La Nord Stream 2 è un’arma a doppio taglio nel caso Navalny

    Adriano Della Bruna

    Dal ricovero di Alexei Navalny, attivista e politico antigovernativo russo, la tensione tra Berlino e Mosca è tornata a salire soprattutto ora che i medici tedeschi che lo stanno seguendo confermano l’avvelenamento da agente nervino.  Con la Germania che chiede spiegazioni e prove valide del non coinvolgimento del Cremlino, e con Putin che smentisce qualsiasi accusa, la conferma da parte dei medici che l’attivista sia stato effettivamente avvelenato ha spinto Angela Merkel ad utilizzare il Nord Stream 2 come strumento di pressione politica, minacciando di bloccarlo. L’idea di arrestare la realizzazione del gasdotto, i cui lavori sono ripresi i primi di agosto e che dovrebbe essere operativo già nel 2021, se non affiancata da un piano energetico alternativo rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio per la Germania considerando che non sono soltanto i russi a trarre beneficio dall’infrastruttura.

    Il blocco della Nord Stream 2 per la Russia

    Se il piano tedesco dovesse andare a buon fine, la Merkel creerebbe un problema non da poco a Putin. La Russia è fortemente dipendente dalle esportazioni di gas essendo il terzo prodotto più esportato ed essendo l’UE il maggiore acquirente. Bloccare l’opera vorrebbe dire creare un danno all’economia russa e quindi alla liquidità a disposizione di Putin soprattutto se pensiamo che solo nel 2018 l’UE ha importato tramite gasdotto circa 193.8 bcm di gas e che la portata del Nord Stream 2 è di 55 bcm annui.  Inoltre, sono da tenere in considerazione le mire geopolitiche di Mosca relative alla realizzazione dell’infrastruttura: il gasdotto infatti conferirebbe uno strumento di pressione politica sull’UE dal momento che una delle sue principali funzioni è ridurre il peso di Paesi di transito come Polonia e Ucraina. Un eventuale blocco dei lavori oltre a creare un danno all’economia russa, metterebbe in discussione le mire geopolitiche sui Paesi dell’est Europa.

    Il blocco della Nord Stream 2 per la Germania

    Allo stesso modo però, una mossa così azzardata da parte tedesca necessita di un piano B nella politica energetica. La realizzazione del gasdotto non è utile solo a Mosca, ma anche a Berlino per poter accelerare il processo di uscita dal carbone nella produzione di elettricità e, in questi termini, possiamo individuare tre opzioni praticabili da parte della Germania. La prima è di rimandare la transizione al gas naturale e tornare a investire sul carbone. La Germania ha già fissato il 2038 per la coal-exit, un obiettivo poco ambizioso che però garantisce ampi spazi di manovra e poca fretta. Nonostante ciò, tale ipotesi potrebbe non essere ben vista da un’opinione pubblica sempre più consapevole dei rischi del cambiamento climatico, oltre a non essere assolutamente in linea con gli impegni che sta prendendo l’UE sul tema. Per non parlare dei costi economici del carbone sul gas naturale nel breve periodo e dei costi di lungo periodo dovuti al ritardo della transizione. Questa prima ipotesi sarebbe dunque una soluzione vantaggiosa sul piano geopolitico ma non su quello economico ed ecologico. La seconda, e più probabile, è che la Germania possa cercare approvvigionamenti di gas per altre vie ovvero utilizzando a pieno regime i gasdotti che transitano per i Paesi dell’est Europa o investire su nuovi progetti di diversificazione delle fonti come il Southern Gas Corridor, l’EastMed o il gas liquefatto statunitense. Un’opzione sicuramente vantaggiosa sul piano economico ma che -di nuovo- sacrifica quello ecologico e non risolve completamente la questione geopolitica dato che da un lato manterrebbe in gran parte la dipendenza dal gas russo, e dall’altro creerebbe nuovi fronti di dipendenza da altri attori. Ultima opzione, meno probabile ma più auspicabile, è che la Merkel si sia resa conto di avere la capacità di dare un’accelerata importante nella transizione ecologica e di poter combinare produzione di energia “pulita” (energie rinnovabili) a meccanismi di riduzione del fabbisogno energetico (efficientamento ed elettrificazione). Al netto di tutti i limiti dovuti al lockdown, una ricerca condotta dal centro studi Ember che ha analizzato il sorpasso del rinnovabile sulle fonti fossili in Europa nel primo semestre del 2020, mostra una buona capacità da parte del sistema energetico tedesco di operare uno switch dal carbone alle rinnovabili. Quindi bloccare il gasdotto sarebbe vantaggioso anche a livello economico e ambientale solo se si percorresse la terza strada, ovvero quella di una riduzione sul lungo periodo della dipendenza energetica dai partner regionali.

    In conclusione

    Tale scenario ci racconta che il gas naturale, per la fisicità che impone un commercio tramite gasdotti che attraversano diverse regioni e per la sua capacità di ampliare la dipendenza tra Stati che lo importano e quelli che lo esportano, si presta bene ad essere utilizzato come strumento geopolitico. L’abilità di utilizzarlo a proprio vantaggio è data da altri fattori come la complessità del mix energetico e la conseguente capacità di diversificazione delle fonti dei Paesi coinvolti, la robustezza delle economie in questione e la possibilità di trovare alternative in differenti partner regionali. Viste le precedenti considerazioni le minacce della Merkel potrebbero lasciare il tempo che trovano in quanto un eventuale blocco del Nord Stream 2 cadrà a vantaggio tedesco solo in base a come la Germania deciderà di utilizzare questo strumento e in base alla direzione che vorrà prendere nella sua politica energetica. Se Berlino non dovesse prendere le giuste decisioni, un azzardo del genere potrebbe essere un assist involontario a Mosca. Per il momento il gasdotto resta un’arma a doppio taglio in mano ad entrambi gli attori.