La guerra per il Nagorno Karabakh è ripresa? Storia e ragioni di un conflitto ignorato

    Francesco Fatone

    Nell’ultima settimana c’è stata una nuova escalation di tensione per il territorio caucasico compreso tra Armenia ed Azerbaijan. Quella del Nagorno Karabakh è una questione storica che gli occidentali spesso hanno ignorato e che potrebbe avere importanti ripercussioni nell’area caucasica.

    Nagorno Karabakh: la terra contesa

    Il Nagorno Karabakh, o “Artsakh” in armeno, è un’area interna all’Azerbaijan di meno di 10mila km2, abitata da 150mila abitanti e divisa in sette regioni più la capitale Stepanakert, un territorio molto piccolo che nonostante tutto ha avuto una storia ricca di conflitti e conquiste dall’antichità ad oggi. Le tradizioni locali vogliono che i discendenti di Noè si stabilirono proprio nell’enclave armeno e che fu il personaggio biblico Aran il primo abitante di questa Terra, mentre gli zoroastriani credono che fosse abitata dai loro antenati, i Medi. I ritrovamenti in queste terre suggeriscono un passato oscuro fatto di diverse dominazioni: la prima conquista certa della regione fu ad opera del Regno di Armenia di Tigrante II, da qui in poi il controllo di quest’area si è alternato tra armeni ed albani fino al IV secolo dopo Cristo quando il Regno di Albània riconquistò definitivamente l’area. Durante il V secolo, il cristianesimo divenne la religione principale della regione con la conversione di re Urnayr ad opera di san Eliseo. Dopo due secoli di dominio cristiano, il Nagorno Karabakh fu invaso dagli arabi che lo saccheggiarono e convertirono la popolazione all’Islam, ad esclusione del Principato di Khachen. Durante l’età moderna il Nagorno passò dalla Federazione di Kara Koyunlu all’Iran Safavide per poi essere inglobato durante l’Ottocento dall’impero russo. Durante il Novecento, il “Giardino Nero” fece parte per un breve periodo della Transcaucasica e dopo lo scioglimento di quest’ultima l’Azerbaijan rivendicò la sovranità sul territorio del Nagorno, ma senza successo. Con la conquista bolscevica del 1920 il Nagorno Karabakh divenne un oblast autonomo della Repubblica Socialista Sovietica Armena e, per evitare divergenze tra azeri ed armeni, il territorio di Zangezur divenne armeno e il Karabakh con il Nakhchivan passò all’Azerbaigian filo-turco. Queste divisioni provocarono malumori ma durante l’epoca sovietica mantennero la pace tra i due Stati caucasici dopo secoli di lotte. Circa sessant’anni dopo la divisione, nel 1988, il Consiglio Nazionale del Nagorno Karabakh votò per unirsi all’Armenia e tale decisione provocò prima degli scontri tra azeri ed armeni ad Askeran e poi i pogrom di Sumgrait, Spitak e Ghugark. L’URSS per far fronte alla crisi decise di dare maggiori poteri agli azeri, ottenendo però di tutta risposta la proclamazione dell’unificazione di Armenia e Nagorno Karabakh e tensioni a Baku che furono represse dall’esercito sovietico, provocando l’allontanamento degli azeri da Mosca.

    Epoca post-sovietica: la guerra

    La scomparsa dell’hard power sovietico sull’area caucasica segnò l’inizio vero e proprio del conflitto. Nel 1991 l’Azerbaigian lasciò l’URSS per dare vita alla Repubblica di Azerbaigian, ma il Nagorno Karabakh non volle far parte del neonato stato azero, allora il Consiglio Supremo dell’Azerbaigian votò una mozione per l’abolizione dello statuto autonomo del Karabakh ma fu ostacolato dalla Corte Suprema dell’URSS. Verso la fine del 1991, la Repubblica del Nagorno Karabakh approvò il referendum confermativo al quale fecero seguito le elezioni politiche e il 6 gennaio 1992 venne ufficialmente proclamata la Repubblica. Non passò un mese che l’Azerbaijan cominciò a bombardare il “Giardino Nero” e la guerra sarebbe andata avanti fino al 1994 registrando quasi 30mila morti tra battaglie e massacri in città come accaduto a Khojaly e a Maragha. La neonata Federazione Russa ebbe un ruolo fondamentale in questo conflitto poiché manipolò le due parti per tenere sotto controllo i territori in guerra fra loro, dall’altra parte anche la Turchia giocò -a detta degli armeni- un ruolo nel fornimento di armi agli azeri. Il 5 maggio 1994 il conflitto si concluse con l’accordo di Bishkek che impose il cessate il fuoco e ridimensionò il territorio azero, mentre la Repubblica del Nagorno Karabakh divenne una Repubblica de facto. Un’importantissima eredità lasciata dal conflitto è stata la creazione del Gruppo di Minsk nel 1992 per incoraggiare una soluzione pacifica al conflitto anche se l’Azerbaijan lo addita come una struttura troppo vicina alle istanze armene, mentre l’Armenia lo accusa di non includere un rappresentante karabakho.

