Le alture del Golan: da pomo della discordia a vaso di Pandora?

    Fatima Ezzahra Ez Zaitouni

    Dopo Gerusalemme, è la volta delle alture del Golan: con il riconoscimento della sovranità di Tel Aviv sulle alture, Trump ha legittimato un’altra delle principali rivendicazioni di Israele. Nei giorni scorsi il presidente statunitense, dopo aver esplicitato le proprie intenzioni in un tweet, ha formalmente ufficializzato la decisione in una dichiarazione unilaterale firmata a Washington alla presenza di Netanyahu.

    La dichiarazione, va notato, arriva in concomitanza con il congresso annuale della più grande e potente lobby pro-Israele a Washington, l’AIPAC, che ha riunito politici statunitensi importanti, tra cui diversi membri del Congresso e lo stesso vicepresidente Pence, oltre a numerose altre personalità di rilievo internazionale. Il riconoscimento da parte statunitense della sovranità israeliana su territori annessi unilateralmente è stato letto da molti come un punto di rottura, un precedente negativo nella politica estera dal 1948 che rischia di aprire un vero e proprio vaso di Pandora, incoraggiando all’annessione unilaterale dei territori oggi contesi in varie parti del mondo. Ad ogni modo, nonostante la mossa di Washington sia stata apparentemente improvvisa, essa di certo non era imprevedibile, e questo non soltanto per gli stretti rapporti tra questa amministrazione americana e Tel Aviv, ma anche perché rappresenta il punto di arrivo naturale del graduale cambio di prospettiva riguardo allo status del territorio in questione, tanto più che già nel maggio del 2018 un ministro israeliano aveva accennato a questa possibilità.

    Inoltre, nel novembre dello stesso anno gli Stati Uniti si espressero contro la risoluzione delle Nazioni Unite che chiedeva il ritiro di Israele dalle alture del Golan e, ancor più significativo, è stato il mutamento linguistico nel rapporto annuale del Dipartimento di Stato sullo stato dei diritti umani in Israele e nei territori occupati, pubblicato lo scorso 13 marzo: qui, e per la prima volta, il Golan non viene più definito ‘territorio occupato’ ma ‘territorio controllato’ da Israele[1].

    Tutto ciò arriva in un momento particolarmente delicato per il premier israeliano, a circa due settimane dalle elezioni anticipate che si prospettano tutt’altro che scontate per il premier che deve confrontarsi con una crescente opposizione interna e problemi con la giustizia. La mossa di Trump, quindi, può essere interpretata come l’ennesima mossa della Casa Bianca per sostenere la complicata campagna elettorale di Netanyahu, ma ancor più significativamente, come riportato da alcuni media israeliani, potrebbe rappresentare una sorta di indennizzo a Tel Aviv dopo il ritiro dalla Siria. Tuttavia, essa non può essere liquidata come semplice mossa dettata dal cinismo politico, bensì va collocata nel più generale ambito della strategia americana per il Nuovo Medio Oriente e dell’inedito atteggiamento nei confronti delle norme di diritto internazionale, nonché come ulteriore indicatore della posizione sempre più unilateralista dell’amministrazione Trump che, nel caso del Golan, non convince nemmeno gli alleati occidentali, tra cui l’Unione Europea, ed è, al contrario, ulteriore indicatore di quanto la strategia della Casa Bianca e quella dei principali partner siano sempre meno allineate per quanto riguarda lo scacchiere mediorientale.

    Nell’ambito del diritto internazionale, poi, l’annessione unilaterale di territori non produce l’effetto giuridico di legittimazione della sovranità e nel caso del Golan ciò è stato ribadito anche dal Segretario Generale dell’ONU, Guterres, in risposta alla dichiarazione di Trump. Significativa, poi, è stata la reazione dei paesi arabi nella regione, descritta efficacemente come ‘un’alzata di spalle’ in un articolo apparso sul sito della CNN. Un atteggiamento, peraltro, in linea con i recenti sviluppi nelle relazioni tra questi paesi e Israele, anche sulla base dell’allineamento degli interessi strategici nella regione, in particolare la condivisa convinzione circa la necessità di una strategia di contenimento dell’Iran.

    Parole di condanna più decise sono, invece, arrivate dalla restaurata Siria di Bashar al-Assad, la quale ha fatto appello ad un vertice d’urgenza presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tenutosi mercoledì notte e conclusosi con 14 voti contrari al riconoscimento del Golan come territorio israeliano. Parole di condanna sono, poi, arrivate dagli alleati russi e iraniani, ma anche dal presidente turco.

