La teoria della disoccupazione e applicazione pratica nel caso Italiano

    Alberto Belladonna

    Gli attuali alti tassi di disoccupazione di molti paesi periferici dell’Unione Europea risentono ancora fortemente delle conseguenze della crisi economica internazionale che, dal sistema finanziario, si è propagata a partire dalla fine del 2007 al sistema economico reale. In alcuni paesi come il nostro tuttavia, gli effetti della crisi economica si sono andati ad aggiungere a tassi di disoccupazione già piuttosto alti legati a preesistenti elementi di criticità. Le cause della disoccupazione possono infatti essere molteplici e presentarsi a volte nello stesso momento, rendendo complessa la valutazione da parte dei policy maker delle misure più appropriate per affrontarla.

    Fino alla crisi del 1929, il modello di riferimento dei responsabili della politica economica riteneva che fosse l’offerta a creare la propria domanda (legge del Say) e che, in presenza di mercati perfettamente concorrenziali, l’incontro tra domanda e offerta di lavoro garantisce automaticamente l’equilibrio di piena occupazione. Eventuali eccessi di offerta di lavoro erano assorbiti mediante una riduzione del salario reale tale da compensare la riduzione della produttività marginale del lavoro determinata ceteris paribus da un incremento del lavoro.

    Di fronte ai crescenti tassi di disoccupazione degli anni Trenta e all’impossibilità di riassorbirli da parte del libero agire delle forze del mercato Keynes elaborò con la sua Teoria Generale (1936) un nuovo approccio di analisi del fenomeno della disoccupazione. In antitesi con la teoria classica, per Keynes la produzione e il livello di occupazione sono determinati dalla domanda effettiva. In presenza di eccessi di offerta aggregata rispetto alla domanda si sarebbe creato in accumulo di scorte e una successiva riduzione della produzione con un aumento della disoccupazione, determinando un nuovo equilibrio ma di sottocupazione del potenziale produttivo. Si genera così una disoccupazione involontaria, in quanto parte della forza lavoro disoccupata sarebbe disposta a lavorare al salario reale di mercato. Per Keynes, questa forza lavoro non è riassorbita attraverso la riduzione del salario reale in quanto, in primo luogo i prezzi e i salari sono rigidi nel breve periodo. In secondo luogo, eventuali riduzioni del salario reale possono non essere sufficienti a spingere gli imprenditori ad assumere qualora la domanda effettiva, e quindi le loro previsioni di vendita rimangano depresse.

    La teoria keynesiana è stata oggetto di diverse riformulazioni che hanno cercato di riconciliare il pensiero dell’economista inglese con la teoria classica. L’apporto più importante proviene dalla sintesi neoclassica che ha studiato le dinamiche della domanda aggregata in una situazione di equilibrio simultaneo nel mercato dei beni e della moneta attraverso il modello ISLM elaborato da Hicks e Hansen.  Secondo tale approccio, la disoccupazione è determinata dalla vischiosità dei prezzi e salari nel breve periodo. La differenza rispetto all’analisi keynesiana risiede tuttavia nella valutazione degli effetti su prezzi e salari delle politiche di sostegno alla domanda. In particolare, mediante la rielaborazione della curva di Phillips, si dimostrò empiricamente una relazione inversa tra tasso di disoccupazione e variazione dei salari monetari e di qui del tasso d’inflazione. Esisterebbe dunque un trade-off tra disoccupazione e inflazione il cui valore dipenderà dall’importanza assegnata dai policy maker ad un obiettivo rispetto all’altro.

    Questo trade-off fu messo in discussione dalla scuola monetarista negli anni Cinquanta in quanto si basava su un’illusione monetaria cui sono soggetti i lavoratori che non si accorgono del fatto che l’inflazione ha ridotto il loro salario reale. Questa illusione tuttavia è temporanea.  Attraverso l’introduzione delle aspettative adattive infatti, i lavoratori riadatteranno mediante contrattazioni collettive successive i propri salari ai tassi d’inflazione sulla base dell’inflazione precedente riconducendo la disoccupazione al suo livello naturale in cui si verifica l’eguaglianza tra salario reale e produttività marginale del lavoro. Coloro che hanno un salario di riserva superiore al salario d’equilibrio escono fuori dalla forza lavoro e sono considerati come disoccupati volontari o scoraggiati. Eventuali situazioni di disoccupazione sono dunque transitori (c.d. disoccupazione frizionale) legati soprattutto al tempo necessario al lavoratore per cambiare lavoro. L’impostazione monetarista è integrata dalle successive teorie della nuova macroeconomia classica in base alle quali gli individui sono perfettamente razionali e dotati di piena informazione e non sono dunque soggetti a illusione monetaria. Prezzi e salari sono dunque perfettamente flessibili anche nel breve periodo, verificando immediatamente l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

