L’Egitto un partner geo-strategico per l’Occidente: un focus sull’industria della Difesa egiziana

    Corrado Fulgenzi

    Nelle ultime settimane l’accordo tra Italia ed Egitto continua ad essere oggetto di un vivace dibattito, per il quale l’opinione pubblica italiana si è divisa in pro e contro. L’accordo è stato particolarmente criticato soprattutto da coloro che ancora oggi rivendicano, giustamente, la verità per il caso di Giulio Regeni del 2016. Sicuramente questo “incidente diplomatico” rimane  tuttora mal digerito dall’opinione pubblica italiana che è costantemente disinformata riguardo la politica estera del proprio Paese. Manca un vero processo di sensibilizzazione dei cittadini su temi inerenti alla politica estera e legata agli interessi nazionali. Ragione per cui si dovrebbe considerare una comunicazione efficiente da parte del governo che necessita però di una ricongiunzione tra la dimensione interna ed esterna delle scelte politiche. Allo stesso tempo, però, l’Italia è carente di una grand strategy che le permetta di avere un peso proporzionato al suo potenziale in un contesto geopolitico (da ricordare gli effetti della crisi del 2008 che ancora perdurano e che hanno limitato il potenziale del Paese, ai quali si aggiungeranno quelli provocati dal Covid-19). L’ affare con l’Egitto è sembrato confermare l’assenza di una linea guida strategica, come se fosse stato intavolato e chiuso nel giro di pochi giorni; la percezione dell’opinione pubblica è stata quella di vendere ad un Paese “ostile” –  è importante sottolineare che i diritti umani non sono garantiti pienamente e di conseguenza non vi è una vera democrazia – armamenti tecnologicamente all’avanguardia. Nonostante ciò, i rapporti tra Italia ed Egitto sono ben radicati e parte di un quadro generale più grande, difficile da comprendere in assenza di un appropriato processo di informazione nei confronti dei cittadini.

    L’Egitto di Al-Sisi: un alleato dell’Occidente

    Il fenomeno delle “Primavere arabe” ha indubbiamente cambiato il sistema di alleanze nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa (ossia il MENA, acronimo inglese per “Middle East and North Africa”). Nel 2012 la vittoria alle elezioni della Fratellanza Musulmana, con il suo candidato Mohammed Morsi, aveva provocato un problema nell’equilibrio politico della regione: venivano sostenuti principi di matrice fondamentalista islamica quindi antioccidentali e di conseguenza antiliberali. La società egiziana aveva deciso per una completa ristrutturazione interna dopo il fallimento, percepito dalla popolazione, delle politiche pro-capitaliste fin lì perseguite da Hosni Mubarak che avevano permesso un accumulo di ricchezze all’élite (Anghelone 2016). Questo indicherebbe una perdita significativa del peso dell’Occidente su un Paese geopoliticamente cruciale per la sua economia; da una parte, la rilevanza del Canale di Suez per i traffici marittimi, dall’altra, la necessità di una sua stabilità interna per mantenere lo status quo ottenuto con la pace firmata con Israele a Washington nel 1979. Tuttavia, Morsi durò poco poiché nel luglio 2013 venne deposto a seguito di un golpe militare dall’ex capo dell’esercito Abdul Fattah Al-Sisi. Con il suo insediamento prima venne bandito ogni partito radicalizzato all’Islam, poi, rafforzata la presa occidentale con la sua vittoria alle successive elezioni ad inizio 2014. Infatti, furono ripresi anche i rapporti con gli Stati Uniti a seguito del cambio di regime con la Fratellanza Musulmana, rapporti che furono saldati anche con la Russia in quel vuoto temporale in cui Washington aveva sostanzialmente etichettato l’Egitto come “ostile”. La posizione di Al-Sisi è stata rafforzata poi dagli aiuti economici provenienti dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti e dal Kuwait, tutti alleati occidentali e in particolare di Washington. Le loro generose donazioni erano ovviamente una mossa politica come risposta agli aiuti qatarioti e turchi a sostegno della Fratellanza Musulmana, i cui accoliti rimasti in Egitto hanno trovato rifugio tra le montagne del Sinai, quindi ad est verso Israele, e abbracciato il terrorismo di matrice islamico salafita (Manenti 2016). La securitizzazione dell’Egitto perciò è stata una scelta obbligata dell’Occidente per non perdere i vantaggi e gli interessi geo-economici e geo-strategici.

    I rapporti Italia-Egitto: perché ci devono interessare?

