era aumentata a seguito dell’avvicinamento del Primo Ministro etiope ad Asmara. Nononstante i due Paesi si trovino attualmente in una situazione di pace, infatti, la crisi di confine esistente tra il Tigrè e l’Eritrea non ha mai cessato di esistere. A fronte della nuova amicizia tra i due Paesi, il TPLF ha dunque dato inizio ad un programma finalizzato al sabotaggio del Primo Ministro, a cui è corrisposta la rimozione da parte di quest’ultimo di alcuni membri del TPLF da importanti posizioni governative tramite arresti e accuse di abuso di potere e corruzione.

    Nel mese di marzo 2020 il governo di Abiy ha poi deciso di postporre le elezioni che si sarebbero dovute tenere alla fine di agosto dello stesso anno a causa della pandemia globale di Covid-19. Tuttavia, a settembre il TPLF ha tenuto comunque delle elezioni autonome che non sono state riconosciute dal governo di Addis Abeba. A seguito di tali avvenimenti, lo scorso 4 novembre il TPLF ha reagito attaccando una base delle forze armate governative a Macallè, capitale della regione settentrionale. La risposta del governo non si è fatta attendere. Abiy ha prontamente reagito inviando forze armate nella regione, scatenando una rapida escalation militare. Il Primo Ministro ha poi sospeso le comunicazioni, gli aeroporti e persino la rete internet nella regione per indurre il TPLF ad un dialogo per il risolvimento della crisi, causando così l’esodo di migliaia di cittadini verso il confinante Sudan. Gli scontri sono andati avanti fino all’invio nella giornata di domenica 22 novembre del governo di un ultimatum di 72 ore al TPLF per terminare gli scontri, al termine del quale però nulla si è risolto. Giovedì 26 novembre  Abiy ha dato l’ordine alle forze governative di attaccare Macallè, la capitale del Tigrè, per raggiungere la “fase finale” del conflitto.

    La grave crisi umanitaria

    Ad accentuare le difficoltà del conflitto emergono altre due componenti fondamentali: il rischio di uno spill-over nei Paesi confinanti e l’emergenza umanitaria. L’Eritrea ha infatti già inviato delle truppe per aiutare il governo etiope a combattere contro i ribelli. Anche in Sudan la guerra ha già avuto delle conseguenze importanti: dall’inizio dei combattimenti, più di 40.000 profughi eritrei si sono riversati nel Sudan, ed è previsto che ne arrivino altri 200.000 nelle prossime settimane se il conflitto dovesse continuare.

    Secondo l’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il bilancio dei morti negli scontri e l’alto numero di sfollati testimoniano una situazione grave, mentre Human Rights Watch ha evidenziato la possibilità di violazioni del diritto internazionale umanitario.

    La guerra tra due visioni diametralmente opposte

    Da quando è al salito al potere, Abiy ha spesso utilizzato le forze governative per eliminare l’opposizione alla sua visione politica. L’invasione del Tigrè dello scorso 4 novembre sembra l’ultima frontiera di una campagna di repressione dell’opposizione iniziata in Oromia, continuata poi in Wolaita e infine in Sidama, atta a smantellare la vecchia coalizione governativa e a unificare il Paese sotto un nuovo partito denominato “Partito della Prosperità”. Tuttavia, in molti hanno interpretato le intenzioni di Abiy come un tentativo di acquisire maggiore potere e di promuovere una visione nazionalista. Come ha affermato Awo K Allo in un articolo per Al Jazzera, il leader si è infatti spesso slanciato nell’esaltazione della grandezza passata dell’Etiopia in una visione “romanticizzata” e di “ispirazione nazionalista”.

    Sul campo si contrappongono dunque due vedute molto diverse sul futuro dell’Etiopia: da una parte Abiy vuole creare un governo unitario e centralizzato, dall’altra, il TPLF, supportato dall’opposizione oroma e da altre minoranze nel sud del Paese, vuole mantenere il sistema federale e l’autonomia delle regioni. Questo sistema, secondo i politici tigrini, favorirebbe la preservazione della variegata cultura etiope e delle entità subnazionali di cui è composta. La scelta di Abiy di risolvere le differenze politiche e ideologiche del Paese tramite lo strumento militare è controversa e per certi versi inspiegabile se si pensa che poco meno di un anno fa il leader riceveva un’onoreficenza alla pace; ma la disillusione in Etiopia fa da padrona e molti cittadini hanno ormai mostrato il loro dissenso nei confronti di colui che pur promettendo di riportare la democrazia e la pace in Etiopia ha scelto la strada della guerra.