    Tale impostazione fu tuttavia criticata dalla nuova macroeconomia keynesiana. La NMK, pur rinvenendo le cause principali della disoccupazione nel mercato del lavoro, individua nell’esistenza di rigidità nella fissazione dei salari reali le cause che non permettono al sistema di andare in piena occupazione, generando così disoccupazione involontaria. In particolare, i neokeynesiani micro fondano le ragioni per le quali, pur in presenza di individui razionali, i prezzi e salari sono vischiosi.  I motivi sarebbero derivanti sia da imperfezioni come la presenza di informazione asimmetrica, lavoro eterogeneo e concorrenza sia da ragioni istituzionali come la presenza di sindacati, la tutela del lavoro, i sussidi di disoccupazione e la fissazione di salari minimi. Le teorie neokeynesiane rielaborano anche il modello di Friedman del tasso naturale di disoccupazione, inserendo l’ipotesi di concorrenza imperfetta. Secondo l’analisi proposta dai neokeynesiani, le imprese fisseranno i prezzi in base ai propri obiettivi solo in seguito alla contrattazione salariale. Aumenti d’occupazione o di salari nominali contrattati possono dunque essere agevolmente assorbiti dalle imprese mediante un aumento dei prezzi, determinando un aumento dell’inflazione. Esisterà dunque un unico tasso di disoccupazione per la quale non si riscontrano aumenti inflazionistici (NAIRU), sebbene a tale tasso possa anche esserci disoccupazione involontaria.

    Analizzati i principali modelli teorici che studiano le cause della disoccupazione occorre dunque valutare quali siano le cause prevalenti degli attuali tassi di disoccupazione, in particolare in Italia.   L’attuale crisi economica ha indubbiamente causato una disoccupazione generata da carenza di domanda in linea con l’analisi keynesiana. La crisi finanziaria si è infatti trasmessa al mercato reale attraverso diversi canali.  Innanzitutto, le crisi bancarie hanno portato ad una rarefazione del credito e ai canali di finanziamento degli investimenti privati. In secondo luogo, la crisi del mercato azionario e dei mutui sub prime ha avuto degli effetti sui consumi attraverso la riduzione della ricchezza a causa del crollo del valore degli asset detenuti. Infine, il peggioramento delle prospettive di redditività degli investimenti da parte degli imprenditori ha a sua volta ridotto ulteriormente gli investimenti nonostante gli attuali bassi tassi d’interesse.

    Tuttavia, queste cause della disoccupazione causate dalla crisi economica si sono aggiunti nel nostro paese ad ulteriori elementi di criticità preesistenti a causa dei quali esisteva già un tasso di disoccupazione piuttosto alto. Tali elementi sono innanzitutto riscontrabili nel mercato del lavoro. In linea con l’analisi compiuta dalla NMK esistono nel nostro paese situazioni di rigidità legate al mercato del lavoro che mantengono il costo del lavoro ad un livello superiore alla sua produttività. Questi elementi si riscontrano in particolare nella presenza di un forte potere contrattuale da parte dei sindacati e di un sistema duale insider-outsider unito ad un’alta tassazione applicata dallo Stato alle imprese per ogni singolo lavoratore (c.d. cuneo fiscale). A questi elementi si aggiungono inoltre le ulteriori cause microfondate dalla teoria NMK che rendono rigidi i salari, come la presenza di salari di efficienza o di contratti impliciti.

    Esistono tuttavia ulteriori cause atte a spiegare l’alto tasso di disoccupazione presente in Italia riscontrabili soprattutto nel mercato dei beni. Innanzitutto, una parte del nostro sistema industriale si basa sulla produzione di beni tradizionali ad alta intensità di lavoro scarsamente competitivi sui costi rispetto alla concorrenza proveniente dai paesi in via di sviluppo. La stessa concorrenza internazionale in questi comparti ha inoltre portato ad una riduzione delle aspettative di profitto degli imprenditori ed un depauperamento del prodotto potenziale del nostro paese. A ciò si aggiunga la riduzione dei consumi dovuta alla crescente polarizzazione del reddito e della ricchezza a discapito delle fasce meno abbienti con una propensione marginale al consumo più alta. Infine, in virtù degli obblighi derivanti dal patto di stabilità e crescita e dalla necessità di contenere il nostro alto debito pubblico, negli anni si è ridotta anche la spesa pubblica.