    Il Golan, occupato da Israele nel 1967 dopo la Guerra dei Sei Giorni e unilateralmente annesso nel 1981 dalla Legge delle Alture del Golan, è uno dei territori formalmente più contesi, ma anche il fronte di guerra più tranquillo della regione dacché, di fatto, non esisteva una vera e propria pressione internazionale su Israele per la restituzione dei territori occupati.

    I rilievi dell’altopiano, ricchi di falde acquifere e corsi d’acqua, controllano la piana siriana a est[2], mentre a ovest dominano il Lago di Tiberiade, principale riserva d’acqua dolce di Tel Aviv, l’alta valle del Giordano e parte della Galilea. A sud-est passa il fiume Yarmuk, mentre a nord-ovest si ergono le cime del monte Hermon che costituiscono un punto d’osservazione privilegiato e sul cui picco, a 2.814 metri di altezza, sono da anni installate potenti stazioni radar israeliane.


    Sebbene l’avvento dei missili balistici e della tecnologia satellitare abbiano ormai privato le alture della loro secolare funzione di bastione difensivo, queste mantengono un’elevata importanza geostrategica e ciò appare chiaro a Tel Aviv, senz’altro memore della sua vulnerabilità quando prima della Guerra dei Sei Giorni l’artiglieria siriana aveva, dai settori di Hula e Tiberiade, facili bersagli in territorio israeliano. L’acquisizione del Golan, quindi, permette da un punto di vista della sicurezza e strategia militare di monitorare sia la valle libanese della Beqaa, bastione dei filoiraniani libanesi, gli Hezbollah, sia Damasco che, alla luce della restaurazione in corso in Siria e alla progressiva ricostituzione dell’asse Teheran-Damasco, potrebbe diventare l’avamposto militare iraniano in Siria.

    Le alture del Golan sono strategiche almeno sotto altri tre profili. Anzitutto, esse rappresentano, il punto di passaggio e di confluenza di un terzo delle risorse idriche israeliane, oltre ad essere uno dei principali serbatoi di oro blu in una regione dove ogni goccia d’acqua è essenziale, tanto più che, come insegna la geografia delle risorse, l’acqua da bene essenziale si è via via trasformata in bene economico e commerciale, rafforzando così la sua componente geopolitica. Ed è per questo che una decisione come quella americana non mancherà di riaprire la questione idrica in una regione già percorsa da numerose faglie. In altre parole, quindi, chi controlla il territorio del Golan può programmare il proprio sviluppo e condizionare quello degli altri, acquisendo un potere contrattuale importante su tutti gli Stati limitrofi; inoltre, per un’agricoltura intensiva come quella israeliana avere accesso diretto alle acque del monte Hermon diventa strategico. A ciò si aggiunga che la conformazione geologica e la presenza di terreni di origine vulcanica particolarmente fertili rendono il Golan ricco anche di oro verde, tanto da essere considerato un vero e proprio ‘giardino’: è qui, infatti, che si trovano vitigni dai quali vengono prodotti vini di fama internazionale, oltre a molta parte della produzione agricola del paese.

    Ma non ci sono soltanto la questione idrica e quella della terra che interessano il Golan: c’è anche quella petrolifera, che in una regione come quella mediorientale è da sempre un fattore determinante nelle vicende geopolitiche. Dal 2013, infatti, Israele ha iniziato a esplorare l’area e a perforare in cerca dell’oro nero e dei giacimenti di gas. L’esplorazione dell’area è stata affidata in via esclusiva ad una società israeliana, la Afek Oil&Energy, che costituisce un ramo dell’americana Genie Energy, tra i cui consulenti figura l’ex vicepresidente degli Stati Uniti, Dick Cheney, e tra i cui azionisti e consulenti strategici si trovano nomi importanti come quello dell’editore Rupert Murdoch, il finanziere Jacob Rothschild e James Woolsey, ex direttore della CIA. Si può, quindi, immaginare che la decisione di Trump muova da importanti interessi, petroliferi oltre che geopolitici, che legano l’interesse americano a Israele.

    La domanda che sorge, quindi, è se questo riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture, accolto da tiepide reazioni da parte delle principali monarchie mediorientali, sia in realtà una delle tappe intermedie dell’atteso quanto indefinito Accordo del Secolo e se tale riconoscimento possa estendersi anche a Gaza e alla West Bank o se, come ha affermato Weinberg, vicepresidente del Jerusalem Institute for Strategy and Security, il riconoscimento di Trump è un messaggio ai paesi arabi: più a lungo si trascina il processo di pace con Tel Aviv maggiori saranno le perdite e rifiutare l’imminente Accordo significherebbe uscire sconfitti.

    Note

    [1] Per il rapporto si veda Israel and the Golan Heights 2018 Human Rights Report.
    [2] La periferia sud-occidentale di Damasco dista appena 60 km ed è sede di alcune delle divisioni chiave dell’esercito siriano.