Le incertezze sul futuro dello Sri Lanka

    Francesco Valacchi

    Alla vigilia delle elezioni del presidente (tenutesi il 16 di novembre) il panorama elettorale di Colombo si presentava finalmente denso di novità nelle candidature e nella generale impostazione della competizione. Per la prima volta la principale carica dello stato non era contesa da un presidente in carica né da un primo ministro e nemmeno dal principale rappresentante del partito di opposizione.

    I pretendenti alla carica presidenziale erano poi ben oltre il numero delle più rosee aspettative: vi erano 35 candidati, un numero eccezionalmente alto per il paese, soprattutto se confrontato con le precedenti elezioni. Le aspettative di vedere assurgere alla presidenza dell’isola un volto che portasse rinnovamento e progresso economico erano ben nutrite quantomeno nell’opinione pubblica internazionale. L’elezione del conservatore Gotabaya Rajapaksa, ex-Segretario alla difesa, ex-militare e membro della fazione all’opposizione ha poi clamorosamente deluso tali aspettative. L’ex-tenente colonnello Gotabaya Rajapaksa è infatti una figura di militare con una formazione molto più tecnica (nell’esercito) che politica e si presenta come un nazionalista buddhista che con molta probabilità darà poco spazio alle prospettive delle minoranze (etniche e religiose) dell’isola. Al di là del suo inquietante soprannome, Terminator, l’ex-militare ha dato prova di inflessibilità e durezza militare nella repressione degli estremisti Tamil, finendo coinvolto anche in sospetti condoni di violazioni dei diritti umani che sarebbero stati perpetrati dai militari del governo di Colombo.

    Il confronto elettorale si è svolto regolarmente e fra i molti candidati vi erano nomi che garantivano ben più ampie prospettive di democraticità rispetto a Gotabaya Rajapaksa, come ad esempio Ajantha Wijesinghe Perera, o Sajith Premadasa. La prima è un’accademica conosciuta in ambiente internazionale, formatasi in Inghilterra e in Sri Lanka come biochimica e zoologa, ha improntato la propria campagna elettorale sulla necessità dello sviluppo culturale, sulle riforme economiche e sulla sostenibilità ambientale da garantire alle industrie e al turismo del paese. Ha sostenuto una sobria campagna per il diritto alla formazione universitaria e sui diritti delle donne.

    Sajith Premadasa, candidato per il partito di maggioranza in Parlamento: quel Fronte nazionale unito cui apparteneva anche il padre di Sajith, Ranasinghe Premadasa già terzo Presidente dello Sri Lanka. è un liberale conservatore, un moderato di destra, con una approfondita formazione politica ed economica presso la London School of Economics e l’Università di Londra. Egli ha improntato la propria campagna sulle riforme economiche necessarie al paese per sostenere e far ri-decollare l’economia anche a seguito degli attentati dello scorso aprile.

    Nonostante i due citati nomi e molte altre facce nuove della competizione elettorale il popolo cingalese ha optato per la scelta nazionalista e per un candidato di più avanzata età anagrafica: l’ex Segretario alla difesa è ormai settantenne ed è protagonista di una narrativa buddhista nazionalista grazie alla quale ha conquistato i cuori e le menti di un elettorato nazionalista di religione buddhista. La base dell’elettorato che appoggia il neo-eletto presidente (benvisto in particolare dai religiosi buddhisti) si è poi allargata a macchia d’olio fra una popolazione spaventata dalla possibile recrudescenza di violenze interreligiose o interetniche (a causa degli eventi dello scorso aprile) e grazie ad un sapiente utilizzo dei social media.

    Da un punto di vista di politica interna è difficile prevedere quali saranno le mosse nell’immediato della nuova presidenza, in parte per l’azione di frenaggio e, ove possibile opposizione, che verrà messa in atto dal Parlamento, dove la maggioranza appartiene al Fronte nazionale unito (che ha conquistato circa 106 seggi nel 2015) e in parte perché non avrebbe molto senso strategico restringere ulteriormente le libertà del tradizionale avversario del presidente e dei buddhisti (la minoranza Tamil), oramai impossibilitata nono solo a riprendere la lotta armata ma anche a riradicalizzarsi. In politica estera sembra invece che si paventi un avvicinamento alla potenza cinese (che Gotabaya Rajapaksa ha citato in campagna elettorale e di cui ha appoggiato la strategia supportando, in passato, la dislocazione di Investimenti Diretti nella costruzione di un porto a Hambantota). L’India ed il Giappone sono nelle condizioni più incerte riguardo all’elezione proprio per la possibilità che lo Sri Lanka scivoli verso l’orbita cinese, infatti, dopo tiepide congratulazioni Narendra Modi ha rotto gli indugi invitando il neo-presidente ad una visita ufficiale, per “raggiungere un più alto livello” nella cooperazione fra i due paesi (come dichiarato dal Ministro degli esteri indiano) e esplorare le intenzioni del vicino.

    Dal Pakistan sono invece giunti decisi complimenti, così come dal tradizionale alleato di Islamabad: Pechino.

    Resta tuttavia da vedere quale sarà la postura iniziale di Gotabaya Rajapaksa che, anche se vorrà sicuramente mantenere la direzione intrapresa dal fratello nello stringersi a Pechino, non si dovrà sbilanciare eccessivamente verso la potenza cinese, pena l’inimicarsi non solo l’India, ma anche le potenze occidentali. Qualche significativa risposta a tale interrogativo verrà data già nella visita del 29 novembre a Nuova Delhi.

    Per adesso l’unica cosa certa dell’appena conclusa tornata elettorale è la cocente sconfitta delle nuove élites cingalesi, molte delle quali formatesi in Europa o negli Stati Uniti e portatrici di una cultura estesa e non tecnocratica che avrebbe potuto concedere al paese un ampio respiro ed un futuro di rinascita a seguito dell’incertezza degli ultimi anni. Insomma pare proprio che per Colombo si profili un futuro conservatore e di polarizzazione etnica nonostante il lavoro fatto negli anni per la formazione e la creazione di élites più competenti e competitive soprattutto a partire dal 2009, in particolare all’estero (Università inglesi e statunitensi). Il pessimismo della realtà dei fatti trova eco nella situazione internazionale: in un’area in cui Cina e India si fronteggiano per una certa qual egemonia conquistare la pedina dello Sri Lanka con politiche realistiche (come Investimenti Diretti Esteri tesi solo allo sfruttamento) sarà sicuramente più alla portata dei competitori nell’assenza di élites di alta competenza e ampio orizzonte.