L’impatto della pandemia sulla politica economica cinese in Africa

    Silvia Luminati

    Che la pandemia potesse avere un impatto decisamente negativo sull’economia mondiale era inevitabile, ma il nuovo rapporto del Fondo Monetario Internazionale ha disegnato uno scenario molto preoccupante. Secondo quanto calcolato a giugno, il PIL mondiale dovrebbe contrarsi del 4.9% nel 2020 (contro il 3% stimato ad aprile). Il Great Lockdown, così come viene chiamata la crisi scatenata dalla pandemia, si è abbattuto su tutti i Paesi, dagli Stati Uniti alla Russia passando per l’Europa. Tuttavia come si legge nel World Economic Outlook aggiornato (A crisis like no other, an uncertain recovery),  la Cina è l’unico Paese che non subirà una contrazione più severa del suo PIL nel secondo trimestre. Ma la situazione economica cinese salta ancora di più all’occhio se si pensa che per la prima volta tutte le nazioni del gruppo dei mercati emergenti e delle economie in via di sviluppo -di cui la Cina fa parte- subiranno una crescita negativa nel 2020. In India si stima una contrazione del 4.5% a causa del lungo lockdown e della lenta ripresa, in Nigeria la recessione si aggira attorno al 5.4%, mentre le economie del Brasile e del Messico dovrebbero contrarsi rispettivamente del 9.1% e del 10.5%. Per la Cina invece è prevista una crescita dell’1%. Nel 2021 il conferma il trend positivo con un tasso di crescita dell’8.2% che farà arrivare quello del gruppo dei mercati emergenti al 5.9%. Alla luce di questi dati, è inevitabile interrogarsi sul futuro di Pechino come potenza economica globale e in particolare sulla presenza economica cinese in Africa dove il virus non avrà conseguenze solo sull’apparato economico e sul sistema sanitario, ma anche sulle preesistenti crisi umanitarie, in particolare quella alimentare. Ad aprile, il Global Report on Food Crises 2020 aveva già avvertito di un forte peggioramento dell’insicurezza alimentare acuta nella Repubblica Democratica del Congo, in Sud Sudan e nello Zimbabwe. Ma un respiro di sollievo per l’economia africana potrebbe arrivare proprio dalla Cina.

    La presenza economica (e non solo) della Cina in Africa

    La presenza della Cina in Africa ha una storia piuttosto recente. Soltanto nel 2000 è stato istituito il primo Forum di cooperazione sino africana (FOCAC) con cui la Cina ha rafforzato i suoi legami economici con il continente superando come principale partner commerciale e finanziatore anche gli USA e il Regno Unito. Negli ultimi 17 anni gli scambi commerciali tra Pechino e il continente africano hanno raggiunto il valore di 136 miliardi di dollari e secondo il China-Africa Cooperation Beijing Action Plan, nel triennio 2019-2021 l’Africa riceverà 60 milioni di dollari da investire nello sviluppo industriale, nella sanità, nell’ambito delle infrastrutture, nella tutela ambientale e nella sicurezza. L’Africa ha rappresentato e rappresenta per Pechino l’opportunità di affermarsi definitivamente come potenza economica mondiale in grado di scavalcare anche il colosso americano, ma allo stesso tempo è un partner strategico per la realizzazione del progetto One Belt, One Road (OBOR). L’interesse cinese verso il continente africano è dato soprattutto dalla sua posizione geografica visto che le sue coste orientali sono fondamentali punti di approdo della via della Seta marittima che nei progetti di Pechino collega la Cina al Sud-Est asiatico e all’Europa. Però l’iniziativa OBOR non comprende soltanto una catena di porti marittimi dal Mar Cinese meridionale all’Africa che regolerà il commercio da e verso la Cina, ma anche i collegamenti ferroviari dal Mali -senza sbocco sul mare- ai porti di Conakry in Guinea e di Dakar in Senegal. Gli investimenti nelle aree portuali del Gibuti, della Namibia e dello Sri Lanka sono stati però accompagnati dall’espansione della presenza militare cinese con il dispiegamento della Marina dell’Esercito popolare di liberazione. Il fatto che molti corridoi commerciali si dovranno costruire in Paesi in cui la sicurezza è molto fragile a causa della presenza di gruppi armati ha spinto Pechino ad inserirsi in alcune operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, come per esempio MINUSMA in Mali, e a portare avanti anche importanti operazioni di mediazione. Ecco quindi che le ragioni dell’interesse cinese non si legano esclusivamente agli investimenti strategici (porti, strade, ferrovie, oleodotti, gasdotti, etc…), ma anche a motivazioni militari, come dimostrano gli accordi con i leader africani sulla cooperazione in ambito securitario. Ed infatti negli ultimi anni si è resa sempre più evidente l’influenza che Pechino esercita a livello militare per proteggere i suoi interessi economici e geopolitici: in Kenya, per esempio, i servizi di intelligence cinesi hanno formato una divisione della polizia locale per proteggere la ferrovia Mombasa-Nairobi, mentre in altri Paesi Pechino ha fornito le tecnologie per migliorare le capacità delle forze di sicurezza nei sistemi di video-sorveglianza e nell’identificazione biometrica. Parallelamente si è assistito all’aumento delle società di sicurezza private cinesi (We Security e Frontier Services Group) in Angola, Etiopia, Nigeria e Zimbabwe le quali collaborano con l’esercito e i servizi di intelligence locali fornendo consulenze e progettando strategie su come utilizzare la forza.

