La mediazione della Russia per la pace nel Nagorno-Karabakh: un guadagno per tutti, ma non per l’Armenia

    Corrado Fulgenzi

    I momenti di paura e di ansia sembrano far parte del passato nel Nagorno-Karabakh. Dopo sei settimane di conflitto la popolazione azera festeggia sia sui social sia per le strade l’accordo di pace, annunciato dal proprio Presidente Ilham Aliyev dopo una mediazione della Russia. Sull’altro versante del conflitto la reazione degli armeni è stata tutt’altro che gioiosa, la posizione del Primo ministro Nikol Pashinyan è traballante e probabilmente verrà sostituito. L’intervento della Russia ha indubbiamente accelerato i tempi per una conclusione del conflitto e riesteso la sua influenza nella regione.

    Il conflitto del Nagorno-Karabakh si trascina da trent’anni e il percorso per una risoluzione definitiva sembra ancora lontano. La tensione tra Azerbaijan e Armenia è radicata nella loro storia nazionale ed è in balìa degli interessi geopolitici dei principali attori regionali ed extra-caucasici (Russia, Turchia, Unione Europea, Stati Uniti ed Iran). Sono Stati nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, non hanno potuto metabolizzare processi storici per cui altri Stati hanno avuto un secolo o più. Soprattutto, è troppo complesso in questo scenario garantire contemporaneamente il rispetto di due dei princìpi cardine dell’ordine mondiale liberale: l’autodeterminazione dei popoli e il diritto all’integrità territoriale degli Stati.

    Questo accordo, infatti, ha riconosciuto l’integrità territoriale dell’Azerbaijan, motivo per cui in Armenia, nella capitale Yerevan, le proteste non sono mancate. Il malcontento creatosi è dovuto alla percezione armena dell’accordo di pace come una capitolazione che, come scritto dal think tank International Crisis Group, non è una solida base per poter mantenere la pace. La Russia ha indossato i panni del mediatore senza tener conto delle volontà del governo Pashinyan, entrando in contatto direttamente con il comandante delle forze militari armene del Nagorno-Karabakh: un accordo di pace unilaterale. La presa di Mosca su Yerevan potrebbe nel prossimo futuro tornare ad essere più stretta, fino a trasformarlo in un suo protettorato. Infatti, l’accordo prevede lo stanziamento di 1960 militari russi nel Nagorno-Karabakh – ovvero lungo la linea di combattimento e lungo il corridoio di Lachin che connette l’Armenia alla capitale della regione Stepanakert – per 5 anni estendibile a 10 anni.

    La multipolarità voluta da Vladimir Putin nella Conferenza di Monaco 2007 è questa e l’attuale conflitto l’ha dimostrato ancora. Questa visione multipolare, in cui la Russia di Putin si considera un attore geopolitico proattivo, tende alla stabilità regionale delle zone di interesse nazionale russo, le quali tuttavia si sovrappongono spesso con quelle turche.

    Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin hanno messo in scena un nuovo atto del copione con uno scenario rinnovato: un’ennesima proxy war. Nel caso del Nagorno-Karabakh, il forte legame etnico tra turchi ed azeri – il panturchismo sostenuto da Erdogan – e quello politico tra Baku ed Ankara – entrambi i governi fanno leva su di un populismo nazionale, i cui mandati sono pluriennali e poco democratici – sono stati i motivi per cui la Turchia ha difeso a spada tratta l’Azerbaijan in ogni decisione.

    Come spiegare però l’appoggio militare in assenza di un sostegno diplomatico di Ankara durante la contrattazione degli accordi di pace? Che sia possibile un coinvolgimento militare turco per conto dell’Occidente, mentre quest’ultimo utilizza i canali diplomatici – non obbligatoriamente pubblici –, attraverso l’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa (OSCE) e il Gruppo di Minsk?

    È opinione diffusa che l’OSCE non abbia agito per tempo. Tuttavia, il Presidente dell’Assemblea del Gruppo di Minsk è il georgiano George Tsereteli e la Georgia è uno Stato per cui si lavora da tempo alla sua inclusione nella North Atlantic Treaty Organization (NATO) per evitare una nuova invasione della Russia come quella del 2008, per aumentare la pressione su Mosca, ma, soprattutto, per garantire sicurezza e stabilità nel Caucaso.

    Questa analisi controcorrente sottende l’ottenimento della Turchia, grazie agli accordi di pace, di un importante obiettivo geopolitico: la congiunzione dell’enclave azera di Nakhichevan con Baku grazie all’apertura di un corridoio per i trasporti (sotto controllo russo con parte di quei 1960 peacekeepers) che colleghi la Turchia a Bishkek in Kirghizistan, creando così una via panturca. Ma non è tutto. La questione energetica nella regione è d’interesse per tutti gli attori esterni: il Mar Caspio ospita uno dei più grandi giacimenti di gas al mondo (Shah Deniz) e le tubature di gas (Trans Anatolian Gas Pipelines e Trans Adriatic Pipelines) che sono state costruite attraversano il Caucaso (aggirando l’Armenia), la Turchia e giungono fino all’Europa. Salta all’occhio nuovamente il panturchismo.

    Alla luce di tutto ciò, si può affermare che il conflitto non si è concluso soprattutto se si parla di una pace imposta. Di particolare importanza sarà nei prossimi mesi monitorare la questione interna in Armenia, in cui il governo sembrerebbe aver perso la fiducia dell’orgogliosa popolazione . Geopoliticamente questo significherebbe un “alleato” ritrovato per Mosca e un piccolo vantaggio anche per l’Iran, uno Stato che è parso osservare senza intervenire, forse per la difficile situazione che sta vivendo, nonostante abbia altrettanti interessi nella regione.