    Per far fronte a questo aumento della disoccupazione, diverse sono state le politiche intraprese. In primo luogo, per far fronte alla crisi finanziaria sono state intraprese da tutti i governi politiche di sostegno alla domanda aggregata mediante sia politiche di bilancio che monetarie espansive. In Europa tuttavia, dati i vincoli imposti dal patto di stabilità e crescita, le politiche di bilancio sono state limitate, preferendo piuttosto stimolare gli investimenti mediante una riduzione dei tassi d’interesse da parte della BCE. La maggior parte delle politiche sono state prevalentemente sul lato dell’offerta.

    In Italia a partire specialmente dalla seconda metà degli anni Novanta si è sperimentata una tendenza a interpretare le teorie neokeynesiane mediante sostanziali riforme del mercato del lavoro anche in virtù delle direttive comunitarie derivanti dalla strategia europea sull’ occupazione del 1997 e dalla strategia di Lisbona del 2000. In particolare, le principali riforme sono state finalizzate a flessibilizzare i contratti di lavoro al fine di aumentare l’occupazione complessiva del sistema. Tale flessibilizzazione ha comportato da una parte la parziale abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che imponeva il divieto di licenziamento del lavoro subordinato, e dall’altra l’introduzione di nuovi contratti c.d. atipici a tempo determinato.

    La legge Biagi del 2003, oltre ad introdurre nuove figure di lavoro a tempo determinato ha anche innovato la materia favorendo forme private di intermediazione volte a favorire l’incontro tra domanda e offerta. Queste riforme hanno indubbiamente avuto il pregio di aumentare l’occupazione generale favorendo anche categorie precedentemente al di fuori della forza lavoro, in special modo l’occupazione femminile, anche se gli effetti complessivi sulle performance del sistema sono alquanto dibattute. Si è venuta a creare infatti una sorta di economia duale tra insider, ovvero quelle categorie di lavoratori protette da forme precedenti di contratti lavorativi e outsider o nuovi occupati, soggetti ad una minore protezione. Inoltre, l’effetto di tale aumento di lavoro precario sulla domanda e sull’ offerta aggregata è stato ambiguo.

    Per quanto riguarda gli effetti sulla domanda infatti, la crescente precarizzazione rischia di determinare, in assenza di forme di “flexsecurity”, una maggiore insicurezza e quindi una riduzione dei consumi delle famiglie. Gli effetti sull’offerta vanno invece valutati in un’ottica di redditività degli investimenti e di aspettative degli imprenditori. Se infatti gli alti costi del lavoro in Italia sono una delle motivazioni alla base di una minore occupazione, è anche vero che l’industria italiana è in una fase di enorme transizione. Le scarse prospettive di redditività di investimenti dovute ad una scarsa propensione all’innovazione in settori tradizionali dell’industria nazionale, hanno infatti comportato una sostanziale riduzione del potenziale produttivo del nostro sistema.

    Occorrerebbe infatti che il nostro paese intraprenda una politica industriale di lungo periodo volta a favorire sia gli investimenti produttivi strategici e sia la ricerca e sviluppo. La discrezionalità del nostro paese ad intraprendere politiche fiscali espansive che sostengano gli investimenti e la ricerca è tuttavia limitata dall’alto indebitamento pubblico e dai vincoli posti dall’appartenenza all’UME. Tali vincoli risultano ancora più stringenti in questa fase di crisi economica globale, determinata da un drastico crollo della domanda, che richiederebbe un sostegno attivo da parte dello Stato. L’unica possibilità rimane dunque quella di intraprendere una riallocazione delle risorse disponibili al fine di stimolare politiche qualitative che rilancino la produzione nel lungo periodo. In conclusione, il fenomeno della disoccupazione risulta estremamente complesso e può essere determinato sia da rigidità nel mercato del lavoro e sia dalla stessa performance del sistema economico, due aspetti che a loro volta possono presentarsi contemporaneamente e influenzarsi a vicenda, come il caso italiano evidenzia.

    Alberto Belladonna è collaboratore dell’IsAG