    I grandi investimenti in Africa preoccupano però soprattutto per la sostenibilità del debito. Secondo la China Africa Research Initiative (CARI), i Paesi dell’Africa orientale hanno preso in prestito da Pechino 29 miliardi di dollari per la realizzazione di progetti di infrastrutture e costruzioni, ma le condizioni poste sui prestiti sono diventate un vero e proprio problema per il bilancio di molti Stati. Si pensi al caso dello Sri Lanka che, impossibilitato a restituire l’oneroso debito contratto per la costruzione del porto di Hambantota, è stato costretto a consegnarlo a società statali cinesi con un contratto di locazione di 99 anni. In quel caso Pechino, piuttosto che ristrutturare il debito, aveva preferito cancellare 1 miliardo di dollari dal prestito concesso in cambio dello sfruttamento del sopracitato porto. Questo episodio mostra chiaramente il problema della sostenibilità del debito a cui molti Paesi africani potrebbero andare incontro visti i prestiti elargiti da Pechino per la costruzione di opere infrastrutturali importanti per lo sviluppo economico del continente. Tuttavia, occorre precisare che nel 2017 la Cina si è impegnata con il “Debt Sustainability Framework for Participating Countries of the Belt and Road Initiative” a seguire le linee guida del G20 sugli investimenti nelle infrastrutture e le politiche della Banca Mondiale per i Paesi con un elevato debito. Osservando però le stime aggiornate del World Economic Outlook, i Paesi africani potrebbero non essere in grado di mitigare i rischi dei “generosi” investimenti cinesi.

    L’impatto della pandemia

    Nel 2018 la Banca Mondiale aveva stimato che l’Africa necessitava di 170 miliardi di dollari all’anno per colmare il suo divario infrastrutturale e la Cina fino ad ora si è posta tra i più importanti partner per sostenere lo sviluppo africano con 95,5 miliardi di dollari prestati tra il 2000 e il 2015, arrivando a superare anche la Banca Mondiale come principale creditore dei Paesi subsahariani con 64 milioni di dollari. Proprio la Banca Mondiale, grazie all’aggiornamento dell’International Debt Statistics, ha reso noto che la Cina è il principale finanziatore di 32 su 40 Paesi africani, tra cui quattro classificati come ad alto rischio. Secondo i dati, il debito con la Cina è il principale problema per il Gibuti, la Repubblica del Congo, l’Etiopia e il Camerun visto che i prestiti cinesi rappresentano circa il 30% del loro debito pubblico estero. Ora, secondo il rapporto CARI “Debt relief with Chinese characteristics”, tra il 2000 e il 2019 Pechino avrebbe ristrutturato il debito dei Paesi africani a basso reddito fortemente indebitati per un totale di 15 miliardi di dollari perciò, data l’entità della crisi del debito nel continente africano, ci si aspetta che la Cina prosegua quanto già fatto in passato aderendo pienamente alla moratoria decisa dai Paesi del G20 che si sono accordati sulla sospensione del servizio dei debiti in scadenza tra maggio e dicembre 2020 dei Paesi a basso reddito. Nonostante alcuni commentatori abbiano notato che soltanto i prestiti della China Exim Bank sarebbero coperti dalla moratoria del G20 e non quelli della China Development Bank, il Presidente cinese Xi Jinping in un recente discorso ha incoraggiato tutti i “chinese financial institutions to respond to G-20’s Debt Service Suspension Initiative (DSSI) and to hold friendly consultation with African countries according to market principles to work out arrangements for commercial loans with sovereign guarantees”.

    È difficile dire con certezza quanto e come questa catastrofica crisi inciderà sull’OBOR, ma allo stesso tempo è facile intuire il ruolo chiave che la Cina giocherà in Africa nella ripresa economica considerando che è il secondo finanziatore dei Paesi a basso reddito subito dopo la Banca Mondiale. Pechino negli anni è riuscita ad imporsi tra i principali finanziatori su scala globale scavalcando gli stessi USA che hanno ridimensionato i loro impegni soprattutto nel continente africano. E se in un primo momento la sua immagine è stata valutata negativamente a livello internazionale a causa dei sospetti ritardi nella comunicazione all’Organizzazione Mondiale della Sanità della presenza di una nuova influenza epidemica, la Cina si è pian piano adoperata per riacquisire il terreno perso nei confronti dell’opinione pubblica mondiale (si veda la cosiddetta “diplomazia delle mascherine”) e per ridisegnare la sua immagine di potenza economica pronta ad andare in soccorso dei suoi “amici” e a trainare l’economia mondiale fuori dalla crisi. Al di là delle mosse di Pechino, l’Africa è però chiamata ad interrogarsi sul suo rapporto con la Cina. L’OBOR rappresenta un’occasione di crescita importante per il continente che evidentemente ha bisogno di certi investimenti ed opere, così come però necessita di poter contrattare su un piano di parità e di fissare le sue priorità per lo sviluppo continentale.