Le insidie dietro il nuovo accordo Serbia-Kosovo-Stati Uniti

    Marta Trevisiol

    Nel diritto internazionale, specificamente nel diritto diplomatico, è prassi consolidata che la sede della missione diplomatica, volgarmente ambasciata, sia stabilita nella capitale dello Stato accreditatario o comunque nella città ove ha sede il relativo governo. Può succedere che, in situazioni del tutto particolari, tale regola venga disattesa: un esempio su tutti è quello della rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti presso Israele. Per capirne le ragioni però, è bene guardare la vicenda sotto un profilo storico-giuridico.

    Gerusalemme o Tel Aviv?

    Quando il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione 181, recante il piano onusiano di spartizione della Palestina, decise che Gerusalemme venisse posta sotto uno specifico regime internazionale come corpum separatum dal nascente Stato israeliano e da quello arabo, amministrato peraltro direttamente dalle stesse Nazioni Unite e con libero accesso ai luoghi santi. A ciò seguì, sul piano cronologico, nel 1949, l’armistizio tra Israele e Giordania nell’ambito della realizzazione della risoluzione 62 del 1948 che prevedeva una tripartizione dell’area di Gerusalemme secondo la linea di demarcazione fissata dall’accordo di cessate il fuoco tra i due Paesi del 30 novembre 1948. Di lì a poco tuttavia, sul fiorire del 1950, la Knesset, il Parlamento israeliano, proclamò Gerusalemme (ovest) come propria capitale, nella quale sarebbero stati trasferiti i principali uffici statali; la Giordania annetté la parte orientale dell’antica città santa per tre religioni. La conseguenza fu che, nel corso degli anni ’50, ben 16 Stati aprirono la propria ambasciata a Gerusalemme, nonostante il suo status non definito. La vera svolta però si ebbe con il 1967, anno durante il quale la zona fu interessata dalla celebre guerra dei Sei Giorni che di fatto permise ad Israele di inglobare anche la parte est di Gerusalemme, compresa la città vecchia e compresi tutti i luoghi santi. A quel punto, la comunità internazionale non restò a guardare e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adottò la nota risoluzione 242 che condannò l’azione israeliana. Ciò nonostante, nel 1980, la Knesset non si fece scrupoli nell’emanare la legge fondamentale che proclamò Gerusalemme “unita e indivisa” come capitale. Anche questa volta, il Consiglio di sicurezza giudicò l’atto contrario al diritto internazionale e chiese a tutti gli Stati membri dell’ONU di trasferire le proprie ambasciate da Gerusalemme a Tel Aviv come segno tangibile del loro non riconoscimento del nuovo presunto status della città. Alla luce dei suddetti avvenimenti, va ricordata un’importante evoluzione della storia: nel 1995 il Congresso americano approvò il Jerusalem Embassy Act senza ottenerne la firma dell’allora Presidente Clinton. Tale atto riconosceva da parte USA Gerusalemme come capitale e tra le altre cose prevedeva che la stessa ambasciata a stelle e strisce venisse trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme entro il 31 maggio 1999. Tuttavia, la legge permetteva al Presidente di rinviarne l’applicazione di 6 mesi in 6 mesi e questo è quanto si è fatto per più di 20 anni, fino a quando, nel 2017, Trump riconobbe Gerusalemme come capitale e ordinò di trasferirvi l’ambasciata americana. Nel febbraio 2018 giunse la comunicazione che la missione diplomatica sarebbe stata inaugurata nell’ex sede del Consolato Generale, che per il diritto internazionale sta nella “terra di nessuno”, simbolicamente il 14 maggio 2018, proprio in occasione del settantesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele. A tal proposito, il professore Carlo Curti Gialdino, autore dell’unico volume di diritto diplomatico presente sul mercato italiano, docente presso l’Università la Sapienza di Roma, non ha dubbi (e come lui gran parte della dottrina più convincente): si è dinnanzi ad una violazione netta del diritto internazionale poiché Israele occupa Gerusalemme est dal 1967, nonostante la risoluzione 242 che l’ha obbligato a ritirarsi. Il professore, peraltro, opportunamente nota anche che attualmente la questione sia pendente davanti alla Corte internazionale di giustizia, dal momento che la Palestina ha esposto un ricorso contro gli Stati Uniti.

    L’accordo Serbia-Kosovo negoziato dagli USA

    Quello che emerge da questo excursus è sicuramente che l’installazione di una sede diplomatica non è un fatto casuale, anzi: si tratta di un’accurata scelta geopolitica e, nel caso specifico di Israele, scegliere una città piuttosto che un’altra conta una notevole differenza. La questione è tornata ora prepotentemente sulla bocca di tutti, esperti e meno esperti, in merito alla vicenda degli accordi appena firmati tra USA, Repubblica di Serbia e Repubblica di Kosovo. Il 4 settembre scorso infatti, il Presidente serbo Aleksandar Vučić, il Primo ministro kosovaro Avdullah Hoti e il Presidente Donald Trump hanno concluso un accordo di cooperazione proprio a 60 giorni esatti dalle elezioni americane. L’accordo, in particolare, prevede che anche Belgrado, così come Washington, trasferisca la sede della propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, e che Israele e Kosovo si riconoscano ufficialmente, allacciando così rapporti diplomatici. Dal punto di vista geopolitico, le disposizioni del trattato internazionale, confezionato all’interno dello studio ovale, presentano delle antinomie rispetto alle posizioni che i due Paesi balcanici sarebbero tenuti ad osservare per completare il loro iter di ingresso nell’Unione europea, e quanto affermato con il recente accordo.  Serbia e Kosovo, in quanto Stati candidati all’adesione, sarebbero tenuti ad uniformarsi alla politica estera dell’UE, ma quanto deciso sul suolo americano pare vincolarli in toto alle linee di politica estera atlantiche. Vero è anche che il Kosovo deve in parte, a seconda dei punti di vista, la sua esistenza stessa agli Stati Uniti, quindi un suo allineamento ad essi non è certamente una novità; per la Serbia invece è diverso. La Serbia sembrava aver scelto, sin dai tempi della sua forzata indipendenza, il campo russo e non certamente quello americano. Eppure gli apparati diplomatici che hanno condotto gli accordi a nome di Vučić e Hoti hanno sottoscritto questo historical -per usare l’aggettivo utilizzato da Trump- accordo. Bruxelles da canto suo resta contraria al trasferimento delle ambasciate nella Città Santa, poiché ritiene tale mossa non un passo a favore della risoluzione del conflitto israelo-palestinese, come dimostra anche la dichiarazione dell’Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza comune dell’Unione, Borrell del 28 gennaio scorso. Ma non è tutto. Serbia e Kosovo, tramite il nuovo accordo, riconoscono l’intera Hezbollah come gruppo terroristico, anche la sua parte civile, mentre l’UE considera gruppo terroristico solo il ramo militare di Hezbollah e non la formazione partitica in toto, che tra l’altro al momento siede anche presso il Parlamento libanese come partecipante alla coalizione di governo. Insomma, è evidente come il “mero” spostamento di sede di una missione diplomatica non sia un semplice cambiamento logistico. Spostare il luogo di installazione della propria ambasciata, nel mare magnum delle contraddizioni legate a Gerusalemme ed Israele stesso, rappresenta una vera e propria affermazione di volontà politica. E se, per questa volta, l’Unione europea avesse uno sguardo più attento e capace nell’ambito della risoluzione di un conflitto che perdura da decenni?

     

    Riferimenti bibliografici:

    C. Curti Gialdino, Diritto diplomatico-consolare internazionale ed europeo, Giappichelli editore, 2018.