Le conseguenze della Brexit nelle relazioni tra Europa e Regno Unito nel settore della difesa

    Edoardo Del Principe

    Dal recente meeting del 15 giugno tra leader delle istituzioni europee e il Primo ministro Johnson non emergono sostanziali passi in avanti riguardo l’accordo tra Unione e Regno Unito per la Brexit. Il nodo principale ricade ancora sulla forma di questo; da una parte l’UE chiede di coprire i futuri rapporti tra le parti in modo dettagliato, relativo non solo al commercio ma anche agli affari giudiziari e la politica estera, invece il premier britannico preme per un deal che si concentri sul futuro accesso del Regno Unito al mercato unico europeo mantenendo però totale controllo sulle politiche economiche e del lavoro. Ad oltre metà dell’anno solare sembra improbabile il raggiungimento di un accordo e la sua ratifica nei tempi promessi ad inizio anno.

    Relazioni nel mercato della difesa

    A differenza del settore della sicurezza dove vi è un maggiore legame di interdipendenza tra Unione e Regno Unito, il settore della difesa sembrerebbe uno di quelli che sarà meno coinvolto dal futuro divorzio. La quantità di beni di settore Made in Europe esportati verso il Regno Unito è minima ma non per questo non vi saranno conseguenze da una parte e dall’altra. Come riportato dallo studio del DGAP il livello di interconnessione tra i due mercati è debole e asimmetrico ma è necessario non fermarsi al solo dato grezzo di import-export.

    Seppur le relazioni tra i mercati sembrino minime, essi condividono quella che è la supply chain e quindi una maggiore o diversa tassazione. Diversità negli standard delle parti o differente regolamentazione del mercato del lavoro potranno danneggiare la capacità competitiva di ambedue i mercati. In seconda istanza il contributo che dà Londra al budget europeo -anche se con una scarsa partecipazione alla Common Security and Defence Policy (CSDP)- è molto rilevante. La più grande perdita in termini di interconnessione sarebbe il peso in termini economici del Regno Unito in quelli che sono i bilanci e i fondi di meccanismi come l’EDF, in questo scenario le contrattazioni sono cruciali per permettere alle industrie britanniche di trovare stimoli nel continuare a partecipare a questi progetti in un quadro che permetta ad entrambe le parti di trovare vantaggio da una futura collaborazione.

    Rapporti istituzionali e militari

    Il Regno Unito post-Brexit non verrà ostracizzato dal framework europeo ma molto probabilmente verranno adottate misure ad hoc per far entrare con status speciali i ministri inglesi negli organi collegiali europei, anche se con compiti decisamente ridimensionati. Ultimamente viene paventata l’ipotesi da Germania e Francia di formare un European Security Council che analogamente a quello delle Nazioni Unite, potrebbe ospitare nazioni come l’Inghilterra in seggi non permanenti e con minori responsabilità. L’idea di revisionare il meccanismo attraverso il quale si costruiscono le policy e vengono poi applicate all’interno dello schema europeo è una necessità condivisa da praticamente tutta la comunità scientifica, spesso allineata contro il sistema di voto all’unanimità che il Consiglio adotta per misure riguardanti la politica estera europea. Le proposte di revisione verso un voto a maggioranza qualificata e di una ristrutturazione del sistema istituzionale che si occupa della Common Foreign and Security Policy (CFSP) sono molteplici e la necessità di integrare il Regno Unito nel futuro imminente, se pur parzialmente, potrebbe fare da catalizzatore per questa profonda revisione.

    Nella recente lettera firmata da vari ministri della Difesa dell’Unione vi è, nonostante l’emersione di alcuni screzi durante l’ultimo vertice NATO, un rinnovato stimolo collaborativo tra Unione e patto Atlantico. Questo messaggio potrebbe esser stato dato anche per continuare ad interagire con Londra dopo Brexit sulle questioni che riguardano la difesa del continente e le missioni militari internazionali, alle quali molti stati dell’Unione partecipano in sinergia tra CSDP e operazioni NATO. Nell’ambito militare la partecipazione alle missioni di CSDP è messa seriamente in discussione dalla commissione della Camera dei Lord che ha preso il tema in esame. Essa riporta i limiti nei mandati e nelle capacità delle missioni targate Europa se comparate ad analoghi esempi di NATO e Nazioni Unite. La commissione sottolinea come solo in casi isolati come EU NAVFOR Atalanta, l’operato europeo abbia dato un significativo e riconoscibile impatto al raggiungimento di un obiettivo, nel caso specifico quello di combattere la pirateria somala. Il Regno Unito ad ogni modo contribuisce nel quadro della CSDP ad uno scarso 4% del personale militare ma il problema da porsi sarà più qualitativo che quantitativo. Non sarà la grande potenza mondiale di qualche secolo fa ma la nazione di sua maestà la Regina è uno dei pochi Stati con una sviluppata capacità militare in tutti i domini, compreso quello cyber, per questo il suo peso negli aspetti di hard e soft power è di assoluta rilevanza nel panorama europeo e mondiale.

    Vecchi e nuovi framework

    Regno Unito e UE continueranno a parlarsi per evidenti necessità geopolitiche in comune e una sovrapposizione di interessi all’interno dello schema atlantico. Le modalità con le quali questo avverrà sono ancora da decidersi ma col passare del tempo, a meno di improvvise derive filo-cinesi dei britannici, sarà ancora evidente a tutti che l’occidente costituisce un paradigma sociale e culturale prima di quello militare. La profonda differenza all’interno dello schema istituzionale, giuridico e di libertà individuali tra la grandissima maggioranza dei paesi parte della NATO e Unione ed il resto del mondo rimane una linea rossa che non si può oltrepassare. L’inevitabile differenza tra Cina e Unione o Russia e Stati Uniti farà si che anche al di fuori del framework europeo una realtà come l’Inghilterra rimarrà all’interno di un quadro ben preciso di alleanze, quindi non sarà possibile perdere del tutto i legami costruiti in decenni di collaborazione. Di fatto però si perde parte del tessuto connettivo che teneva uno degli storici protagonisti dell’Europa ancorato al muscolo del confronto e della collaborazione. Il risultato sarà quindi un fronte occidentale sostanzialmente invariato nella sue capacità di hard power ma ridimensionato sul piano del soft power, dove l’Unione perde uno dei pezzi storici della sua nutrita storia diplomatica. Basti ricordare che il primo Alto Rappresentante dopo la ratifica del Trattato di Lisbona fu l’inglese Catherine Ashton.

    Di fronte all’oramai incontrastata supremazia asiatica cinese un’UE meno connessa è un competitor più debole agli occhi di chi, come Pechino, vuole espandere il suo dominio di influenza laddove l’Europa un tempo primeggiava.