Lavrov rompe il silenzio di Putin sulla vittoria di Biden

    Carlo Comensoli

    Anche se negli Stati Uniti non si prospetta una facile transizione presidenziale, la vittoria di Joe Biden alle elezioni dello scorso 3 novembre è stata riconosciuta dai principali Capi di Stato e di governo della comunità internazionale, con le due grandi eccezioni del Presidente del Brasile Jair Bolsonaro e del Presidente della Federazione russa Vladimir Putin. Non si tratta ovviamente di un ostacolo concreto al passaggio dei poteri che avverrà col giuramento del Presidente eletto il 20 gennaio 2021, ma i mancanti messaggi di congratulazioni sono un chiaro segno che permette di comprendere non solo le affinità dei due leader con il Presidente uscente Donald Trump ma anche quanto le prospettive del ruolo internazionale degli Stati Uniti proposte dai due candidati durante la campagna elettorale siano più distanti di quanto non accadesse in passato.

    Il ruolo delle interferenze russe come fattore più o meno determinante nello svolgimento delle elezioni statunitensi era già emerso nel 2016. È tuttora difficile comprendere in che misura questo fattore possa essere stato decisivo per gli elettori e per l’andamento della politica americana negli ultimi anni, tuttavia anche quest’anno si è ripresentato il rischio di una possibile influenza russa sulla campagna elettorale, anche se con minor clamore da parte dei media rispetto a quattro anni fa. Eppure, è importante notare come gli interessi geopolitici della Russia nel 2020 siano diversi, soprattutto alla luce degli avvenimenti dell’ultimo anno; allo stesso tempo, anche la posizione del Presidente russo durante gli anni del mandato di Trump è cambiata, sia sul piano della politica interna che a livello internazionale.

    A due settimane dalle presidenziali americane tutti i grandi elettori sono ormai stati assegnati ai due candidati e il mancato riconoscimento ufficiale della vittoria di Biden da parte di Putin, probabilmente sulla scia delle accuse di brogli da parte del Presidente uscente, stona con i risultati delle elezioni. Eppure in tutto questo il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha preso posizione il 12 novembre durante una conferenza stampa, sostenendo che la politica estera di Biden dal punto di vista russo si prospetta come del tutto simile a quella promossa dall’amministrazione Obama. È quindi importante cercare di capire quali sono gli interessi in gioco per la Russia e quale potrebbe essere l’apporto del Presidente neoeletto Biden alla politica estera statunitense.

    La Russia per Trump e Biden

    È ancora presto per vedere quali saranno gli effetti dell’amministrazione Trump nel lungo periodo sul piano internazionale, tuttavia sarebbe abbastanza sommario liquidare la politica estera americana degli ultimi quattro anni come l’inizio di una sorta di declino dovuto a un’inazione -che è tutta da provare. Sicuramente, soprattutto rispetto a Obama, Trump ha portato a una svolta in senso unilaterale: ne sono prova la guerra commerciale con la Cina innescata durante la sua presidenza a dispetto degli interessi degli alleati europei, nonché il ritiro da trattati chiave come l’Accordo di Parigi sul clima e l’Accordo sul nucleare iraniano. È su quest’ultimo punto che si può aprire una prima parentesi sul rapporto tra Stati Uniti e Russia durante l’amministrazione uscente: il ritiro dall’accordo non denota di per sé un totale disinteresse di Trump per la questione delle armi nucleari, come sottolineato dall’ex Consigliera alla Casa Bianca per i rapporti con l’Europa e la Russia Fiona Hill al The Atlantic. Già durante la sua prima conferenza stampa dopo l’insediamento, Trump aveva rimarcato l’importanza di intrattenere buoni rapporti con la Russia in quanto potenza nucleare. Quest’ultimo punto sarebbe poi anche riemerso in seguito nel corso degli incontri con l’ex Prima ministra del Regno Unito Theresa May.

    Ma il passaggio della presidenza da Trump a Biden significherebbe anche il ritorno a una politica estera multilaterale e all’uso della diplomazia nelle relazioni internazionali. Stando al programma per la politica internazionale presentato dal Presidente eletto, questo multilateralismo vedrebbe il ritorno a un ruolo primario della NATO e al consolidamento della tradizionale alleanza con le altre democrazie liberali. Tuttavia, sul piano dei rapporti con la Russia la questione nucleare si ripresenta nuovamente con la proposta di un nuovo Accordo START per il controllo delle testate.

    Gli interessi di Mosca

    Al di là della questione nucleare, sicuramente il ritorno a una centralità del Patto atlantico nella politica estera statunitense e il rafforzamento della tradizionale alleanza con le democrazie occidentali non può essere visto di buon occhio dal Cremlino. Sotto questo punto di vista, le prime dichiarazioni del Ministro degli Esteri russo Lavrov sono tutt’altro che incoerenti. Allo stesso tempo, è opportuno comunque notare come la posizione della Russia in questi quattro anni sia cambiata e come ora ci siano diversi interessi in gioco. Il ritorno a una politica estera americana più “tradizionale” e a un maggiore interesse per le questioni geopolitiche cruciali da parte della presidenza USA complicherebbe gli sforzi di Mosca di consolidare il suo ruolo sul piano internazionale, come la recente risoluzione del conflitto in Nagorno-Karabakh. Mentre quindi la Russia ha visto i propri interessi geopolitici mutare in questi anni, complice anche l’inevitabile crescita dell’influenza cinese in Asia centrale e non solo, anche la posizione di Vladimir Putin è cambiata. Sul piano istituzionale, il Presidente russo a luglio di quest’anno è riuscito a ottenere una prevedibile vittoria al referendum-plebiscito che, tra gli altri emendamenti costituzionali approvati, può eventualmente permettergli di restare al potere fino al 2036. Questo risultato politico di fatto rafforza l’idea espressa durante un’importante intervista rilasciata nel 2019 al Financial Times da Putin, secondo cui il liberalismo sarebbe diventato obsoleto. D’altro canto, i recenti avvenimenti del 2020 potrebbero anche aver portato a un indebolimento della posizione del Presidente russo. L’avvelenamento dell’oppositore politico Aleksej Naval’nyj ha ulteriormente sconfessato la deriva autoritaria in Russia nell’opinione pubblica internazionale. Anche le proteste di quest’estate a Khabarovsk, lontano da Mosca e all’estremo oriente russo, hanno nuovamente portato alla luce l’insoddisfazione dei cittadini nei confronti delle autorità e dell’alto tasso di corruzione della politica russa. Infine, le continue proteste nella vicina Bielorussia contro Lukashenko, che pure non era tra i più saldi alleati di Putin, ha messo in risalto un possibile indebolimento del ruolo del Cremlino nella sua sfera di influenza.

    Tutti questi risvolti sono abbastanza recenti, ed è quindi presto per comprendere cosa abbia significato quest’anno per Putin. Sicuramente, la vittoria di Biden non faciliterà il consolidamento del ruolo della Russia sul piano internazionale. Per questo il silenzio del Presidente russo sul risultato delle presidenziali americane del 3 novembre non stona con la sua linea di pensiero, che è di sicuro più affine alla politica estera fin qui seguita da Donald Trump. Questo è confermato dalle dichiarazioni della settimana scorsa di Sergej Lavrov.