    L’Italia in tutto ciò, come quasi ogni membro della NATO (eccezion fatta per la Turchia che rimane tuttora ostile ad Al-Sisi) si è dovuta allineare alla posizione statunitense. È in questa luce che vanno lette le recenti parole di Carlo Pagani [capogruppo in Commissione Difesa del PD] e Alberto Miceli [responsabile nazionale PD per le politiche di sicurezza]: “La politica estera ed il sistema delle alleanze di un Paese si costruisce sia con la diplomazia, che con la collaborazione nei settori strategici, tra i quali vi è certamente anche quello della Difesa”. Le commesse italiane pattuite con l’Egitto hanno perciò seguito una logica geo-strategica dettata dal sistema di alleanze. Le dichiarazioni dei due esponenti politici del PD hanno anche evidenziato come questi armamenti verranno consegnati per permettere all’Egitto la securitizzazione della regione e per contrastare allo stesso tempo l’espansione turca. Per raggiungere entrambi gli obiettivi diventa decisiva la situazione della Libia. Questo dossier rispecchia lo stesso sistema di alleanze descritto precedentemente in Egitto, tranne la posizione italiana che rimane ancora un’incognita. Il sostegno di Al-Sisi al Generale Khalifa Benqasim Haftar è strategicamente voluto per creare un “asse laico militare in Nord Africa, in grado di arginare la deriva jihadista nella regione […] L’interesse del governo egiziano nel porre un freno all’instabilità libica ha portato Al-Sisi a promuovere in sede ONU l’intervento militare […] e a cercare nei Paesi del Mediterraneo, in primis nell’Italia, una valida sponda per portare avanti tale progetto” (Manenti 2016, 198).

    Rimane dunque da capire la vera intenzione dell’Italia in Libia, al momento sembrerebbe che la strategia sia quella di un voler accontentare tutti senza sporcarsi le mani e cercare di trarre il massimo una volta raggiunto uno status quo accettato da tutti gli attori coinvolti. L’Egitto rimane cruciale per l’Italia per le risorse energetiche. Secondo the Observatory of Economic Complexity (OEC) l’Italia è il principale acquirente di idrocarburi (petrolio, gas naturale e petrolio raffinato) con un valore complessivo di 24.1 miliardi di dollari nel periodo compreso tra il 2010 ed il 2018 (la visualizzazione dei dati è leggibile qui). Questo intenso legame commerciale assieme alle considerazioni geo-strategiche precedenti dovrebbe far riconsiderare la percezione generale che si ha dell’Egitto, su cui ovviamente grava il caso Regeni.

    L’industria della Difesa egiziana nell’ultimo decennio

    Dal 2012 al 2019 l’Egitto ha subìto come abbiamo visto dei cambiamenti di regime che hanno influito anche sui suoi rapporti con altri Paesi. Da quando Al-Sisi ha ottenuto il controllo del Paese, l’industria della Difesa è diventata un tema centrale delle politiche governative. Secondo un report della CIA (Central Intelligence Agency) del 1985, ma desegretato parzialmente nel 2012, l’Egitto risultava essere il secondo Paese della regione – il primo era, e rimane tuttora, Israele – per significative potenzialità produttive belliche; ma l’enorme divario nelle tecnologie rispetto ad Israele, lo aveva reso dipendente dalle importazioni da Paesi con industrie all’avanguardia, i principali erano Stati Uniti, Russia, Cina, Brasile e Francia. Sempre nel documento, venivano evidenziate le principali le carenze del mancato ammodernamento dell’industria che erano di carattere istituzionale, sociale-culturale. Il Paese non aveva seguito una coerente pianificazione centralizzata, né aveva una base dei principi di marketing essenziale per un ampliamento del settore. Un forte limite allo sviluppo lo aveva posto anche il fattore umano: i managers non possedevano delle competenze linguistiche dell’inglese adeguate né erano ritenuti responsabili, e a ciò si aggiungeva una indisposizione generale ai dispendiosi programmi di rieducazione e di aggiornamento del personale. Inoltre, le industrie straniere che operavano già nel Paese avevano deciso di lasciare la situazione così com’era per i vantaggi economico-finanziari che ne traevano.

