La politica estera degli Emirati Arabi Uniti nel Mediterraneo

    Edoardo Del Principe

    In Libia si parla sempre più di proxy war con il dispiegamento di forze turche e russe a sostegno rispettivamente di Sarraj ed Haftar. Mediaticamente queste sono le due forze che più rappresentano questo scontro ma come riportato da un articolo precedente, il numero di attori coinvolti nel contesto libico è ben maggiore, rendendo la Libia ben più di uno scenario di una guerra per procura ma un hub nel quale ridiscutere le influenze e i protagonisti del Mediterraneo orientale e centrale.

    La sottile linea che collega il petrolio alle armi

    Uno degli attori di cui si parla meno ma che ha avuto più influenza in Libia sono gli Emirati Arabi Uniti. Contestualizzando, gli EAU sono uno Stato della penisola arabica nato dall’indipendenza dal Regno Unito nel 1971. La nazione si regola attraverso una monarchia federale nella quale sette emirati governano altrettante regioni come monarchi assoluti, ritrovandosi poi a parlare della politica del Paese nel Consiglio Federale Supremo. Lo Stato, come molti altri nella medesima area, è estremamente dipendente dall’export di petrolio e gas naturale, ma negli ultimi anni non sembra essere stato l’unico business in cui gli Emirati si sono cimentati. Sin dalla metà degli anni ‘90 gli EAU hanno intrapreso un processo di sviluppo del settore industriale della difesa, investendo i ricavati del petrolio per aumentare il proprio approvvigionamento di arsenale bellico e per supportare progetti di ricerca e sviluppo. Nel 2019 gli EAU hanno aumentato la loro spesa per la Difesa del 41%.

    Nel corso degli anni la nazione è diventata sempre più autosufficiente e in grado di produrre veicoli armati, droni e navi militari, con la prospettiva futura di diversificare maggiormente i suoi investimenti. Questo ha permesso agli Emirati di entrare tra i top 30 esportatori globali di armamenti e ottavi per l’importazione. I numeri sono impressionanti se si considera quanto piccola e scarsamente popolata sia la nazione. Gli EAU sono presto diventati una delle potenze militari più avanzate nel mondo arabo divenendo in primis un alleato fondamentale per l’Arabia Saudita e in secondo luogo, capaci di prendere parte a recenti conflitti come un vero e proprio ago della bilancia. Spalleggiando o venendo spalleggiati dai sauditi, con i loro interventi in Siria, Yemen e Libia, gli Emirati si sono guadagnati un posto nello scenario geopolitico medio-orientale e nordafricano.

    Dal Golfo persico al Mar Mediterraneo

    A livello geopolitico è difficile spiegare perché una piccola nazione che si affaccia al Golfo persico sia così interessata alle attività che si registrano in Libia e nel Mediterraneo. La risposta a questo risiede non nelle cartine fisiche o politiche ma in quelle dei gasdotti che collegano oriente a occidente. Gli Emirati Arabi Uniti hanno trovato un’opportunità unica e forse irripetibile per mettere le mani sui gasdotti e oleodotti mediterranei con l’emergere della coalizione, principalmente finanziata dai sauditi, dietro Haftar. In una guerra fatta al risparmio con pochi mezzi e uomini, come sottolinea il corrispondente Daniele Raineri per Il Foglio, la prontezza e la rapidità di dispiegamento di materiale bellico per il fronte di Bengasi (nonostante l’embargo vigente dal 2011), è stata una mossa che ha messo gli emirati in una posizione di maggiore evidenza nello scacchiere libico rispetto alla Russia, attualmente più un osservatore che un vero player del fronte di Haftar. Con il fallimento dell’offensiva del generale Haftar e il coinvolgimento in Yemen, gli EAU hanno rivisto la loro posizione nel quadro libico da un approccio più hard power a uno più soft power. Alla ricerca di un accordo con le Nazioni Unite per favorire il dialogo (come avvenuto nel 2019 tra le due parti), cercano di porsi sotto la nuova veste di mediatori. Non sembra quindi strano che l’accordo italo-greco sulle frontiere marittime abbia trovato il sostegno di Bengasi ma non quello di Sarraj, che avrebbe preferito trovare un analogo accordo con la Turchia. Gli EAU nell’ottica di depotenziare i propri concorrenti e arrivare al tavolo delle trattative con un peso sulla bilancia maggiore sacrificano le appartenenze agli schieramenti per favorire un Mediterraneo più diviso e quindi facile preda.

    Mare nostrum o di altri?

    Il Covid-19 e le oscillazioni del prezzo del petrolio rallentano ma non fermano l’asse emirato-egiziano che vuole, da diversi anni a questa parte, limitare l’influenza turca e di conseguenza della Fratellanza musulmana da essa supportata. Un gioco politico ed economico, quello libico, che gli emirati leggono, analogamente a quanto successo con le primavere del 2011, come un tentativo della Turchia di espandere la propria influenza nella regione nord africana supportando determinati movimenti politici. Una visione, quella dell’islam politico, che non ha mai trovato il sostegno nemmeno dei sauditi.

    Quello che una volta venne definito Mare Nostrum, nome dato anche alla sfortunata missione italiana di Search and Rescue nelle acque del Mediterraneo centrale, è oramai uno spazio anarchico nel quale si è violato l’embargo di armi verso la Libia dal 2011, mentre nel recente passato è stato oggetto della rotta del traffico di esseri umani. La politica tra Stati che si affacciano sul Mediterraneo sembra essere a un nuovo punto minimo con le tensioni tra Italia ed Egitto (per il caso Regeni) e il continuo fervore tra Turchia e Grecia. Non occorre sottolineare neanche l’oramai inesistente politica estera comune tra gli Stati dell’Unione sul teatro libico. L’emergere di attori come gli EAU dovrebbe fare da campanello d’allarme all’Europa indicando che qualcosa non va, nuove forze stanno mutando il panorama geopolitico dei confini “di casa” senza che si faccia apparentemente nulla per fermarlo. La missione EUNAVFOR IRINI lanciata con colpevole ritardo avrà il compito di monitorare il rispetto dell’embargo di armi per velocizzare il processo di conciliazione tra i due schieramenti che potrebbe però vedere gli Stati dell’Unione come spettatori sugli spalti.