    Il nuovo millennio: una pace difficile da mantenere

    Dal 2004, e in particolare durante la Conferenza di Madrid e di Mosca, è iniziato un lento processo di consolidamento della Repubblica del Nagorno Karabakh. Durante i primi dieci anni del 2000 vengono stipulati molti trattati tra Armenia, Azerbaijan e Nagorno Karabakh per la cooperazione in diversi settori ma si registrano anche molte violazioni del cessate il fuoco tra il 2010 e il 2015. Nel 2016 inizia un nuovo conflitto tra Azerbaijan ed Armenia che porta a 3 giorni di guerra civile, conclusisi con la cessione di piccole porzioni di territorio karabakho all’Azerbaijan e con un centinaio di morti fra le due parti. Dopo questi 3 giorni di conflitto i rapporti tra azeri ed armeni peggiorano e l’Armenia denuncia l’Azerbaijan di agire “come l’ISIS” e di aver iniziato gli scontri.  Dal 2016 ad oggi gli azeri hanno più volte violato il cessate il fuoco con attacchi aerei, violenze contro i civili kabakhi e tensioni sul confine. Questo fino ad una settimana fa quando uno scontro a Tavus ha causato 16 morti riportando la questione della Repubblica Enclave di nuovo al centro dell’attenzione internazionale. Gli attori internazionali che hanno interessi sui tre Stati sono la Turchia di Erdogan e la Russia di Putin: la prima è da sempre vicina all’Azerbaijan nel conflitto per motivi economici e per avere un alleato nell’area caucasica mentre la seconda cerca di costruire una collaborazione tra i due Stati caucasici.

    Relazioni energetiche: l’altro volto del conflitto

    La presenza di Russia e Turchia fa intendere che quella del Nagorno Karabakh non sia solo una questione nazionalista fra azeri ed armeni ma che abbia anche delle motivazioni economiche e più nello specifico energetiche. Le relazioni tra Ankara e Baku negli ultimi dieci anni sono migliorate e si basano principalmente sulle “pipeline” che connettono l’Asia con la Turchia e con l’Europa, come  la Baku-Tbilisi-Ceyhan costruita nel 1998 e la South Caucasus Pipeline. Restano invece cauti i rapporti con l’Armenia in vista della costruzione del gasdotto transanatolico. In questo conflitto potrebbero svolgere un ruolo importante i Paesi filoturchi e i “beneficiari” dei gasdotti che passano da Baku, come lo Stato d’Israele che considera l’Azerbaijan un importante alleato dal punto di vista strategico (in chiave anti-Iran) ed un partner energetico. Inoltre la Turchia fornisce istruttori militari agli azeri ed il Ministro degli esteri Cavosuglu ha promesso di aiutare l’Azerbaijan nella difesa dell’integrità territoriale contro ingerenze esterne. La Russia invece è interessata alla questione del Nagorno Karabakh per via delle sue relazioni con Baku ed Erevan e per perseverare una condizione di “congelamento” del conflitto al fine di evitare instabilità nei suoi confini meridionali. La rivalità tra Ankara e Mosca potrebbe accelerare le evoluzioni della politica estera russa e portare una maggiore attenzione all’area caucasica nei prossimi tempi. E l’Occidente? Dopo la firma dell’Accordo di Partenariato Globale del 2017, l’Unione europea ha intensificato la cooperazione a sostegno all’Armenia, in particolare per quanto riguarda le riforme del governo armeno in materia di competitività, settore privato, sviluppo regionale, lavoro e crescita. Sul Nagorno è intervenuto recentemente Olivèr Vàrhely, Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di Vicinato, ribadendo la vicinanza al Gruppo di Minsk e all’autodeterminazione karabakha. Gli USA, Stato Copresidente del Gruppo di Minsk, invece si sono limitati a condannare il 14 luglio scorso le violenze sul confine armeno-azero: “Sollecitiamo le parti a smettere immediatamente di usare la forza, usare i collegamenti di comunicazione diretta esistenti tra loro per evitare un’ulteriore escalation e aderire rigorosamente al cessate il fuoco”, ha detto la portavoce del Dipartimento di Stato Morgan Ortagus. Una lunga storia fatta di conflitti, ignorata per troppo tempo che potrebbe però avere ripercussioni anche sull’Occidente.