    A distanza di 30 anni il settore dell’industria bellica è rimasto pressoché invariato in termini di progressi, la dipendenza dalle importazioni è rimasta elevata anche con Paesi come la Russia nonostante il crollo dell’Unione Sovietica. Infatti, nell’ultimo decennio secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) la dipendenza dalle importazioni è rimasta piuttosto alta. In questa classifica l’Egitto risulta essere il 6° al mondo preceduto, in ordine, da India, Arabia Saudita, Cina, Australia ed Emirati Arabi Uniti. Sempre secondo i dati del SIPRI raccolti nella tabella 1, nel periodo 2010-2019, il fornitore primario per valore delle commesse (secondo il loro metodo di valutazione Trade Indicator Values espressi in milioni) è la Russia a cui seguono Francia, Stati Uniti, Germania e Spagna; mentre l’Italia è undicesima con un valore nettamente inferiore a quanto si potesse pensare. Il periodo post “Primavere Arabe” dal 2012 al 2016 vede un aumento delle esportazioni da Stati Uniti (1.672 milioni di TIVs) e da Francia (1.657 milioni di TIVs) divenendo entrambe i principali rifornitori del Paese. Nel dettaglio, l’accordo tra Il Cairo e Parigi del 2016 risultò nella vendita di unità aeree, navali e di un satellite per le comunicazioni per un valore totale di 1 miliardo di dollari e un anno prima di 24 Rafale, 1 fregata FREMM e tipologie di missili diverse. Non sembrerebbe risultare molto differente da quello attuale concordato con l’Italia. Sempre nello stesso periodo, furono ridotte, invece, le esportazioni della Russia quasi prossime allo zero nel 2015 (6 milioni di TIVs). Tuttavia, dal 2017 l’afflusso di armi dalla Russia riprende facendo registrare la cifra più elevata del decennio (1.111 milioni di TIVs), mentre Francia e Stati Uniti hanno visto una contrazione delle proprie vendite. Questo “doppio gioco” di Al-Sisi, ossia di comprare sia dal blocco occidentale sia dai russi viene principalmente vista come una diversificazione degli approvvigionamenti militari e della loro manutenzione. Se però si considerano le implicazioni geo-strategiche di sicurezza e geo-economiche di influenza non si può più parlare di semplice diversificazione, bensì della volontà dei principali attori, fin qui Stati Uniti e Russia (in attesa delle future mosse di Pechino), per imporsi in Egitto. Questo è stato dimostrato recentemente. Nel novembre 2019 Washington, attraverso il segretario di Stato, Mike Pompeo, e il segretario della Difesa, Mark Esper, ha minacciato di sanzionare l’Egitto e di tagliare futuri rapporti in caso di conclusione dell’affare con la Russia per una partita di 20 SU-35 per un totale di 2 miliardi di dollari la cui consegna è prevista per il 2020-2021, nuova pandemia permettendo. La risposta del Ministro della Difesa egiziano, Mohamed Ahmed Zaki Mohamed, è stata di proteggere l’interesse nazionale, sottolineando l’autonomia decisionale del proprio governo lungi dall’essere da potenze straniere.

    Alla luce di ciò, una considerazione sull’affare tra Italia ed Egitto che ne consegue è che tale accordo debba essere inquadrato in un gioco di sfere di influenze, in cui il governo di Al-Sisi possa garantire sicurezza in una zona vitale per l’Occidente. Inoltre, bisogna sottolineare che l’inserimento italiano come rifornitore di materiale bellico è recente, facendo riflettere sull’importanza dell’interesse nazionale nella regione e sui potenziali benefici futuri. La situazione, comunque, generale sembrerebbe essere più articolata di quanto pubblicamente viene dichiarato dai vari governi.

    Table 1: TIV of arms exports to Egypt, 2010-2019 (SIPRI Arms Transfer Database)

    La competizione tra potenze per l’influenza in Egitto – e pertanto coeva a quella per il Mediterraneo orientale – continua anche attraverso una graduale penetrazione economica nell’industria egiziana, sostenuta da una generale espansione dell’economia egiziana che ha visto nel 2014 crescere il suo PIL oltre il 3% dopo anni di un’economia stazionaria (Manenti 2016). Questo benessere generale ha permesso un’espansione dell’industria militare egiziana, registrata soprattutto dal 2018. Il settore è stato, pertanto, oggetto di interessi geo-economici della Cina, della Russia e dell’Occidente (Stati Uniti ed alleati), i quali hanno cercato di strappare contratti profittevoli attraverso ripetuti contatti diplomatici con il Ministero dell’Industria Bellica. Non casualmente, questo dicastero è divenuto tra i più vitali per Al-Sisi tanto da essere considerato vitale per la rinascita del Paese. In questo senso va letta l’istituzione nel 2019 del nuovo Fondo Sovrano presieduto dal CEO Ayman Solimani. Le numerose industrie di proprietà dei militari godono dei finanziamenti dei privati attratti dal fondo – secondo Solimani necessari soprattutto dopo la chiusura generale a causa del Covid-19 – il cui compito principale è quello di attirare gli investimenti esteri nelle industrie manifatturiere e tecnologiche. Questo ha permesso il nascere di una nuova capacità manifatturiera, rappresentata da Abu Zaabal Company for Specialized Industries (noto anche come “Military Factory 300”) ma gestita dal Ministero dell’Industria Bellica. Tutto ciò è risultato, di conseguenza, in un’accelerazione delle esportazioni di armamenti, diretti però verso il mercato africano. Il motivo è doppio: da una parte, Al-Sisi vuole che l’Egitto raggiunga gradualmente il potenziale produttivo (quello evidenziato nel rapporto della CIA) che avverrebbe grazie a prodotti con prezzi inferiori ma di buona qualità; dall’altra, vuole espandere il raggio di influenza egiziano per controbilanciare quello della Turchia.

     

    Bibliografia:

    Anghelone, Francesco. “Egitto-La Storia.” In Atlante 2016 Geopolitico del Mediterraneo, by Francesco Anghelone e Andrea Ungari, 188 -189. Roma: Bordeaux, 2016.

    Manenti, Francesca. «L’Egitto Oggi.» In Atlante 2016 Geopolitico del Mediterraneo, di Francesco Anghelone e Andrea Ungari, 191-207. Roma: Bordeaux, 2016.